Un'immagine dell'area che ancora oggi ospita l'ex Necchi

Necchi, macchine per cucire amianto

Il potenziale disastro ecologico dell'ex fabbrica Necchi di Pavia, tra eternit e amianto: l'indagine di Senza Filtro ha coinvolto comune e territorio.

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Abbandono e totale incuria. E un forte e lungo rimpallo di competenze tra comune e proprietari privati per almeno quindici anni. Tutto ciò ha dato il via allo sfacelo dell’intera area in cui si trovava la Necchi, la storica fabbrica di macchine da cucire che dal 1926 al 2000 ha fatto lavorare uomini e donne provenienti da tutta Italia. Strutture in amianto cemento, lastre di amianto raccolte in big bags ormai deteriorate, rifiuti di ogni genere, una ciminiera a rischio crollo, edifici pericolanti; fino a qualche anno fa, i locali erano abitati da nomadi e senzatetto. Questo è lo stato attuale della zona.

Il problema della ex Necchi, da tempo all’asta, è andato via via ingrandendosi non solo per la presenza di amianto, che prima del 1992 faceva parte del processo produttivo dell’azienda, ma anche per gli agenti inquinanti che si trovano nel sottosuolo. Inoltre la vecchia sede di via Rismondo sorge nel pieno centro abitato del quartiere Città Giardino e accanto alla questura della Polizia di Stato di Pavia, comprendendo più di 174.000 metri quadrati.

L’area della ex fabbrica Necchi di Pavia ha quindi una doppia faccia molto evidente, caratterizzata da un lato nord sano e sfruttabile e un lato sud malato e bisognoso di cure. Da anni si sta combattendo sulla gestione dell’area, che dovrebbe prevedere la rimozione dei big bags, la demolizione degli edifici e la bonifica del sottosuolo. È comunque certo che la situazione abbia iniziato a destare inquietudine negli abitanti e lavoratori del quartiere, preoccupati che la zona inquinata possa avere delle ripercussioni sulla loro salute. Dagli anni 2000 ad oggi sarebbero circa quindici le persone della zona decedute a causa di tumori e leucemia, ma non si può assolutamente affermare che ci sia un collegamento.

 

 

Ex Necchi, “una potenziale bomba ecologica” secondo il sindacalista Zampetti

La preoccupazione per la salute dei cittadini ha comunque smosso il sindacato della polizia Lo Scudo nella persona di Marco Zampetti, suo segretario generale provinciale e consigliere nazionale, che da anni cerca di fare luce sulla situazione dell’area Necchi chiedendo la rimozione dell’amianto, la messa in sicurezza e la bonifica della zona per il bene comune: “Le sacche di big bags, l’amianto e l’inquinamento da idrocarburi cancerogeni potrebbero nuocere alla salute di tutti gli utenti. Come sindacato non sono mai entrato nel merito sanitario indicando delle patologie o delle malattie perché non sono un medico, ma qui non è mai venuto nessun tecnico specializzato in materia. Sono solo state effettuate delle rilevazioni da enti quali Arpa e provincia, che non sono professionisti sanitari o biologi tali da poter attestare la pericolosità della zona”, spiega Zampetti.

Le ordinanze di rimozione amianto, messa in sicurezza degli edifici e bonifica dell’area sono di competenza comunale, ma nulla è mai stato fatto, sebbene le prime risalgano al 2010: “Nonostante ci siano ordinanze comunali, del magistrato e della procura con un’attività di indagine in corso, il sindaco non ha mai iniziato un’attività di smaltimento dei rifiuti e bonifica dell’amianto e del sottosuolo. Inoltre, all’interno dell’area ci sono edifici non sicuri che potrebbero dare il via a un effetto domino causando un disastro ambientale, come ad esempio la ciminiera dichiarata pericolante dai vigili del fuoco. Alcuni edifici hanno ad esempio il tetto di amianto, mentre altri sono fatti di eternit. Quindi non si tratta solo di rimuovere i big bags ormai lacerati, ma di mettere in sicurezza tutta l’area Necchi, il cui inquinamento ha intaccato anche la falda acquifera”.

 

In questa foto e nella seguente le immagini dei rifiuti che inquinano ancora oggi l’area e la falda acquifera

 

Adiacente alla zona dell’ex fabbrica si trova la questura di Pavia, dotata della mensa per il personale in servizio: “All’interno della questura sono presenti il personale della Polizia di Stato e del Ministero dell’Interno”, continua Zampetti. “Della mensa adiacente all’area Necchi usufruiscono tutte le forze di polizia e tutta l’utenza che vi accede per questione di pubblici uffici. La falda acquifera è inquinata e la sicurezza inesistente. A metà agosto ho inviato un dossier di 35 pagine sulla situazione al Ministro dell’Interno Matteo Salvini, ai parlamentari pavesi e agli enti coinvolti”.

Da tempo il sindacato richiede un incontro con il sindaco di Pavia, ma non ha mai ricevuto risposta: “Depaoli non ha mai voluto un incontro diretto né ha mai fornito una risposta. Inoltre ha dichiarato l’intenzione di inserire la rimozione dei big bags nel bilancio del 2019. Mi spiace che lo dichiari in prossimità della campagna elettorale (che si terrà in primavera, N.d.R.), in quanto la salute non ha campagna elettorale, l’interesse del cittadino non ha campagna elettorale, e gli unici che hanno fatto varie interpellanze spontanee sono l’onorevole Ciocca al Parlamento europeo, il senatore Mura in regione, e l’onorevole Lucchini”.

Ciò che desidera il sindacato è trasparenza: “Vorrei che fosse nominato un tecnico per verificare la pericolosità e l’inquinamento, sia quello del sottosuolo che quello ambientale all’interno dell’area, e quanto possa nuocere a noi delle forze di polizia e alla cittadinanza. Bisogna rimuovere l’amianto abbandonato all’aria aperta, avviare la bonifica del terreno e demolire o consolidare gli edifici pericolanti. Se dovesse crollare un altro edificio, come quello del 2011, si creerebbe un pericoloso effetto domino che innescherebbe una bomba ecologica. Al momento è anche partita una raccolta firme, perché non si può stare ancora fermi e agire solo dopo che è accaduto l’irreparabile”, conclude Zampetti.

 

Il sindaco Depaoli: “Rimuovere sacchi, ma nessun pericolo immediato”

L’attesa, oltre all’esasperazione cittadina, ha portato a un forte aumento dei costi di bonifica, come sa bene il sindaco Massimo Depaoli, in carica dal 2014.

“L’area dell’ex Necchi è in procedura fallimentare da parecchi anni e sicuramente ha un sottosuolo compromesso”, spiega Depaoli. “L’ultima proprietaria dell’area aveva fatto partire dei lavori, fra cui la rimozione dell’amianto. Infatti il processo era iniziato senza problemi, tanto da aver recuperato l’amianto e averlo chiuso in alcuni big bags. Poi, però, una volta accatastato l’amianto nei sacchi, la società è fallita. Quindi, attualmente, è tutto in mano al custode fallimentare e al giudice fallimentare”.

 

La vendita dell’area è in corso dal 2016, quando la prima asta partì dal prezzo stimato di 29.370.000 euro, ma andò deserta. Dopodiché, il 18 ottobre del 2016, si partì da una base di 22.027.500 euro con offerte minime da 16.520.625 euro, ma anche a quell’asta non si presentò nessuno.

“Sulla falda, sul sottosuolo e sugli edifici il problema è derivato dagli stanziamenti. Aree grandi come la Necchi hanno bisogno di stanziamenti quali i SIN (i Siti di Interesse Nazionale, aree contaminate classificate come pericolose dallo Stato italiano e che necessitano di interventi di bonifica statale, N.d.R.), perché non c’è un investimento edilizio o urbanistico tale da riparare i costi”.

L’unico punto su cui il comune può agire è sulla rimozione dei big bags: “Il comune si impegna a portare via i sacchi, per cui è previsto uno stanziamento (circa 50.000 euro, N.d.R.). Ma voglio dire che abbiamo una relazione di ATS che dice come non ci sia un pericolo immediato per i sacchi. Sì, non sono tutti chiusi adeguatamente e alcuni sono lacerati, ma hanno fatto delle rilevazioni delle fibre nella zona circostante e non sono emersi valori preoccupanti. I sacchi sono comunque da rimuovere. Infine, nessuna morte sospetta è stata causata dal mesotelioma, che è il tumore tipico dell’amianto. Non si possono quindi associare questi tumori ai sacchi di amianto”.

La vicenda della ex fabbrica Necchi è lo specchio della tipica situazione italiana. Tutti sanno che c’è qualcosa che non va; eppure fra inadeguatezza, rimpalli burocratici e interessi il tempo passa. L’incolumità è nell’interesse comune, ma quanto bisognerà ancora aspettare prima di potersi veramente definire “al sicuro”?

 

Calabrese doc, è nata a Lamezia Terme nel 1987. Dopo il diploma al liceo classico e la vittoria dell’Italia ai mondiali del 2006, è partita alla volta di Roma dove ha conseguito la laurea quinquennale in Lettere Classiche nel 2012 presso l’Università La Sapienza. Dal 2014 è giornalista pubblicista e ha iniziato il suo viaggio in questo mondo pieno di domande e alle volte poche risposte, che l’hanno portata dal 2017 a Pavia. Ha collaborato con varie testate cartacee e online negli ambiti più diversi: dallo sport (soprattutto tennis e basket) all’attualità, passando anche per la radio, conducendo un programma di inchieste e cultura. Ha sempre creduto nel giornalismo culturalmente onesto, quello di Miriam Mafai e Indro Montanelli, che deve portare il lettore ad avere fiducia nei giornalisti e nelle notizie. Proprio per questo, lavora con dedizione, passione e impegno perché oggi, più che mai, c’è bisogno di onestà intellettuale. [ Guarda tutti gli articoli ]

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