L’economia circolare non serve mai a un solo scopo

Guardiamo da vicino alcune aziende che rappresentano al meglio il principio dell'economia circolare: cambiare i paradigmi, non declinarli diversamente.

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La responsabilità sociale delle imprese, o CSR, sta riempiendo parole a vuoto.

“Molto spesso si tratta solo di dichiarazioni di comodo che non intaccano nella sostanza il modello di business precedente”, afferma Sebastiano Renna, CSR Manager di SEA Aeroporti, in una intervista del 2015 (ma ancora attuale). “Non bisogna fare ricorso a sofisticati ragionamenti o sottili argomentazioni per dimostrare che la CSR è tutt’altro che strategica nel sistema economico corrente. È piuttosto la foglia di fico di un modello manageriale svuotato di senso e inadatto a offrire metodi di lavoro adeguati alle complessità dei nostri tempi”.

Quello che afferma Renna relativamente alla CSR vale anche per un altro tema di moda come l’economia circolare: sempre più persone ne parlano, ma il più delle volte senza comprenderne la possibile portata rivoluzionaria per nuovi prodotti e servizi.

 

Che cos’è l’economia circolare?

L’economia circolare non è solo un modo intelligente di riciclare i rifiuti, o di riutilizzare in modo creativo oggetti e materie prime già esistenti. L’economia circolare è molto di più, come ho avuto modo di capire parlando con Antonio Castagna, formatore esperto in tematiche ambientali, che mi ha aiutato a comprendere il cambio di paradigma connesso a questo tipo di economia.

Il tema, infatti, non è tanto quello di sostituire un prodotto usa e getta con uno riciclabile, ma quello di progettare qualcosa di radicalmente diverso. Non facciamo economia circolare se usiamo la bioplastica per sostituire i piatti e bicchieri di plastica usa e getta, solo perché la bioplastica, in teoria, è compostabile. Perché? Perché abbiamo sostituito un prodotto usa e getta con un altro usa e getta: comunque abbiamo creato dei problemi.

“Pensiamo per ipotesi – riflette Castagna – di costruire automobili infinitamente riciclabili e con ridotte emissioni. Le città sono già piene di traffico, e se fossero intasate di auto riciclabili, progettate in maniera più intelligente, i problemi non sarebbero affatto risolti. Il traffico continuerebbe a creare disagi e continueremmo a progettare le città pensando più alle auto (parcheggi, strade) che alle persone.”

Prendere sul serio il tema dell’economia circolare, invece, significa accettare un cambio di paradigma radicale che rivoluziona il nostro modo di ragionare e progettare. Chi lo fa non solo cresce e guadagna (praticamente si trova senza concorrenza), ma crea benefici per tutti i soggetti coinvolti. Vediamo qualche esempio.

 

La filosofia di Agrindustria: mai fare una cosa che abbia solo uno scopo

Agrindustria è un’azienda di Cuneo che produce beni a partire da scarti vegetali. Fra le varie cose produce un materiale per il processo di sabbiatura, che serve nelle lattonerie o per ripulire monumenti e palazzi dalla patina di smog. Normalmente è costituito da sabbia e altri minerali; Agrindustria, invece, utilizza gusci di nocciole, particolarmente abbondanti nel cuneese. Ma non è questo il punto più interessante: in fin dei conti si tratta di fare lo stesso lavoro con un altro materiale.

L’aspetto più interessante è l’approccio ai problemi che ha il titolare, Giuseppe Tecco. Tecco si è dato dei criteri e dice di non fare mai una cosa che serva solo per uno scopo. Questo è un criterio di base che in qualche modo limita le sue possibilità e sembra irrigidire le sue occasioni di produzione e investimento, però nello stesso tempo è ciò che gli assicura una lettura creativa a qualsiasi azione di cambiamento voglia fare.

L’azienda produce anche syngas, un gas prodotto da biomasse e scarti del legno, che vengono riscaldati fino a 160 gradi in assenza di ossigeno. Da questo trattamento si sprigiona gas, che alimenta un motore che produce energia elettrica – che Tecco rivende alla rete – e calore – che utilizza per riscaldare gli uffici e in alcuni degli essiccatoi per il legno e gli altri sottoprodotti utilizzati in azienda. Quello che rimane è una biocarbonella fine che viene ricompattata sotto forma di pellet e serve come concime, perché ripristina il CO del terreno e contribuisce inoltre ad alleggerirlo, a renderlo più assorbente e a fissare i raggi solari grazie al suo colore scuro. Ecco che cosa significa non fare mai una cosa che serva solo a uno scopo.

Ma non è finita! Uno difetti del syngas è che ha meno resa calorifera perché è umido; però nel momento in cui il titolare ha dovuto acquistare una macchina per togliere l’umidità dai sacchi per riempirli con i gusci di nocciola, si è reso conto che la stessa macchina poteva asciugare anche il syngas. E quindi è riuscito a utilizzare la stessa macchina per due scopi.

Sembra che il vincolo lo blocchi, invece non è così: è ciò che gli permette di creare servizi e prodotti innovativi. Per fare questo è necessario fare un salto concettuale, ma se lo si fa si aprono enormi possibilità, e l’attenzione ai temi etici, sociali e ambientali diventa sostanza e non apparenza. Pensiamo per esempio al vincolo ambientale, cioè al fatto che le imprese per produrre e crescere di solito lo devono fare a scapito dell’ambiente, altrimenti i costi rischiano di aumentare.

Ma è proprio vero? C’è una valle in Italia dove avviene esattamente il contrario.

 

Per l’azienda Fiemme 3000 rispettare le norme è solo il punto di partenza

Si tratta della Val di Fiemme, in Trentino, dove un gruppo di imprenditori ha compreso che il territorio in cui sono inseriti – ad alta vocazione turistica, bello, ma anche fragile – non costituisce un vincolo per le loro produzioni, bensì un valore aggiunto inimitabile, la base del successo.

Qualcuno potrebbe pensare che stiamo parlando di piccole aziende artigianali, ma in Val di Fiemme ci sono anche medie industrie con più di 40-50 dipendenti e le classiche aziende metalmeccaniche, tipiche delle pianure del nord-est. Come Eurostandard: un’azienda che produce raccordi in polietilene per acquedotti e oleodotti.

Particolarmente interessante è il caso di Fiemme 3000, un’azienda che produce pavimenti in legno. Mentre molte imprese cercano l’obsolescenza programmata, Fiemme 3000 si pone l’obiettivo di produrre pavimenti che durino almeno trent’anni. Ancora una volta un vincolo (fare un prodotto che si vende una volta sola, “troppo resistente”), diventa un fattore distintivo e di riconoscimento, premiato dal mercato. Inoltre, la cosa spiazzante è che in un mondo in cui le imprese si lamentano per le troppe norme da rispettare, per Fiemme 3000 il rispetto delle normative è solo il livello minimo oltre il quale non si può scendere, ma bisogna fare molto, molto di più.

Infatti non è sufficiente rispettare le norme di legge per avere una casa salubre, e per spiegare questo concetto Marco Felicetti, titolare della Fiemme 3000, fa l’esempio della dieta. Se una persona va dal dietologo per dimagrire, non può pretendere di continuare a mangiare patatine fritte, pizza e dolci solo perché sono prodotti commestibili e legali, venduti in tutti i negozi di alimentari. Per una dieta salubre bisogna variare i cibi e combinarli in un certo modo e in certe quantità, altrimenti un prodotto assolutamente legale può comunque fare male.

Lo stesso vale per le costruzioni: gli architetti e gli ingegneri devono imparare dai dietologi per poter definire quando una casa è salubre, andando oltre i semplici limiti di legge. È evidente infatti che un certo tipo di colla usata in un ambiente chiuso sia molto più tossico che all’aperto, e i vari trattamenti dei materiali, che singolarmente sono a norma, messi assieme in una casa possono essere molto nocivi. È stato misurato che la qualità dell’aria di una casa è di gran lunga peggiore dell’aria che si trova all’aperto, perché uno dei parametri per valutare la qualità dell’aria è la percentuale di determinate sostanze tossiche in un metro cubo d’aria: mentre all’aperto si diluiscono molto, in casa sono più concentrate. E più una casa è costruita bene, con buoni infissi, meno c’è ricambio d’aria, e potenzialmente quindi è meno salubre. Lo sforzo di Fiemme 3000 è pertanto volto alla creazione di materiali biocompatibili, andando oltre alla semplice normativa di legge. E il mercato le sta dando ragione.

Ascoltando i racconti di questi imprenditori emerge la percezione che esistano ancora infiniti spazi inesplorati per nuovi lavori e servizi, creando per il futuro un senso di speranza e potenzialità a cui non siamo più abituati.

Le cronache dei giornali che parlano sempre e solo di crisi testimoniano un dato di realtà che esiste ed è innegabile, ma rischiano di far percepire la crisi come inevitabile, chiudendo nuovi spazi di pensabilità: queste testimonianze, invece, ci dicono che è possibile ripensare il mondo del lavoro in maniera inedita creando un nuovo tipo di sviluppo.

Chi lo fa cresce e migliora la qualità della vita non solo dei propri azionisti, ma di tutti gli attori coinvolti: clienti, fornitori, comunità residente e generazioni future.

Laureato in filosofia a Bologna, lavora a Trento per Con.Solida/centro risorse a supporto delle attività formative per disoccupati promosse dall’Agenzia del Lavoro. Negli ultimi anni ha approfondito in particolare i processi comunicativi e decisionali, studiando come le nostre conoscenze influenzino la nostra visione del mondo e le nostre scelte quotidiane. È socio fondatore di Polemos, Scuola di formazione e studi sui conflitti, dove si è occupato di attività di studio e di ricerca sul conflitto. [ Guarda tutti gli articoli ]

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