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Inutile e inestimabile: la riunione di lavoro si fa libro

Inutile e inestimabile: la riunione di lavoro si fa libro

L'autore TV Pietro Galeotti, intervistato da SenzaFiltro, racconta la sua esperienza nel libro "La riunione": "Un ritrovo insoddisfacente e fondamentale. Così nascono i programmi televisivi".

Quanti trascorrono gran parte della propria vita lavorativa in una sala riunioni? Tanti.

E quanti pensano che, al netto delle decisioni da prendere, la maggior parte del tempo speso in riunione comprenda lunghi silenzi, atteggiamenti che esprimono tanto ma non significano nulla e appunti che per la maggior parte sono fatti di scarabocchi? Tutti.

È proprio uno scarabocchio quello che campeggia sulla copertina de La riunione (Feltrinelli, settembre 2021), disegnato da un collega dell’autore del libro, Pietro Galeotti, nel corso di una delle numerose riunioni a cui ha preso parte.

Abbiamo intervistato per SenzaFiltro proprio Pietro Galeotti, classe 1964, autore televisivo e giornalista, ex direttore della rivista Linus e collezionista di “meeting art”, che racconta in chiave ironica in che cosa consiste il suo mestiere e che cosa c’è dietro la messa in onda di un programma televisivo.

Il libro è una raccolta di appunti presi in riunione, un flusso di coscienza impetuoso, da cui ogni tanto l’autore si prende una pausa per stilare l’elenco degli invitati a un suo eventuale funerale o per scrivere una lettera d’invito a Michelle Obama a un suo programma, simbolo dell’ospite impossibile.

Da ciò che emerge dal suo libro sembra che ogni riunione si svolga sul filo del rasoio, si lavora nel registro della continua incertezza e dell’improvvisazione assoluta. È sempre così?

Quanto ho scritto non si discosta tanto dalla realtà, perché le riunioni sono liquide per loro natura e ho voluto far emergere il loro senso di imprevedibilità. Le riunioni sono quel lungo momento della creazione in cui un gruppo di autori è chiuso in una stanza con l’obiettivo di portare a casa lo spunto per un programma televisivo, uno sketch comico, la soluzione a un problema di scaletta o il nome di un ospite affinché la messa in onda sia efficace, soddisfi il committente e soprattutto lo spettatore. È un processo creativo che si svolge con logiche, tempi e modi sempre diversi. L’autore televisivo non ha un modus operandi sempre uguale, ogni volta è come trovarsi per la prima volta ad affrontare esigenze e problemi nuovi. I momenti di tensione e di stallo sono prevalenti rispetto all’idea che folgora in un secondo e funziona. Ma fino a quel momento la situazione è insoddisfacente per tutti, c’è uno stallo pneumatico dove tutti si muovono con grande prudenza, in cui ciascuno sta attento nel pronunciarsi con un’idea sciocca, intempestiva o inadeguata.

Tra i programmi che ha scritto quali sono stati quelli di maggior successo, in termini di pubblico o di soddisfazione professionale? Ce ne sono riferimenti nella Riunione?

Non ci sono riferimenti diretti, ho preferito non citare i programmi. Ognuno ha un proprio destino e traiettoria. Nell’esperienza professionale che riverso nel libro ci sono programmi che sono nati davvero nei termini riportati ne La riunione. Un esempio è “Vieni via con me”, scritto con Fabio Fazio e Roberto Saviano, nato esattamente rispetto al modello narrativo immaginato. Diversamente, “Che tempo che fa” è nato in un certo modo ma poi ha cambiato pelle diventando quello che è oggi e continuando a modificarsi strada facendo.

E quello che non avrebbe mai voluto scrivere, ma che purtroppo è andato in onda? Ci sono rifermenti nel libro?

Non ci sono programmi che non hanno avuto successo. Piuttosto mi sento di essere riconoscente, dal punto di vista professionale, anche verso i programmi meno fortunati, con pochi ascolti ma fatti con grande qualità.

Negli ultimi due anni, causa pandemia, la TV ha ritrovato un successo inaspettato, ma il suo ruolo era in crisi. Come è cambiato il linguaggio della tv in questo paio d’anni?

Un aspetto inedito per la tv emerso nel corso della pandemia è stata l’assenza di pubblico nei programmi, uno fra tutti il Festival di Sanremo. Lì si è vista la capacità dei conduttori di portare avanti uno show, nonostante l’assenza di un aspetto strutturale delle trasmissioni, in particolare quelle dal vivo. Ma a parte ciò, il linguaggio della tv generalista non è cambiato molto, è rimasto fedele alla sua storia e alla sua classicità. Gli autori possono sperimentare di più sulle piattaforme web, Sky per prima, e poi Amazon e Netflix, che nascono proponendo prodotti d’importazione, ma che negli ultimi tempi hanno proposto prodotti italiani, scritti da autori italiani, con un linguaggio e un’estetica nuovi, che tracciano la strada per la tv del futuro. Ciò ha determinato non una crisi della tv, ma una tv che va due velocità: quella generalista, che avrà sempre il suo pubblico tradizionale e più vasto rispetto ad altri mezzi di comunicazione, e le piattaforme, che tendono a soddisfare con un linguaggio più moderno, i gusti di una platea più giovane e attenta alla contemporaneità.

Chi decide davvero come sarà un programma?

Non c’è una risposta unica. Il committente può essere la rete o una casa di produzione. Rai, Mediaset o La7 convocano un gruppo di autori o una casa di produzione televisiva per realizzare una prima serata d’intrattenimento, un varietà o un programma di informazione, e sulla base di questi input s’inizia a lavorare. Gli autori poi propongono il progetto alla casa di produzione o direttamente alle reti, sperando che vada in porto. Accade sempre più spesso che il committente sia la casa di produzione, che acquista format stranieri e si affida agli autori affinché li rendano appetibili al gusto degli spettatori nostrani e compatibili con l’identità della rete.

È quindi tutto deciso a monte o c’è un margine di improvvisazione nella realizzazione di un programma?

L’improvvisazione è pochissima, si presenta quando bisogna inventare un programma di sana pianta. È successo con lo psicoterapeuta Massimo Recalcati, per “Lessico Famigliare”. Ho proposto il progetto a Recalcati che lo ha accolto bene e arricchito, poi l’ho proposto al direttore dell’epoca di Rai 3, Stefano Coletta, che lo ha valutato positivamente e messo in onda. È un caso limite, ma spesso è un direttore che mi propone ciò che vuole per la rete.

Ci sono diverse generazioni di autori che lavorano a uno stesso programma?

Sarebbe una buona regola, ma non sempre accade, perché gli stessi gruppi d’autori tendono a “riprodursi tra loro”, soprattutto se lavorano insieme da tanti anni. Ma anche nei gruppi consolidati ci sono energie fresche che sono molto utili, perché arricchiscono il lavoro portando punti di vista e interessi nuovi che spezzano la routine dei meccanismi e delle scelte degli autori della vecchia guardia.

È stato il suo mestiere a sceglierla ed è diventato autore per caso e giovanissimo, a 19 anni. Come si diventa oggi autore televisivo?

L’unico modo per diventare autore è lavorare. Il mio caso è irrepetibile. Una volta si entrava in una redazione, oggi si entra in un gruppo di lavoro e si cresce sul campo; all’inizio possono presentarsi degli inciampi, sui quali forgiare la propria esperienza e capire poi come muoversi bene sul lavoro. Non c’è un fondamento teorico. Ci sono scuole di comunicazione e scuole specifiche che forniscono una buona base teorica, si possono fare stage, ma la cosa fondamentale per fare questo mestiere è entrare in un gruppo di lavoro e cercare di assimilare il più possibile l’esperienza dei veterani e di proporre le proprie competenze, e così costruire la propria carriera.

Dagli appunti delle sue riunioni emergono situazioni paradossali, frustranti, rapporti con persone strampalate e personaggi ai confini della realtà. Come riesce a fare bene il suo lavoro? 

È proprio grazie a questo che riesco a fare bene il mio lavoro. L’essere sempre a contatto con persone eccentriche, desideri strani e progetti bizzarri è la benzina per il lavoro di un autore. La bizzarria a volte è sfiancante, ma porta punte di allegria che non tutti i mestieri hanno la fortuna e il privilegio di avere.

Che cosa rappresenta Michelle Obama?

Michelle Obama è l’iperbole dell’ospite che non verrà mai in nessun programma, che semina grandissime frustrazioni in noi autori, in particolare tra i più fragili e i più sensibili. In questo periodo l’emblema dell’”ospite impossibile” è Mario Draghi: qualunque programma politico farebbe carte false per averlo in studio e nessuno, per ora, c’è mai riuscito. È un caso abbastanza clamoroso.


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In copertina foto di Christina Morillo da Pexels