Un bambino in preghiera, uno degli elementi all'origine storica del modello marchigiano.

Il modello marchigiano che verrà

Un'analisi filosofica e sociale del "modello marchigiano", una mescolanza poetica di impegno e quiete. Che potrebbe dettare il futuro del territorio.

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Qualcuno sosteneva che “le Marche sono la porta sociologica della provincia italiana”, riferendosi al fatto che la regione è da sempre sotto l’osservazione degli istituti statistici come termometro di un’economia fondata sulle piccole e medie imprese, nel rispetto della qualità della vita. Gli antichi l’avrebbero definita una regione exemplum, come ciò che va oltre la dimostrazione razionale fino a diventare simbolo. Questa “rappresentatività” è qualcosa di interessante per me, promotore territoriale marchigiano, perché non potrei mai raccontare e valorizzare un territorio se mi fermassi ai dati statistici senza ricercare l’essenza nascosta, l’anima di un modello produttivo ed esistenziale – in altri termini, senza guardare a quella che io definisco “la porta psicologica della provincia italiana”.

Naturalmente mi rendo conto del salto concettuale che mi accingo a compiere ,ma senza cadere in metabasi, perché i livelli interpretativi rimangono distinti nella loro specificità: quello sociologico nella sua valenza realistica, quello psicologico nella sua portata idealistica. Sì, leggete bene, parlo proprio di idealismo nel raccontarvi la mia terra: la caratteristica normativa degli ideali, così come sono stati definiti da Kant. Non chimere, ma aspirazioni di speranza e miglioramento alle quali tendere.

 

La regola benedettina e il suo influsso

Normatività: ecco una caratteristica marchigiana. La capacità di creare modelli, sia economici sia esistenziali, che non guardano alle mode del momento dato che nascono dall’individualismo delle idee. “Sentimento della verità”, lo definiva il filosofo J.F. Fries nella sua gnoseologia, perfettamente applicabile all’atteggiamento della nostra psicologia collettiva. La verità, più che un senso logico, è un’intuizione interiore che il marchigiano trasferisce nel suo abitare il mondo; cocciutaggine dicono gli altri, fiducia nell’esperienza interna diciamo noi. È il nostro centro psichico, il cuore di una Weltanschauung, chiuso e aperto allo stesso tempo. Come, paesaggisticamente, il borgo è il centro architettonico distintivo, protetto da mura, chiuso in sé ma elevato sulla morbidezza delle colline, isolato ma senza timore di apparire. Anima e terra si specchiano reciprocamente in un rimando che è formazione della personalità.

Anche il concetto di “modello marchigiano” coniato dall’ economista Giorgio Fuà si rispecchia in un carattere, in una psicologia. Un carattere collettivo formatosi nel tempo storico, che nasce da lontano, dopo la caduta dell’impero romano e dopo alcuni secoli di desolazione. Una rinascita lenta, compiuta soprattutto a opera di giovani sotto un imperativo spirituale e pratico che caratterizza il nostro territorio: ora et labora, prega e lavora.

Parlo dei monaci benedettini. In un tempo sospeso, a-storico, rinascono le prime cellule sociali attorno ai monasteri, conventi aperti alla realtà esterna in numero costantemente crescente fino a diventare cento e più in un fazzoletto di terra che oggi chiamiamo Marche. I pochi abitanti del territorio si accostano nelle zone limitrofe e interagiscono con i monaci e la regola, preghiera e lavoro, spiritualità e praticità del vivere, idealismo e pragmatismo, riflessione e azione. La regola benedettina opera su due livelli: sul lato pratico permette la rifondazione dell’abitare dopo secoli bui, la ricostruzione di villaggi con la riscoperta delle tecniche agricole e artigianali, con un ritrovato senso comunitario e amministrativo. Su un altro versante, la spiritualità insita nella regola riconduce a una interiorità individuale che non vuole eccessi nella vita pratica. L’insieme conduce a una omeostasi della personalità, un equilibrio nelle istanze della vita.

Ci siamo, le due caratteristiche caratteriali marchigiane trovano la conformazione di base che, successivamente, in epoca rinascimentale assumeranno una tonalità più laica nell’intelligere et agere, pensare e agire all’interno di una visione umanistica. Manca solo un passo al sogno, la vita ideale in una città ideale. Ed eccolo realizzato questo sogno, in un altro exemplum: Urbino. Tutto è compiuto, la porta psicologica marchigiana si è aperta, il carattere è definito, possiamo aspirare a diventare simbolo di una esistenza possibile. Siamo un modello, siamo diventati il Rinascimento.

 

Il modello marchigiano definito dall’arte

La spiritualità, laicizzandosi, ha trovato espressione nell’arte. Come scriveva Carlo Bo, un territorio “sospeso dentro un’idea di poesia quanto mai libera”, eppure concreto all’interno di una civiltà contadina. È nato Raffaello, l’idealità nella realtà; il mondo è suo.

Dopo il Rinascimento la storia non è ancora compiuta. Ci vorranno altri secoli per cogliere un’ulteriore caratteristica che evidenzi l’ecceità del luogo, e per farlo sarà necessaria una voce universale. Ancora una volta la nostra terra si affida all’intelletto, nella fattispecie al genio di Giacomo Leopardi, che definisce una volta per tutte la nostra psicologia di fronte al mondo con il suo “sedendo e mirando”, portandoci nel cuore dell’anima antica marchigiana.

Grazie al poeta siamo giunti nell’archetipo territoriale. Il lavoro, la bellezza, il fare, l’abitare sono niente se non contempli lo spazio esistenziale e storico in una prospettiva universale di profonda umiltà. Uno spazio nel quale fermarsi, trovare “il tempo di perdere tempo”, per recuperare qualità e ordine interiore. Lo spazio umano per eccellenza, quello che vede nel territorio un’occasione di riflessione e forse di pace.

E questa poeticità affiancata alla concretezza territoriale la ritroviamo anche nell’imprenditoria dell’ultimo secolo. Il lavoro nelle Marche è infatti sempre in rapporto con la personalità e l’abitare. Creatività e personalità: qui ha ragione l’imprenditore Della Valle nel definire la società marchigiana una “società della reputazione”. Abitare per costruire, non viceversa, come notava “la filosofa marchigiana Letizia Perri”, rifacendosi a un concetto esistenziale heideggeriano. “Qualità della vita” è un refrain che non rende appieno in questo caso: io preferisco “qualità dell’esistenza”. Ha un tono più filosofico ed è più adeguato alla psicologia collettiva del luogo. Sussistenza materiale e “autenticità” esistenziale, un altro ideale, un altro modello ancora.

 

L’etica marchigiana, il futuro e il territorio

Comprendiamo meglio, ora, lo spessore del “modello economico marchigiano” nella sua complessità psicologica, la quale ci indica una valenza profonda anche nella storia economica e sociale della regione. Il lavoro come espressione etica oltre che utilitaristica perché, come sosteneva un pensatore d’altri tempi, “il lavoro non è una condanna per l’uomo, è il suo modo specifico di essere e farsi uomo”, ammesso che sia inserito in un ritmo vitale sostenibile.

E questa ricerca di tempi e modi si chiama “produzione di senso”. Ma io finora ho parlato della produzione di senso originaria, ripercorrendo un percorso tracciato e individuabile. Rimane l’incognita per il futuro, quel futuro che inizia domani nelle trasformazioni continue della società. Anche qui il mio approccio vuole essere kantianamente idealistico, normativo. Dico, pertanto, che il futuro sociale delle Marche dovrà passare su una riconsiderazione delle sue caratteristiche all’ interno della globalizzazione. La produttività, caratteristica antica della nostra terra, è chiamata a inserirsi nella contemporaneità; ma se è vero che i modelli archetipici si mantengono nel tempo non lo faremo acriticamente, ma con uno stile nostro. Forse anche recuperando la nostra mediterraneità, cercando sbocchi utilitaristici nel turismo e nelle produzioni enogastronomiche, ovvero incrementando il valore aggiunto del territorio nel valore sociale ed economico complessivo.

Ma nessuno sviluppo è pensabile senza che sia salvaguardata la produzione di senso ora accennata, e che ci ha accompagnato nella storia, quella che vuole un’esistenza votata alla medietà aristotelica, la giusta misura che non vuole eccessi perché nulla deve prevaricare la base etica dell’esistenza. E la cosa più particolare delle Marche risiede nel considerare il territorio, di cui andiamo raccontando, la base etica da cui ripartire ogni volta per sperare di rimanere una terra di ideali possibili.

Libero professionista specializzato nel settore della promozione territoriale, qualificato presso l’Università degli Studi di Urbino in “Comunicazione e Immagine Turistica” e nel settore della promozione enogastronomica come “Ambasciatore Territoriale dell’Enogastronomia”. Svolge la libera professione nelle Marche occupandosi principalmente di progettazione e organizzazione di eventi a carattere promozionale dedicati alla cultura, all’arte e all’enogastronomia regionale, con all’attivo oltre 50 eventi pubblici in territorio marchigiano improntati alla forma comunicativa dello “storytelling territoriale”. Nel campo della promozione enogastronomica è organizzatore di serate dedicate alla conoscenza dei prodotti tipici, presentati in contesti di grande attrattiva e piacevolezza. È autore del libro “Come queste Marche – idealismo della marchigianità” edizioni Leardini, pubblicato nel 2016, nel quale la regione viene analizzata nei suoi valori umanistici e caratteriali. Docente formatore, collabora in corsi di formazione e con istituti professionali turistici. È vicepresidente dell’Associazione Culturale Kairòs, associazione di promozione territoriale ed enogastronomica delle Marche. [ Guarda tutti gli articoli ]

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