Un passaggio sospeso in una delle fiere emiliano-romagnole

Feroci le fiere emiliano-romagnole

Le fiere emiliano-romagnole si uniscono solo a parole. Oltre le dichiarazioni, i feudi fieristici restano divisi; ma quanti vantaggi darebbe l'aggregazione.

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Il loop temporale è un espediente narrativo in cui una serie di personaggi sono costretti a rivivere vicende già avvenute, in un ciclo che si ripete all’infinito. Il tema è spesso trattato nella fantascienza. In Emilia-Romagna si ripete da alcuni anni su un fronte meno fantascientifico: quello del sistema fieristico regionale. Periodicamente è sul punto di nascere un polo unico, in grado di competere a livello nazionale ed europeo, con la benedizione della regione, che sembra tenerci; però – quando tutti paiono d’accordo – si ripiomba nel brodo primordiale. A quanto pare, in questi giorni ci risiamo: nessuno ne vuole più parlare, sembra diventato un tabù. Tace la regione, tacciono i dirigenti delle singole fiere e tacciono anche i loro uffici stampa.

Per ora dunque la situazione è pietrificata: con una fiera per provincia e con consigli di amministrazione in cui i soci (ci sono molti enti pubblici, inclusa la regione, più, di solito, banche) remano ufficiosamente contro impegni “unitari” presi ufficialmente poco prima. Non mancano le accuse reciproche, più o meno velate. E pensare che l’Emilia-Romagna, forte di un tessuto economico e imprenditoriale tra i più vitali, potrebbe valorizzare un’offerta fieristica che, altrimenti, rischia di altalenare tra aspirazioni che vanno ben oltre i confini regionali e battaglie di campanile degne di altre epoche.

Anche il professor Emanuele Padovani ha l’impressione che la situazione sia ingarbugliata. È docente associato di Economia aziendale all’Università di Bologna, esperto in analisi finanziaria del settore pubblico locale e tra gli economisti che nel 2015 hanno elaborato – nell’ambito di un accordo tra ateneo bolognese e regione – il libro bianco I quattro pilastri di una nuova governance regionale. Ne parla con Senza Filtro.

 

Che cosa succede, professor Padovani?

Malgrado la logica di tipo aziendale ed economico porti acqua al mulino delle aggregazioni, sembra che i problemi nascano ugualmente.

Perché?

A causa soprattutto degli interessi di ogni territorio. Le fiere e le loro iniziative rispondono pure a questo tipo di pressioni. E in Emilia-Romagna pesa molto anche il ruolo giocato, per l’industria turistica, da migliaia di visitatori ed espositori che giungono per fiere e congressi. Basti pensare al ruolo che la fiera gioca nel riminese.

Qual è il timore?

Si teme che condividere significhi perdere terreno a livello locale. È una realtà con la quale mi sono scontrato anch’io durante la realizzazione del libro bianco. Gli enti pubblici però devono rendersi conto di quali siano le loro responsabilità, sia a livello politico che per quel che riguarda i propri bilanci. Certi temporeggiamenti possono costare molto.

 

Le fiere dell’Emilia-Romagna: i dati 2017

In attesa che qualcuno rifaccia per l’ennesima volta i conti, non resta che attendere. Il quadro della situazione è questo. In Italia al primo posto, sul fronte delle manifestazioni fieristiche definite internazionali e certificate, c’è la Lombardia: ruota al 95% intorno al sistema della Fiera di Milano (più una manifestazione a Erba, nel Comasco, e una a Cremona). Subito dopo, per rilevanza, viene proprio il sistema emiliano-romagnolo, che però, appunto, è parcellizzato in vari sottosistemi: il grosso è concentrato, nell’ordine, su Rimini (che nel 2016 si è fusa nell’Italian Exhibition Group – IEG con la Fiera di Vicenza), Bologna e Parma (dal 2017 alleata di Verona Fiere), che, insieme, accolgono oltre due milioni di visitatori ogni anno. Sono seguite da Piacenza, Ferrara e Forlì; poi ci sono anche gli enti fieristici di Faenza, Reggio Emilia e Modena.

Oggi la situazione emiliano-romagnola vede duecolossifieristici, Rimini e Bologna, con interessi in apparenza comuni ma strategie non ancora conciliabili. Mentre la terza fiera, in ordine di importanza, quella di Parma, cerca di non farsi schiacciare e naviga tenendo d’occhio le due corazzate. Guardiamo in estrema sintesi gli esercizi 2017. La produzione di IEG (cioè Rimini più Vicenza) vale 109.427.854 euro, con un indebitamento bancario per 59.928.085 euro. Per Bologna Fiere il valore della produzione è di 65.894.843 euro e l’indebitamento bancario di 28.752.202 euro. Fiera di Parma ha un valore della produzione pari a 23.988.622 euro, con 29.090.522 euro di debiti verso le banche. Per farsi un’idea nel confronto con altre realtà, il valore della produzione di Fiera di Milano nell’esercizio 2017 è di 219.541.848 euro e i debiti verso le banche sono pari a 20.108.000 euro.

In Emilia-Romagna un sistema fieristico parcellizzato pesa sui livelli di gestione, organizzazione e promozione, senza alcun vantaggio per quel che riguarda lo scopo delle fiere: garantire sempre maggiori affari a chi vende e a chi compra e ai loro territori, nazionali e locali. Di fatto, le singole città faticano a rinunciare al controllo esclusivo della loro vetrina, anche a costo di perdere milioni o di farsi concorrenza tra loro. Gli stand magari sono sempre più affollati; i cosiddetti buyers, nazionali e internazionali, sono parecchi, ma – alla fine della fiera (è il caso di dirlo) – ci sono anche conti risicati per gli enti che promuovono le iniziative. Vantare i successi di ogni singola fiera (e in effetti ci sono) può avere senso, ma non può sfuggire che un progetto in grado di garantire coordinamento delle iniziative, sinergie e diminuzione dei costi renderebbe più concorrenziale l’intero sistema. Questa situazione può avere contribuito al fallimento della quotazione in Borsa di IEG: a fine dicembre 2018 è stata gettata la spugna, fino a nuovo ordine.

 

Le fiere emiliano-romagnole unite solo a parole

Il bello è che a parole tutti sono d’accordo sul progetto di fondo. È utile fare qualche passo indietro, per capire. Basti pensare che già l’1 agosto 2016 la stessa Regione aveva annunciato che i presidenti delle Fiere di Bologna, Rimini e Parma, allora rispettivamente Franco Boni, Lorenzo Cagnoni e Giandomenico Auricchio, avevano sottoscritto a Bologna una lettera di intenti durante un incontro con il presidente della Giunta regionale, Stefano Bonaccini. Lo scopo: “Verificare la fattibilità di una società (Newco), la cui composizione sarà da definire, con l’obiettivo di raggiungere una integrazione funzionale o societaria”. Le tre società fieristiche avevano selezionato un advisor di comprovata esperienza internazionale: KPMG. E il presidente Bonacini aveva accolto con entusiasmo l’iniziativa: “Se le fiere di Bologna, Parma e Rimini lavorano insieme, integrandosi sia dal punto di vista operativo che societario, ragionando su economie di scala e un calendario condiviso, allora possono competere con chiunque e a quel punto potrebbe nascere un soggetto in grado di competere seriamente con Milano, ponendosi come protagonista assoluto anche nel panorama europeo”. Scadenza della validità delle lettera d’intenti: 31 dicembre 2016. Risultati: zero.

Col passare degli anni, le cose non sono mica cambiate. L’assessora regionale al Bilancio, Emma Petitti, nel giugno 2018 è intervenuta per rispondere alle due interrogazioni urgenti relative a Bologna Fiere. Secondo lei, non poteva essere messo a rischio “il percorso verso un unico sistema fieristico regionale. Un soggetto forte che favorisca l’internazionalizzazione delle nostre imprese, mettendole nelle condizioni di essere sempre più competitive sui mercati e con positive ricadute economiche sui territori. Per questo sono necessarie aggregazioni e alleanze”. In questo contesto, proseguiva l’assessore, “una possibile alleanza con la Fiera di Milano potrebbe rappresentare un ulteriore tassello di rafforzamento del sistema fieristico regionale, in un’ottica allargata a più regioni. Un fatto certamente nuovo, a quel punto allargato alle tre principali regioni del Nord, poiché già oggi abbiamo sostenuto la nascita di Ieg, la nuova società nata dall’integrazione fra la Fiera di Rimini e la Fiera di Vicenza, così come abbiamo sostenuto insieme agli altri soci pubblici la Vpe, la Newco tra Fiera di Parma e Fiera di Verona”.

Tutto d’accordo? A parole sì. Ugo Ravanelli, amministratore delegato di Ieg, il 10 luglio del 2018 ha detto: “La vera alleanza sarebbe quella regionale, perché dal punto di vista industriale non ha senso che a distanza di 100 km ci siano due strutture fieristiche come Rimini e Bologna che competono sui mercati mondiali senza integrarsi, anche perché siamo complementari, con pochissimi segmenti sovrapposti”. A metà settembre Gianpiero Calzolari, presidente di Bologna Fiere, sosteneva: “Il nostro obiettivo è creare un competitor fieristico di calibro internazionale capace di confrontarsi con Colonia, Francoforte, Parigi. La competizione si gioca sulla qualità dei quartieri e dei servizi, i campanili sono storia del passato. Si deve condividere, e non dividere, la forza industriale del triangolo economico che unisce Milano, Padova e Bologna”.

In apparenza tra i vertici non sembravano esserci divergenze sulla prospettiva. In realtà all’epoca Rimini, a torto o a ragione, prese le osservazioni bolognesi sul tema condivisione/divisione come un’accusa. “È singolare che altri parlino di noi quando noi non lo facciamo”, rispondeva il presidente di IEG Lorenzo Cagnoni, forte delle sue 50 manifestazioni e dei 206 congressi (nel 2017). “Litigare non ci interessa”, aggiunse l’AD Ravanelli. Ciò non toglie che l’unione tra Bologna, Rimini e Parma e poi, magari, l’intesa con Milano siano stati ancora gli auspici espressi il 27 settembre scorso dal sindaco di Bologna, Virginio Merola, durante un forum dell’ANSA. La proposta che “mettiamo in campo”, aveva osservato, “ruota su due prospettive: una riguarda una organica fusione tra Bologna, Rimini e Parma, l’altra è quella di una società che porti insieme le fiere all’estero. L’accordo con Milano permetterebbe di fare la prima fiera italiana e la seconda in Europa”.

 

Anno 2019: ancora nulla all’orizzonte

Siamo nella prima metà del 2019 e, tra apparenti convergenze e vagonate di distinguo sulle alleanze, del polo fieristico regionale, caro alla Regione Emilia-Romagna dai tempi della Giunta Errani, non si è fatto ancora nulla. In compenso, non si parla più neppure di una possibile alleanza con Milano. Tanto che l’assessora regionale alle Attività produttive Palma Costi, la quale in un primo momento pareva disponibile a fare il punto della complicata situazione con Senza Filtro, ha poi preferito non intervenire, forse per esaurimento – tra ostacoli e beghe – della spinta propulsiva (come di si diceva una volta) di un progetto sensato.

In effetti è un bel casino, tanto per usare un’espressione fuori dagli schemi ufficiali della dialettica istituzionale. Qualcuno dovrebbe rinunciare a un po’ di potere locale – aggregando le fiere sparse qua e là – per consentire che aumenti la competitività del sistema emiliano-romagnolo a livello nazionale e internazionale. Però, come è noto, nel paese dei campanili la scelta che pare logica spesso non è quella più praticata.

 

(Photo credits: Loic Furhoff by Unsplash)

Nato a Genova nel 1958 e cresciuto alla Spezia, dopo un innamoramento per Medicina a Pavia, si è dedicato a Scienze politiche. Fa il giornalista dal 1982. Ha lavorato 16 anni all’Unità, dove è stato un inviato e ha seguito, tra l’altro, l’inchiesta “Mani Pulite”. Nel 2000 si è trasferito a Bari per lanciare il Corriere del Mezzogiorno, cronaca pugliese del Corriere della Sera. Dal 2007 è di nuovo a Milano: come caporedattore di City, quotidiano free press del gruppo Rcs, fino al 2012; poi come caposervizio del Settimanale Nuovo (Cairo editore). Da luglio 2018 fa il free lance. Ha un blog su IlFattoQuotidiano.it, collabora con i siti d’informazione Strisciarossa.it e Tessere.org, scrive per Millennium, mensile del Fatto Quotidiano. Tra i suoi libri, Sud Est. Vagabondaggi estivi di un settentrionale in Puglia (Palomar, Bari, 2006), e Lo strano caso di Federico II di Svevia. Un mito medievale nella cultura di massa (Palomar, Bari, 2008). La casa editrice Tessere (Firenze) nel 2019 ha pubblicato il suo libro "L’imperatore nel suo labirinto. Usi, abusi e riusi del mito di Federico II di Svevia", con prefazione e postfazione dei medievisti Giuseppe Sergi e Tommaso di Carpegna Falconieri. Nel 2019 gli è stato conferito ad Alezio (Lecce) il premio giornalistico ”Antonio Maglio”, giunto all’ottava edizione. [ Guarda tutti gli articoli ]

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