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Elogio della resistenza, con cautela

Elogio della resistenza, con cautela

La resistenza a ogni costo non è sempre una virtù. Cedere nel modo giusto, a volte, è ben più utile e lungimirante.

Federico Ott

2 Dicembre 2017

Da appassionato sportivo – e praticante, part time –, quando sento parlare di resistenza uno dei primi pensieri va a Filippide, l’eroico messaggero che, dopo la vittoriosa battaglia di Maratona, combattuta nel 490 A.C. dagli Ateniesi contro i Persiani, si narra fosse stato inviato dal campo di battaglia sino ad Atene per annunciare al popolo tutto l’insperata vittoria.

La leggenda non dice quanto tempo impiegò esattamente Filippide a percorrere di corsa i circa 40 km che separavano il villaggio di Maratona da Atene, ma ci racconta solo che, giunto allo stremo delle forze nell’agorà di Atene, avrebbe gridato a gran voce “Nike, nike, nenikekiam” che tradotto suonerebbe “Vittoria, vittoria, abbiamo vinto!”, prima di crollare al suolo morto stecchito. Oggi forse sarebbero stati disposti un’autopsia e un controllo antidoping postumo per verificare quante sostanze proibite avesse assunto per raggiungere un così elevato livello di performance, ma per fortuna erano altri tempi e si pensò solo a tributare al messaggero i dovuti onori e a seppellirlo in pompa magna.

Mondiale, addio. Due esempi recenti di cattiva resistenza

Ma il concetto di resistenza deve soprattutto resistere – anche se sembra un calembour – alle continue distorsioni del suo nobile significato. Restando in ambito sportivo, sono ancora tristemente vivide nei nostri occhi le immagini di uno dei più clamorosi disastri sportivi dell’ultimo secolo: la Nazionale di calcio italiana esclusa dal prossimo campionato del mondo in Russia.

Molti di noi non hanno mai visto in vita loro un mondiale senza l’Italia, e chi ha qualche anno in più quasi non ricordava che questo evento potesse accadere. O quantomeno aveva rimosso l’evento precedente, archiviandolo come un ricordo distorto della sua infanzia. Ma quello che più ha colpito gli italiani, il giorno dopo e nelle settimane successive, è stata l’impropria resistenza dei responsabili della Caporetto calcistica – resistenza conclusasi, per fortuna, con un lieto fine.

Il commissario tecnico Ventura snocciolava tristemente statistiche e cifre relative alla sua gestione per dimostrare a un pubblico ancora attonito e sotto shock di aver fatto un eccellente lavoro, e che il suo ruolino di marcia sino a quel momento era stato quasi perfetto. Esattamente come uno che si butta dal trentesimo piano ed è ancora sano a un metro dal suolo. Dal canto suo il presidente della Federcalcio Tavecchio vaneggiava di piani programmatici per un nuovo Rinascimento o Risorgimento calcistico, pur di restare inchiodato alla sua poltrona.

Dallo sport all’azienda: quando cedere e perché

Il paradosso si ripete con puntualità anche varcata la soglia delle aziende. Un perfetto indicatore del fenomeno è costituito dalle valutazioni dei dipendenti, in particolare attraverso la tecnica degli assessment. Premesso che il modello di per sé è estremamente efficace, capita spesso di imbattersi in giudizi frutto di un sistema di valori poco definito: se nel corso delle varie prove ed esercitazioni il valutato mantiene le sue posizioni e dibatte con determinazione, rischia di essere considerato resistente al cambiamento. Ove però, a fronte di solide argomentazioni, si persuada della bontà di una tesi diversa dalla sua e vi aderisca con convinzione, ecco che si trasforma in persona troppo remissiva, con poca capacità di difendere le sue idee in situazioni di potenziale conflitto.

A volte però resistere è un disvalore. Penso a imprenditori che non hanno la necessaria lucidità per comprendere che è giunto il momento di passare il timone ad altri e che la loro indomita resistenza altro non è che un freno alla crescita e all’evoluzione naturale delle cose.
Resistere contro tutto e tutti, contro ogni avversità, ove non si è guidati da un principio valoriale importante, non è mai una cosa positiva. Un conto è rimanere naufraghi su un’isola e tenere duro, un altro è non accettare che le cose cambiano, che la partita è persa o che, quantomeno, time is over.

Ma nello sport, come in azienda, è sempre una questione di valori: se sono chiari e definiti, oltre che condivisi, la resistenza sarà sempre letta come capacità di restare fermi su ciò che non è e non deve essere negoziabile. Così, come per magia, saremo “coerenti e rigorosi sui valori” invece che “resistenti al cambiamento”, e la superficiale valutazione di “facilmente influenzabile” sarà superata dall’elogio della nostra flessibilità – propria solo delle persone intelligenti.

 

Image by Jean-Pierre Cortot (French, 1787–1843) [CC-BY-SA-3.0], via Wikimedia Commons