Stefania Suzzi, imprenditrice e atleta romagnola

La Romagna cerca lavoratori, non solo turisti

Lavoro, non solo in Emilia: c'è tutta una Romagna che ambisce a raggiungere l'altra metà della regione. La romagnola Stefania Suzzi ne parla a Senza Filtro.

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Per parlare e analizzare la cultura del lavoro in Romagna bisogna partire dalla storia del territorio. Un passato fatto di piccole comunità rurali i cui valori sono ancora fortissimi all’interno delle imprese, perlopiù fondate e a volte ancora guidate da generazioni di uomini e donne e dai loro figli. La figura del contadino richiama concetti come tradizione e lealtà, ma anche chiusura e resistenza verso il nuovo; e oggi che le parole flessibilità e innovazione vengono chiamate in causa anche davanti a una piadina, la cultura romagnola potrebbe sembrare spacciata.

Però è un attimo rovesciare il punto di vista: “Siamo tutti ancora alla ricerca della ricetta per adeguarci ai cambiamenti inaspettati, e i contadini su questa ricerca hanno fondato il loro successo, da sempre. Del resto niente è più imprevedibile (e a volte devastante) di ciò che le stagioni vorranno essere”.  Il punto di vista rovesciato è quello di Stefania Suzzi, atleta, consulente e imprenditrice, ma prima di ogni altra cosa, romagnola. È lei a spiegare le dinamiche non solo strutturali, ma anche caratteriali di una cultura d’impresa radicata e profonda, e di come questa ha affrontato le stagioni, anzi le perturbazioni del cambiamento.

 

 

Quali sono i valori fondanti della cultura del lavoro in Romagna?

Uno di questi è la fatica. Una fatica che è dedizione, e non è da rifuggire o rinnegare. Anzi: è una condizione della quale qualche volta lamentarsi, ma anche andare fieri. La Romagna è una terra di paesi, di piccole comunità. Qui non esistono grandi città e le persone si sono sempre sentite protette e riconosciute all’interno di questo mondo fatto di “figli di… e nipoti di…” . Non c’è quindi da stupirsi se le nostre imprese, anche quelle più grandi, aspirino a volte in modo irrealistico a essere glocal: globali nel business ed estremamente locali nel team.

Il fatto di essere così votati al locale rispetto alle risorse umane fa parte dei limiti o è una risorsa?

È spesso un limite. Le nostre aziende avranno sempre più bisogno di professionalità non romagnole, ma non sono pronte ad attivare dei supporti al trasferimento. Gli imprenditori ancora non sono abituati a vedere come normale il supporto a chi si trasferisce. Da questo punto di vista c’è molto lavoro da fare, anche perchè il nostro territorio non può coprire tutte le professionalità necessarie al sistema impresa.

Invece l’imprenditore romagnolo preferisce un dipendente che vive in Romagna perché la ritiene una garanzia del fatto che lavoreranno insieme per molto tempo.

Questo è un paradigma radicato. È un sentimento bellissimo che ha origine nella nostra cultura, ma non è più così funzionale. Oggi è fondamentale intraprendere nuovi percorsi con le risorse umane. Percorsi che possono anche non essere definitivi, ma che lasciano alle aziende qualcosa di importante dal punto di vista delle competenze.

La gestione delle risorse umane è quindi da ripensare?

Qui il lavoro non è mai mancato. Fino a dieci anni fa non c’era bisogno di fare troppa attenzione ai processi interni, agli sprechi e alle inefficienze. C’era, come si dice qui da noi, “il brodo grasso”, e certi meccanismi non erano contemplati. Ma quando il brodo è evaporato, i cambiamenti non si sono fatti attendere e finalmente si è cominciato a parlare di Lean, di industria 4.0 e di automazione. Questi concetti sono già entrati nel linguaggio delle nostre aziende, che non hanno sempre operato così, ma quando è arrivata la complessità si sono adeguate.

In che modo si è sviluppato l’adeguamento e a che punto è in termini di risorse umane?

Tutte le aziende romagnole hanno una matrice commerciale, sono sempre state spinte verso il cliente e verso la realizzazione di prodotto. Con la crisi improvvisamente hanno capito che dovevano inserire professionalità che guardassero anche verso l’interno e non soltanto verso l’esterno. Ciò che era venuto a mancare dal punto di vista della commessa si doveva recuperare con la marginalità. Il processo si è sviluppato più o meno così: prima gli imprenditori hanno messo a posto la casa, ora stanno guardando alle persone.

Oggi come si fa ad attrarre talenti e a trattenerli?

Fino all’altro ieri gli imprenditori erano convinti che ci fossero platee di lavoratori disponibili che non vedevano l’ora di entrare in azienda, e quindi non si erano posti il problema di misurarsi con la competizione in termini di selezione del personale. Oggi si sono resi conto che le professionalità interessanti sono già occupate e ambiscono a condizioni migliorative. Quindi si è cominciato a ragionare in termini di attrattività, di welfare e di motivazione, perché oggi è ovvio che per le professionalità interessanti c’è un mercato ampio.

E invece, se parliamo di rete e di rapporti tra imprenditori, quali sono le caratteristiche del territorio?

C’è un problema di distretti. Quello delle calzature per esempio è molto lontano dal distretto della moda milanese e la geolocalizzazione in questi casi è importante. Poi in Romagna si lavora tanto sull’alimentare, ma non c’è un vero e proprio distretto dedicato come quello di Parma. Allo stesso modo Faenza è un centro importante per la ceramica, ma non si può neanche lontanamente paragonare al distretto modenese.

Cosa manca ai distretti romagnoli?

Non sono ben strutturati come in altre aree. Inoltre il marketing territoriale, tanto delle istituzioni che delle imprese, è ai buoni livelli nel turismo ma è probabilmente inadeguato per gli altri settori produttivi. Ovviamente questo non aiuta ad attrarre le professionalità più all’avanguardia che devono scegliere di lavorare in “periferia” rispetto ai distretti ben più noti. A questo si aggiunga che, in riferimento alle infrastrutture, non mancherebbero scuse per non fare impresa. Alcuni collegamenti sono a dir poco insufficienti: sembra che ci si dimentichi che anche Ravenna fino alle porte di Ferrara è Romagna (sono tristemente note le condizioni della strada statale Romea che collega Ravenna e Venezia e che è stata ribattezzata Strada Killer, N.d.R.). Nonostante ciò, si intraprende. La matrice contadina ci ha insegnato a saper fare (e bene) con quello che si ha.

Se parliamo di cultura del lavoro in senso più ampio e non solo di cultura di impresa, che cosa caratterizza la Romagna?

Il nostro territorio ha sempre fornito opportunità di lavoro anche alle persone che erano ancora in formazione. Il polo turistico, ma anche quello ortofrutticolo, essendo a forte stagionalità, hanno sempre permesso di far esplorare il mondo del lavoro a chi ancora studia. “Fare la stagione” fa parte della nostra cultura, perché lavorare mentre si studia permette di guadagnare e sperimentare l’indipendenza, e insegna a confrontarsi con le regole, le aspettative e le relazioni professionali

Poi il settore del turismo ha sempre avuto un approccio non-glocal.

Il turismo ha sempre avuto un gran bisogno di personale e quindi ha sempre accolto anche i “non romagnoli”. Lì c’è un’abitudine molto forte ad attrarre persone da fuori, perché quelle del territorio non sono mai state sufficienti a coprire tutto il fabbisogno.

In pratica la capacità di accogliere tipica del turismo e delle località di mare dovrebbe essere importata in azienda.

Dell’accoglienza dobbiamo fare sistema non solo per attrarre turisti, ma anche lavoratori. Conosco tante persone che hanno rinunciato a retribuzioni più alte, magari a Milano, perché volevano una qualità della vita diversa. Le nostre aziende devono imparare a valorizzare il territorio in termini di opportunità, perché sicuramente non hanno il potenziale di spesa di altre grandi strutture, ma hanno intorno tutto un sistema di servizi, di asili, di piccoli paesi e ritmi di vita che fanno la differenza. Ci sono tanti elementi che devono entrare nel linguaggio delle aziende per attrarre personale. Bisogna monetizzare non solo lo stipendio, ma anche il contesto. In Romagna si vive bene e questo aspetto deve essere capitalizzato.

E il fenomeno degli immigrati di ritorno lo dimostra.

In effetti il glocal è alimentato anche da tutte quelle persone che sono andate fuori per studiare o lavorare, ma che poi sono volute rientrare. Qui il senso di comunità è fortissimo, per questo quando ti presenti ti chiedono sempre: “Te AD chi SIT è fiol?” (tu di chi sei il figlio?).

Giornalista per indole, fotografa per passione. Immagina, progetta e scrive dall'ultimo anno di materna. Ama vedere la realtà da alternativi punti di vista e viaggiare con lo sguardo, con la mente e con tutti i mezzi consentiti. Non crede nei confini netti, né geografici né sociali. Ama ascoltare, più che parlare. E crede nel potere della parola, quella viva, quella materia prima che può insegnare, educare e coinvolgere. Dopo la laurea in Scienze Politiche e un master in comunicazione ha lavorato 10 anni per una casa editrice bolognese. Oggi collabora con Cefa, una Ong che promuove progetti di sviluppo per l’agricoltura nei paesi del Sud del mondo, e con Terzo Tropico, un’associazione culturale che realizza reportage, mostre e volumi fotografici. [ Guarda tutti gli articoli ]

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