Del petrolio versato in un barile.

Il petrolio dei ricchi, la benzina dei poveri

Le grandi crisi internazionali, come quella in Libia, minacciano di far impennare il prezzo del petrolio. Scopriamo quali sarebbero le ricadute sul mercato.

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Da qualche settimana la minaccia di un aumento del prezzo del petrolio fino a 80 dollari al barile, che avrà come conseguenza per i comuni mortali un aumento del carburante e dell’energia, aleggia sulla comunità finanziaria mondiale come un meteorite che potrebbe abbattersi sul pianeta nei prossimi mesi.

La marcia del generale Haftar verso Tripoli, le sanzioni verso l’Iran dopo la rottura con Donald Trump, la situazione esplosiva del Venezuela, sono tutti scenari di grave crisi che fanno presagire una forte instabilità dei mercati finanziari, un calo dell’offerta, e dunque un’impennata del prezzo del greggio. A lanciare l’allarme sono state alcune istituzioni finanziarie internazionali, come Bank of America Merrill Lynch; ma nella comunità degli affari circolano anche alcuni report autorevoli che confermano le previsioni della banca d’affari statunitense.

Un aumento inevitabile?

L’Oil Market Report di aprile (fonte OPEC), ad esempio, denuncia numeri alla mano una insidiosa inversione di tendenza rispetto al 2018. Nel rapporto mensile si legge: “L’enorme aumento della produzione di petrolio che abbiamo visto nel 2018 si è invertito in seguito all’attuazione del nuovo accordo di Vienna e alla crescente efficacia delle sanzioni contro Iran e Venezuela. La produzione dei paesi OPEC a marzo è stata di 2,2 milioni di barili al giorno rispetto a novembre e ora c’è incertezza riguardo alla Libia. La produzione dei produttori non OPEC nel primo trimestre 2019 è stata di 0,7 milioni di barili al giorno rispetto al quarto trimestre 2018. Questa inversione di tendenza ha contribuito a un forte aumento dei prezzi, con il greggio Brent che è passato da $50 / barile alla fine di dicembre a oltre $70 / barile di questi giorni”.

L’agenzia internazionale dell’energia non ha fatto altro che confermare queste previsioni: l’offerta dei Paesi Opec, che si misura attraverso l’oscillazione delle scorte, è in discesa, anche grazie alle scelte di politica internazionale di Russia e Arabia Saudita. Se questo trend dovesse continuare e la domanda globale non si riducesse ulteriormente l’aumento sarebbe inevitabile, e provocherebbe come effetto immediato l’incremento del costo della benzina. Se si tiene conto del fatto che il greggio è già aumentato del 30% dall’inizio dell’anno, si capisce perché le grandi banche d’affari e i governi occidentali siano preoccupati della piega che stanno prendendo le crisi politiche internazionali.

La geografia del petrolio: dalla Libia all’Iran

Per il momento le truppe del generale Khalif Haftar dirette verso Tripoli non sono ancora arrivate ai punti nevralgici che forniscono petrolio e gas all’Italia, ma se la situazione precipitasse, con la caduta di Tripoli il quadro muterebbe drasticamente.

Il terremoto libico, tra l’altro, potrebbe provocare un’altra gigantesca ondata di emigrazione verso l’Italia e l’Europa, con effetti imprevedibili sui mercati e sulle economie del vecchio continente. Mustafa Sanalla, presidente della libica National Oil Corporation, l’unica società che è neutra rispetto al conflitto tra il generale Haftar e il governo di Fayez al-Serraj sostenuto dall’Onu, ha mostrato pessimismo sulle pagine del Financial Times: “A causa delle dimensioni delle forze coinvolte temo che la situazione possa essere molto peggio che nel 2011”.

È proprio questo lo spettro che circola nella comunità degli affari. Il riferimento è alla caduta di Gheddafi, quando l’industria petrolifera libica, dopo la sua uccisione, si paralizzò provocando forti alterazioni nel mercato petrolifero.

Alla decisione presa dall’Opec di ridurre la produzione di petrolio si aggiunge la drammatica crisi economico finanziaria del Venezuela, dove, a causa di una possibile guerra civile, si è verificato un vero e proprio tracollo delle estrazioni petrolifere.

Le previsioni di Bank America Merrill Lynch non sono consolatorie rispetto a questo quadro grigio scuro. La banca d’affari statunitense prevede, a essere ottimisti, un prezzo del greggio sopra gli 80 dollari. Ma se la domanda proveniente dai Paesi emergenti salisse ancora fino a 400.000 barili al giorno, il deficit di offerta porterebbe il Brent, ovvero il prezzo del petrolio greggio, fino alla vetta dei 95 dollari al barile nella seconda metà del 2019.

Un’altra fonte di pericolo, spiegano gli analisti della banca statunitense, arriva dall’Iran. Dopo che l’amministrazione di Barak Obama aveva siglato l’accordo sul nucleare con l’Iran, promettendo in cambio un alleggerimento delle sanzioni, lo scorso maggio Washington ha fatto un clamoroso passo indietro gettando nel cestino le intese del suo predecessore e annunciando pesanti sanzioni. Tra queste la politica di Donald Trump dovrebbe toccare anche il nervo più scoperto e sensibile: le esportazioni di petrolio. Si tenga conto che Teheran fornisce circa 2,5 milioni di barili al giorno: se venisse a mancare quella quota l’offerta globale ne risentirebbe in modo rilevante.

Il calo della richiesta dei Paesi consumatori

Ma torniamo all’Oil Market Report. Il rapporto dell’Opec spiega che molto dipende anche dalla crescita economica dei Paesi consumatori di petrolio.

Si legge nel report: “Sebbene le principali fonti di crescita stiano bene, ci sono segnali contrastanti da altre parti. La domanda complessiva nei Paesi dell’OCSE è diminuita di 0,3 milioni di barili al giorno, il primo di questi è diminuito per ogni trimestre dalla fine del 2014, ed è probabile che sia nuovamente diminuito nel primo trimestre 2019 a causa della debolezza in alcune economie europee, con forse più vendite se c’è una Brexit disordinata. Vi sono incertezze in Argentina e Turchia e segnali di una modesta ripresa della domanda in Medio Oriente, nonostante gli stimoli forniti dall’aumento dei prezzi del petrolio greggio”.

Il rapporto cita anche le valutazioni fatte dall’FMI. “Le preoccupazioni sui colloqui commerciali permangono e l’umore sarà influenzato dal recente downgrade alla crescita del PIL globale da parte del Fondo Monetario Internazionale, anche se si dovrebbe notare che il FMI non prevede una recessione nel breve periodo. Chiaramente, i prezzi del petrolio a $70 per Brent sono meno confortevoli per i consumatori di quanto non fossero all’inizio dell’anno e l’AIE ha regolarmente messo in guardia contro i pericoli di un aumento ancora più elevato dei prezzi. Solo il tempo ci dirà se le nostre attuali previsioni sulla domanda si dimostrano accurate, ma i rischi sono attualmente al ribasso”.

Bruno Perini è nato a Milano il 21 novembre del 1950. E’ diventato professionista nel 1987. Giornalista economico finanziario e politico giudiziario, ha lavorato per circa trent’anni al quotidiano il manifesto. Per due anni ha lavorato al settimanale della Rcs Il Mondo. Ha collaborato con Prima Comunicazione, con il Sole 24 ore, con Radio 24 come conduttore della rassegna stampa, con il Corriere della Sera, con l’agenzia Asca.‏ [ Guarda tutti gli articoli ]

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