Una giovane donna dorme su un banco, vittima delle storture della formazione italiana

La formazione italiana? Basta che paghi

Una critica alla formazione italiana, troppo spesso appiattita, conservatrice e insufficiente. Con una proposta di modello per migliorarne i criteri.

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Come ogni anno, a settembre si assiste alla pubblicazione di bandi che invitano a partecipare a corsi di formazione di vario livello, dal professionalizzante a quello breve e intensivo, somministrati sia in aula sia on line. Anche corsi di laurea e master universitari vengono pubblicizzati per creare prospettive di lavoro che nella realtà si rivelano essere estremamente rare.

Il numero sempre più elevato di corsi di formazione, a pagamento o finanziati con fondi pubblici, organizzati per il conseguimento delle più disparate o presunte qualifiche professionali, fa dubitare che la loro organizzazione e gestione siano davvero utili. Forse lo sono per i docenti che lavorano in questo settore e per le agenzie formative, ma non sempre per gli studenti alla ricerca di competenze da tradurre in nuove opportunità di impiego.

I corsi di formazione professionale sono realmente organizzati per formare e costruire nuove competenze, per acquisire nuove conoscenze, basate su richieste concrete? Quali sono le reali possibilità di trovare un lavoro per le persone che frequentano questi corsi, con la speranza di cambiare la propria condizione socioeconomica?

Nella maggior parte dei casi, la risposta a queste domande è negativa.

 

Formazione senza innovazione

La formazione, in generale, è un’importante occasione di cambiamento, di crescita personale e professionale. Affinché possa tradursi in concrete opportunità di impiego è necessario che crei nuove competenze (hard e soft skill), adatte a soddisfare i nuovi bisogni di aziende e mercati in continua trasformazione, trainata dalla incessante evoluzione della tecnologia.

Sfortunatamente, nella maggior parte dei casi è possibile notare che l’offerta formativa non riesce ad allinearsi a questo dinamismo, specialmente in Italia, creando dei vuoti di competenze difficili da colmare.

Troppe volte le agenzie formative, invece di costruire dei percorsi in grado di fornire le competenze necessarie, preferiscono replicare corsi già fatti in passato o imitare il catalogo di altre agenzie concorrenti, scelta che non solo impoverisce l’offerta formativa, ma che ne livella verso il basso qualità e contenuti.

È vero che è più comodo utilizzare i docenti che si hanno a disposizione su percorsi collaudati. È vero anche che questo atteggiamento replica il modello formativo scolastico e universitario, che tende a standardizzare conoscenze e competenze, riferite a categorie (ADA, Aree Di Apprendimento) difficilmente al passo con le esigenze dei futuri lavori.

Non sono esenti da questo paradosso neanche i corsi più frequentati: quelli per la formazione obbligatoria e l’aggiornamento delle competenze dei professionisti iscritti in Albi o riconosciuti per legge (legge 14 gennaio 2013, n. 4), come ad esempio amministratori di condominio, consulenti per la sicurezza e coach. L’obbligo della frequenza per l’acquisizione dei crediti formativi rischia di distogliere l’attenzione dalla qualità dei contenuti e dalla serietà dei soggetti attuatori.

 

Quando la formazione favorisce l’immobilità

Corsi di formazione davvero in grado di creare e fornire nuove competenze sono difficili da trovare. Le scuse più comuni sono: risorse finanziarie limitate, mancanza di docenti adeguatamente formati, difficoltà a trovare opportunità di lavoro per i partecipanti.

La formazione professionale, che dovrebbe stimolare il cambiamento, finisce di fatto per favorire lo status quo. Ciò che è nuovo non è utilizzato o è di scarso valore; è difficile da raggiungere, da capire e realizzare in nuove opportunità di lavoro. Ciò che è conosciuto, invece, è più comodo e facile da realizzare.

La formazione professionale, quindi, contribuisce a far sì che molti possano mantenere le loro posizioni, e in particolare favorisce:

  • i professionisti, sempre più specializzati;
  • i docenti dei corsi, che si avvalgono di opportunità di lavoro per le lezioni da svolgere;
  • i dipendenti degli istituti di formazione, che hanno ottenuto – loro sì – un lavoro;
  • le agenzie formative che, con corsi a pagamento, molte volte finanziati da fondi pubblici e spesso dall’Unione europea, ottengono un margine molto elevato, con grande soddisfazione dei loro azionisti.

Esiste poi il problema di coloro che si comprano attestati e qualifiche. L’Italia è il paese in cui “basta che paghi”, e questo vale anche e soprattutto per la formazione. Chi fa il mio mestiere (consulente del lavoro e formatore) e conosce la situazione dei corsi sulla sicurezza, per esempio, non si può stupire di quello che è successo al ponte Morandi di Genova. Troppe volte i corsi non vengono frequentati e basta pagare per ottenere gli attestati. Spesso sono le stesse aziende a chiederlo; da quello per addetto antincendio a basso rischio o di primo soccorso, a quello HACCP per la sicurezza alimentare. Come avviene anche, del resto, per certe certificazioni qualità, ridotte a una sorta di patente a punti.

 

Un modello per fare buona formazione

L’analisi dei temi discussi e il paradosso che ne è emerso portano alla conclusione che il processo di formazione, per essere veramente efficace, deve essere ben organizzato e gestito. La formazione professionale, soprattutto se rivolta a adulti che hanno perso il lavoro e che devono essere aiutati a trovarne un altro, deve essere basata su un progetto concreto e sostenibile, con reali possibilità di impiego o di lavoro autonomo per i partecipanti.

In altre parole, per fare una buona formazione è necessario:

  1. un modello che definisca le fasi che compongono il progetto di formazione, preferibilmente sviluppato a livello individuale;
  2. un leader e un modello di leadership, in grado di motivare e seguire davvero i partecipanti in ogni fase del progetto, anche dopo la sua conclusione.

Ciò significa che, per essere in grado di creare reali opportunità di nuova occupazione, la formazione professionale deve raggiungere i propri obiettivi attraverso una leadership sostenibile. L’intero progetto formativo deve essere realizzato e gestito adattando il modello alle situazioni concrete, in ogni singola fase.

 

 SHARED MODEL OF GOOD PRACTICES – CIRCULAR SCHEME

Grafico: shared model of good practices

 

Questa esigenza è emersa durante gli incontri e le discussioni su questi temi tra i partecipanti al progetto europeo A.W.A.R.D., Adults & Work, an Aid to Reduce the Distance. Il progetto, durato due anni, ha coinvolto quattro Paesi: Bulgaria, Francia, Italia e Turchia.

Il processo di empowerment dei partecipanti è assolutamente essenziale, così come l’analisi preliminare del mercato del lavoro, al fine di verificare l’esistenza di una concreta possibilità di trovare, al termine del corso, un reale sbocco occupazionale. Allo stesso modo, il modello fornisce l’analisi della sostenibilità del progetto, in tutti i suoi aspetti: personale e umano, ambientale e finanziario. Devono essere prese in considerazione tutte le variabili di riferimento, comprese le esternalità e gli impatti positivi, non sempre misurabili in denaro o altri parametri economici.

Il progetto formativo è realizzato come un vero e proprio viaggio, le cui tappe sono rappresentate da ogni passo, da intraprendere non necessariamente con un criterio logico-sequenziale ma piuttosto circolatorio, alimentato dal circuito del feedback.

Come tutti i modelli è suscettibile di miglioramenti, ma il suo obiettivo principale è e resta quello di riportare le persone al centro del processo formativo.

La formazione tornerà ad avere un ruolo preminente per le persone e per il cambiamento quando si sposterà l’attenzione dalla quantità alla qualità, tenendo presente che l’obiettivo non è quello di trovare i partecipanti a un corso, ma fornire un corso adatto alle reali esigenze dei partecipanti.

 

Il grafico in questo articolo è stato elaborato da Francesco Tedeschi e Patrizia Quattrone. Contenuto, testi e immagini sono di proprietà degli autori e della EDASET CONSULTING Ltd, sono protetti dal diritto di autore e dal diritto di proprietà intellettuale.

Consulente del Lavoro, MBA (U.S.A.), ultimi due esami da sostenere per la Laurea Triennale in Scienze Giuridiche, è docente per i corsi di formazione della CCIAA Maremma e Tirreno e di altre Agenzie Formative. Professionista contabile, Tributarista e Revisore Legale dei Conti, ha avuto importanti esperienze come Responsabile Amministrativo del giornale “Il Messaggero Marittimo” e Direttore Amministrativo e Finanziario del terminal portuale LTM di Livorno. Ha ricoperto ruoli di consulente di direzione, amministratore e revisore per emittenti televisive locali, testate giornalistiche, società di ingegneria, aziende a partecipazione pubblica. Consigliere Comunale dal 1995 al 1999, è stato amministratore dell’Istituzione per i Servizi alla Persona del Comune di Livorno dal 2006 al 2009. Associato dell’Institute for Social Banking, si occupa dal 2013 di economia e finanza etica, microcredito e valute complementari. [ Guarda tutti gli articoli ]

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