La scritta "mentalità labronica" su un muro di Livorno.

Livorno, è qui l’America?

Il porto, il lavoro che manca, il Vernacoliere: il professor Pardo Fornaciari racconta Livorno e i livornesi, dalla scorza ruvida, ma ferita.

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Si parla sempre troppo poco di Livorno. Se ne conoscono appena la storia, le caratteristiche e le particolarità. Livorno, il porto della Toscana, è da tutti considerata un luogo di transito verso le altre destinazioni della regione, assai più ambite e blasonate, come Firenze, Siena, Pisa, Lucca.

La cronaca spesso la porta alla ribalta per gli incidenti sul lavoro, in ambito portuale per la maggior parte dei casi, per gli eventi catastrofici (dalla Moby Prince all’alluvione del 2017) o per casi di cronaca nera e di corruzione. Piace, alla stampa, mettere in risalto solo il lato negativo di un capoluogo di provincia che pure ha tante eccellenze sul suo territorio, e vanta sin dalla sua fondazione un appellativo che ne esprime tutto il carattere: città dei Popoli e delle Nazioni. Chi pensa di conoscere Livorno facendo riferimento solo all’eterna rivalità con Pisa non ha fatto i conti con la mentalità labronica: quella di chi scherza sempre e su tutto.

Per comprendere meglio il carattere dei livornesi e questa mentalità labronica abbiamo fatto due chiacchiere con Pardo Fornaciari, professore, musicista, artista, amico e grande conoscitore della storia e delle tradizioni livornesi.

Pardo Fornaciari

 

 

Perché Livorno è definita una città americana?

Livorno è una città americana perché non ha una storia millenaria come Firenze, Pisa, Lucca o Siena. Fino a 450 anni fa non esisteva; era un villaggio di pescatori che veniva costantemente spazzato dal mare e dalle alluvioni, poche decine di villani al servizio della repubblica fiorentina. E come tutte le città senza storia, Livorno agogna a costruirsi una propria storia, anche esistenziale, cercando di trovarne traccia nelle poche cose che ha. La sua forza, la sua bellezza e il suo fascino stanno proprio nell’essere differente da tutte le altre città della Toscana, che hanno una storia consolidata, che merita di essere narrata, le cui radici affondano nell’epoca romana o nel Medioevo. Inoltre è una città americana perché è formata da emigranti, soprattutto stranieri, chiamati dal Granduca con la promessa di libertà e autonomia, sancite dalle leggi livornine. Poiché tutti sapevano dell’aria malsana, della carenza di acqua potabile e di terra da arare, a Livorno venne la feccia; quelli che non avevano niente da perdere, gli indebitati, i ladri, gli assassini. E a comandare la città furono inviati i conquistati, nobili senesi assoggettati dai fiorentini nella seconda metà del Cinquecento.

Però nel Seicento, epoca di forte decadenza di tutta l’Europa, Livorno è cresciuta sia urbanisticamente che demograficamente.

È vero, e un ruolo fondamentale in questa fase di espansione è svolto dagli Ebrei Sefarditi di lingua spagnola o portoghese, che intraprendono commerci grazie ai quali Livorno si arricchisce come porto di deposito. Qui non c’è grande attività manifatturiera e la città si arricchisce grazie ai traffici, la merce arriva, stabula, se viene da posti dove c’è la peste viene tenuta in quarantena ai Lazzaretti, e poi riparte. Il carattere dei livornesi è modellato in questo modo: persone che hanno dovuto tagliare i ponti con le proprie origini in maniera più o meno traumatica arrivano qui e cercano di arrangiarsi e di fare il più possibile. Un grande ruolo hanno avuto anche le comunità armena, greca e inglese. Il cimitero inglese qui sotto casa mia è stato per tutto il Seicento l’unico cimitero protestante in Italia: se un inglese moriva a Napoli veniva imbalsamato e trasportato via nave a Livorno per essere seppellito nel cimitero di via Verdi.

Il livornese è attaccato alle sue radici?

La mancanza di un retroterra storico induce a cercare un’immagine di sé, un senso di appartenenza che abbia lo stesso valore di Ponte Vecchio o della Torre pendente. Tipico del livornese che emigra è tornare a Livorno e andare a mangiare la torta di ceci, come faceva anche la figlia di Modigliani, Jeanne, o andare a bere il ponce. Cose effimere, beni di consumo che però identificano la livornesità. Il livornese è attaccato non tanto alla famiglia quanto alla città. Un altro elemento importante di autoidentificazione è la squadra di calcio, la maglia amaranto, un mito quasi di carattere religioso. A Livorno il calcio non è uno sport, è una religione. La squadra è seguita e sostenuta indipendentemente dal campionato in cui milita, sia che giochi con il Tuttocalzatura che con il Milan.

E l’imprenditoria come si è evoluta in questo contesto?

A Livorno la manifattura inizia a diffondersi grazie all’iniziativa di imprenditori stranieri, che portano competenze e capitali. La grande tradizione cartografico-marinara livornese viene fondata da Sir Dudley, inglese; le vetrerie sono dei bavaresi, l’attività di costruzioni navali è impiantata dalla famiglia siciliana degli Orlando. Non esiste una classe imprenditoriale livornese. I grandi commercianti e operatori marittimi sono ebrei, inglesi, genovesi o greci o armeni. L’etnia toscana, o tosco-livornese, o italo-livornese che dir si voglia, si limita a fornire la bassa forza. Il livornese è un prestatore d’opera che vende la sua forza lavoro al più alto prezzo possibile perché cerca soprattutto di non lavorare, e questo è notorio. Ancora oggi da maggio a ottobre, tra le due e le cinque del pomeriggio, la città è deserta perché vanno tutti al mare; si presta lavoro, o meglio lo si vende, ma non si fa mai bottega. Chi ha le idee se ne va da Livorno: è alla base di come questa città è stata formata.

Però c’è un grande fermento culturale e artistico.

L’arte è un’attività che è l’apoteosi dello spirito creativo dell’essere umano, e quando un essere umano cerca di lavorare il meno possibile che cosa fa? Si dà all’arte. In tempi più seri ci si dava alla politica. Qui c’è sempre stata una grande proiezione verso l’attività artistica: tutti vogliono fare qualcosa di artistico ma senza impegnarsi troppo perché altrimenti diventa un lavoro, e a Livorno lavorare non è una priorità assoluta; meglio creare. Qui c’è un humus che ti giustifica: non lavori, anche perché lavoro non ce n’è, ma qualcosa comunque fai. Crei. A Livorno c’è un numero impressionante di gruppi musicali, teatrali, di cori e di imbrattatele. A Livorno, si dice, sono tutti pittori.

Si dice anche che il livornese “mette tutto in burletta”, cioè scherza sempre e su tutto. Da dove arriva questo atteggiamento?

Secondo me questo è il lascito più profondo e importante della mentalità ebraica, del tabù linguistico ebraico, un modo allusivo e antifrastico di parlare che abbiamo anche noi livornesi. L’uso dell’antifrasi (dire una cosa per affermare l’esatto contrario), dell’allusione, della perifrasi apparentemente insultante ma in realtà lenitiva, altro non sono che l’espressione dell’umorismo ebraico, il portato più profondo e meno indagato della mentalità livornese di derivazione ebraica. C’è anche un altro elemento importante, oltre al tabù linguistico ebraico, rappresentato dal fatto che Livorno è una città di mare, dove tutto viene e va in maniera incontrollabile. Il mare è quella cosa attraverso la quale si eludono le regole e i controlli, non solo amministrativi o giuridici, ma anche comportamentali. Modi di fare, usi e costumi si mescolano e cambiano continuamente; perciò la mentalità di chi vive nelle città-porto è assai variabile e incostante.

Livorno è anche la patria del Vernacoliere, uno dei giornali satirici più longevi al mondo insieme a Le Canard Enchainé, Charlie Hebdo, Crocodile, Punch, the english Charivari, ed anche Charlie Hebdo, che invece è più giovane.

Il Vernacoliere è un caso praticamente unico perché riesce a sopravvivere senza pubblicità grazie al genio del fondatore, editore e direttore Mario Cardinali. Il Vernacoliere illustra bene la mentalità del livornese autoironico e auto-sarcastico, quasi deleterio, il cui talento non viene valorizzato e si disperde perché alla fine “chi se ne frega”, “non vale la pena”, “ciò d’anda’ ar mare”.

Che cosa pensi della Livorno di oggi e che cosa vorresti per il suo futuro?

Uno degli aspetti più deleteri del livornese è quello del provincialismo assoluto; quella necessità di costruire continuamente la propria identità che sfocia nell’incapacità di comprendere che ci sono dei limiti, oltre i quali bisognerebbe smettere di aggrapparsi all’immagine di una storia che non c’è e iniziare a costruire una nuova Città delle Nazioni insieme alle comunità già presenti sul territorio.

 

Articolo realizzato con la collaborazione di Patrizia Quattrone.

Photo di Pardo by https://www.livorno-effettovenezia.it/

Consulente del Lavoro, MBA (U.S.A.), ultimi due esami da sostenere per la Laurea Triennale in Scienze Giuridiche, è docente per i corsi di formazione della CCIAA Maremma e Tirreno e di altre Agenzie Formative. Professionista contabile, Tributarista e Revisore Legale dei Conti, ha avuto importanti esperienze come Responsabile Amministrativo del giornale “Il Messaggero Marittimo” e Direttore Amministrativo e Finanziario del terminal portuale LTM di Livorno. Ha ricoperto ruoli di consulente di direzione, amministratore e revisore per emittenti televisive locali, testate giornalistiche, società di ingegneria, aziende a partecipazione pubblica. Consigliere Comunale dal 1995 al 1999, è stato amministratore dell’Istituzione per i Servizi alla Persona del Comune di Livorno dal 2006 al 2009. Associato dell’Institute for Social Banking, si occupa dal 2013 di economia e finanza etica, microcredito e valute complementari. [ Guarda tutti gli articoli ]

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