Popcorn e occhiali in una sala cinematografica: nel settore si prepara una guerra a Netflix.

La guerra a Netflix di cui l’Italia non sa nulla

È una vera e propria guerra a Netflix quella che si prepara nel mondo dell'entertainment. Ne scopriamo i protagonisti con l'esperto Augusto Preta.

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Al quartier generale di Netflix, a Los Gatos, in California, si stanno preparando a respingere l’assedio. Si dice che Reed Hastings e Marc Randolph, i due fondatori del colosso statunitense nato nel 1997 e quotato a Wall Street con una capitalizzazione di 157 miliardi di dollari (che gli garantisce il primato nel mondo tra le media company), soffrano della sindrome di accerchiamento. E da ciò che di recente sta accadendo nel pianeta dello streaming, della produzione cinematografica e di quella televisiva, non gli si può dar torto.

Sembra di capire, dalle analisi di mercato degli operatori del settore, che gli accordi, le alleanze e le strategie che si stanno verificando tra i concorrenti del gigante californiano prefigurino una dichiarazione di guerra a Netflix, che detiene ormai da anni una posizione dominante nel settore video streaming. Ne parliamo con Augusto Preta, fondatore di ITMedia Consulting, consulente dell’Agcom, collaboratore della Voce e docente dell’Università Europea di Roma.

Che cosa sta accadendo in questo movimentato settore? Davvero, come ha scritto su La Voce, si sta preparando un assalto al monopolio di Netflix? 

Dalle ricerche che abbiamo condotto in ITMedia Consulting pare proprio che sia così. I grandi gruppi del settore hanno deciso di fare fronte comune contro l’espansionismo di Netflix. Tenga conto che Netflix, con i suoi 140 milioni di abbonati, è di gran lunga il primo operatore al mondo di un settore in continua espansione. I servizi di video streaming come Netflix conquistano una parte sempre più consistente del tempo dedicato dagli individui e dalle famiglie al consumo di intrattenimento, sostituendo la televisione tradizionale e la pay tv quale prima modalità di accesso a film e serie. Inoltre, la consistente perdita di quote di ascolto da parte della cosiddetta tv lineare tradizionale e la riduzione dei ricavi a vantaggio delle nuove piattaforme di video streaming hanno di fatto trasformato il settore televisivo e dei contenuti audiovisivi, prima negli Stati Uniti, e oggi in Europa e in molte altre parti del mondo.

Quali sono i gruppi che stanno preparando l’assalto al monopolio di Netflix? Da che cosa si deduce questo accerchiamento di Netflix? 

Da una serie di fatti che si sono verificati nei mesi e nei giorni scorsi. Il fatto più rilevante – a mio parere – per capire che cosa sta accadendo nell’universo dei media è la definizione dell’accordo tra Disney e Murdoch. Walt Disney Company ha ufficializzato l’acquisizione di buona parte di 21st Century Fox, la grande multinazionale di proprietà di Rupert Murdoch che tra le altre cose possiede la casa di produzione cinematografica 20th Century Fox, per 71,3 miliardi di euro in azioni.

Mi pare che non ci sia soltanto Walt Disney a prepararsi all’assalto di Netflix. Nessuno vuole perdere il mercato miliardario dell’entertainment.

Ha iniziato per prima Amazon (Prime video), a cui seguiranno, da qui all’inizio del prossimo anno, Warner acquisita da AT&T, Disney (insieme a Fox), Sky acquisita da Comcast, e Apple (TV+). E anche qui gli investimenti in acquisizione dei contenuti sono impressionanti. Se al primato di Netflix, con 140 milioni di abbonati nel mondo, corrisponde un livello di investimenti pari a 12 miliardi di dollari, non paragonabili a quelli dei rivali di ieri, Disney mette ora sul piatto una cifra stratosferica: 23,8 miliardi, seguita da Comcast con 21 miliardi e Warner Media con 14,3 miliardi. Queste cifre indicano che i grandi gruppi del settore hanno deciso di affrontare il ciclone Netflix offrendo al mercato centinaia di nuovi servizi e dando vita a un processo di consolidamento che non ha precedenti nella storia dei media. È per questo che stiamo monitorando giorno per giorno la metamorfosi che si sta verificando in questo settore supportato dalla rete Internet. D’altronde, messa in ginocchio l’industria della pay tv e trasformata radicalmente quella cinematografica, Netflix non poteva pensare di rimanere ancora a lungo l’unico grande operatore in grado di offrire servizi di video streaming in abbonamento (serie e film in particolare) agli utenti di tutto il mondo.

Non c’è il pericolo che si passi dal monopolio all’oligopolio? 

Sono modelli di business diversi. Il più agguerrito è il gruppo Disney, che non si accontenta di fare concorrenza al gruppo di Reed Hastings e Marc Randolph. Nel regno dell’intrattenimento di Burbank si studia una vera e propria guerra frontale a Netflix. La strategia è di non farsi cannibalizzare dal potentissimo media group. Non a caso la Walt Disney recentemente ha rinegoziato tutti i contratti, impedendo a Netflix di mandare in onda i suoi contenuti. Inoltre gli strateghi di Walt Disney hanno deciso di tenersi l’esclusiva dei loro prodotti a prezzi identici a quelli di Netflix. Amazon e Apple, invece, preferiscono una strategia di accerchiamento. Gli investimenti dei due colossi sono principalmente nei film e nelle serie, ma anche nello sport e nei canali televisivi. At&t punta invece a un modello che ho definito ibrido, ovvero in parte free e in parte a pagamento. Ma la vera svolta sta nel fatto che tutti i gruppi che hanno deciso di fare la guerra a Netflix sono costretti a piegarsi al suo modo di stare sul mercato. L’innovazione di Netflix infatti consiste nell’aver introdotto in questo settore il business to consumer, e dunque nell’aver eliminato il costo dell’intermediazione tra produttore e distributore, un accorciamento della filiera che ha consentito a Netflix, a differenza del più costoso business to business adottato finora dai concorrenti come Sky, di avere offerte a costi molto bassi. La trasformazione vede i soggetti internet nativi o tecnologicamente più evoluti (Netflix, Amazon, Apple) in grado di rispondere più rapidamente al nuovo ecosistema, mentre al contrario impone un salto culturale drammatico, di tipo darwiniano, alle nuove società frutto delle concentrazioni: dopo aver dominato il mondo per quasi un secolo, dovranno adesso dimostrare una straordinaria capacità di adattamento all’evoluzione in corso se non vorranno, in breve tempo, scomparire.

E l’Italia, in questa corsa all’entertainment, ha la possibilità di entrare nell’Olimpo dei grandi produttori di video, cinema e tv, o è destinata a subire la colonizzazione culturale? 

L’Italia è in forte ritardo rispetto agli Stati Uniti e al nord Europa. Anzi direi che ha perso il treno. Se vogliamo guardare in faccia alla realtà direi che l’Italia è piuttosto allineata con i paesi del sud Europa. Ormai è difficile recuperare questo gap: le dimensioni di questo mercato, come si è visto, sono enormi, e da noi non c’è nessun operatore nazionale che sia in grado di competere con i colossi Usa o anglosassoni.

Bruno Perini è nato a Milano il 21 novembre del 1950. E’ diventato professionista nel 1987. Giornalista economico finanziario e politico giudiziario, ha lavorato per circa trent’anni al quotidiano il manifesto. Per due anni ha lavorato al settimanale della Rcs Il Mondo. Ha collaborato con Prima Comunicazione, con il Sole 24 ore, con Radio 24 come conduttore della rassegna stampa, con il Corriere della Sera, con l’agenzia Asca.‏ [ Guarda tutti gli articoli ]

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