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Qualcuno volò sul nido del Covid

Qualcuno volò sul nido del Covid

Quali effetti ha avuto e avrà il COVID-19 su chi soffre di malattie psichiatriche? L'abbiamo chiesto a Walter Di Munzio, consulente ASL per la Psichiatria.

Una pandemia è un evento traumatico che lascerà dei segni, avrà delle ripercussioni su molti aspetti della nostra vita e anche sulla salute mentale, come afferma la rivista The Lancet Psychiatry. La paura della malattia, l’isolamento, il recupero della socialità dopo la quarantena sono e saranno vissuti in maniera diversa da ognuno di noi: quanto più fragile è la fascia della popolazione a cui ci riferiamo, tanto maggiore è il rischio che gli strascichi siano gravi. E se le persone si ammalano tutte insieme, non soltanto di coronavirus, ma di qualunque patologia, il sistema collassa.

Ne abbiamo parlato con il professor Walter Di Munzio, Consulente per la Psichiatria della ASL Napoli 2 Nord e membro del Direttivo Nazionale SIEP (Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica), in un’intervista in cui tracciamo un quadro generale a partire dalla situazione dei pazienti psichiatrici, con alcune utili riflessioni sul sistema sanitario italiano. E un monito: ripensare la produttività, ripartire dai territori e da una società inclusiva che si preoccupi anche dei più deboli, per garantire a tutti una vita migliore.

 

Post COVID-19, quali rischi per chi soffre di malattie psichiatriche?

«Il momento peggiore è quello successivo all’emergenza, per tutti quanti. In particolare, i pazienti psichiatrici non vivranno un vero ritorno alla cosiddetta “normalità”, che per loro è la vera condizione patologica. Rientrano nella situazione precedente, quella che in parte ha determinato la malattia», afferma Di Munzio. «Paradossalmente, direi quindi che, finito l’isolamento, escono dalla normalità, che per loro è invece quella in cui tutti sembrano avere una patologia psichiatrica, perché sono rinchiusi nelle case, sono diffidenti e hanno paura: sentimenti e sensazioni che i pazienti psichiatrici sperimentano quotidianamente. La loro è una normalità paradossa.»

Ci sono due grossi gruppi di pazienti, spiega l’intervistato: quelli che vivono in regime di residenzialità, che hanno dei sintomi tendenti al cronico, e gli altri, che invece sono a casa o in piccoli gruppi, in appartamento, e hanno una frequentazione intensa degli ambulatori e dei servizi territoriali. «Parliamo di patologie che vanno dalla psicosi grave a forme più gestibili, come disturbi della personalità e del comportamento. Alcuni pazienti hanno avuto delle crisi durante questi mesi: una situazione drammatica, perché i Pronto Soccorso erano pieni e assorbiti dall’emergenza. I familiari spesso non accompagnavano queste persone in ospedale, infatti c’è stato un crollo degli accessi al Pronto Soccorso per patologie psichiatriche. Molte crisi sono state gestite presso i domicili, e alcuni pazienti non vivono male questo declassamento nel trattamento della patologia. Naturalmente tutto ciò è valido a grandi linee, perché ogni storia va poi contestualizzata».

Uno degli elementi chiave, secondo Di Munzio, è proprio il distanziamento fisico: «Il concetto è che le persone, per evitare il contagio, devono restare a distanza tra loro, ma definirlo “distanziamento sociale” è pericoloso, perché ha implicazioni negative. Già normalmente c’è diffidenza verso chi ha i segni della malattia mentale, spesso molto visibili: chi soffre di una patologia psichiatrica può avere un ridotto controllo dei movimenti, e potrebbe per questo non rispettare le indicazioni e le distanze previste nella fase che stiamo affrontando. Queste persone sono già portatrici di uno stigma; nel sentire comune potrebbero diventare anche portatrici di contagio. L’isolamento dei pazienti, prevedibilmente, è destinato ad aumentare, e di conseguenza cresceranno i sintomi della malattia».

 

Progetti e percorsi terapeutici

Come ricorda l’intervistato, la patologia mentale non è rara. Anzi, è molto diffusa nella popolazione e ne sappiamo ancora poco: «Di certo – afferma – non è gestibile solo dal punto di vista farmacologico. Il percorso terapeutico va fatto con le persone».

A questo proposito, ci racconta un’esperienza significativa che purtroppo non ha avuto il seguito sperato: un progetto in cui dei giovani pazienti sono stati addestrati per prendersi cura dei più anziani. «Insieme al tribunale di Nocera eravamo riusciti a coinvolgere la rete degli amministratori di sostegno dei pazienti cronici – racconta – e dalle pensioni sociali dei pazienti anziani venivano retribuiti quelli giovani. La sperimentazione di due anni ha avuto risultati straordinari. Ho presentato una relazione al ministero, nelle intenzioni originarie il progetto avrebbe dovuto produrre delle linee guida per il futuro, che non hanno avuto seguito».

«È un mio grande rammarico, la rete è andata totalmente persa, senza sostegno non si può andare avanti. Non c’erano costi per la Asl e per il territorio, ma anzi, questi pazienti diventavano produttivi, che per loro significa sconfiggere il più grosso ostacolo al reinserimento, perché in questo modo recuperano l’autostima. Non parlo di guarigione, perché difficilmente guariscono, ma possono ritrovare una dimensione accettabile di vita, in cui sono autonomi e hanno una collocazione nel mondo del lavoro. Purtroppo dopo la fine della sperimentazioni sono tornati alla condizione precedente. Per questo dico che la mia preoccupazione riguardo all’emergenza coronavirus va alla fase in cui si tornerà alla “normalità”. Immagino già le risposte quando andremo a chiedere sostegno per l’addestramento lavorativo a un sindaco, che avrà già molti problemi ad aiutare chi non ha più un’occupazione. Lo capisco, ma non bisogna rinunciare a costruire il lavoro anche per i pazienti psichiatrici.»

 

La cura della salute mentale passa per i servizi territoriali

«L’isolamento non è finito il 4 maggio, ma continua in maniera diversa. Non se ne parla molto, ma ci sono stati suicidi in questo periodo: un paziente psichiatrico può sentirsi totalmente abbandonato e concepire un atto lesivo. La fase che stiamo vivendo ora si configura come disturbo post traumatico da stress, e molto probabilmente insieme ai nostri pazienti dovremo prendere in carico anche i famigliari. Ci vorranno dei servizi territoriali che possano garantire tutto ciò», continua Di Munzio.

«Per fortuna nel Comitato Tecnico Scientifico c’è uno psichiatra, il dottor Starace, che di sicuro saprà dare indicazioni al governo. Sarà importante, però, a livello regionale e locale, che ci sia attenzione alla salute mentale. Nel nostro Paese, sulla psichiatria dagli anni Settanta in poi c’è stata grande attenzione da parte dei media, che è poi scemata negli ultimi anni; parallelamente, se c’era da tagliare sugli investimenti, si sceglieva quel settore. L’assistenza manicomiale, però, costava più di quella territoriale, e se riuscissimo a realizzare una rete produttiva potremmo recuperare moltissime persone che oggi sono assistite al 100% dalle risorse pubbliche. Se riuscissimo a orientare correttamente il flusso di denaro che alimenta le prese in carico, probabilmente riusciremmo a ottenere migliori risultati anche dal punto di vista clinico.»

Ma c’è un altro punto sul quale Di Munzio insiste: «La salute mentale ha anticipato il modello organizzativo sanitario basato su presidi ospedalieri e territoriali. Perché allora non estenderlo anche ad altre aree? Perché, per esempio, continuare a tenere gli anziani in strutture con grandi numeri e senza alcuna attenzione ad alcuni aspetti delle loro vite? Il modo migliore per superare le paure è lavorare per organizzare sistemi efficaci. In Lombardia hanno realizzato un sistema sanitario d’eccellenza sulle questioni di tipo ospedaliero, di alta specializzazione, ma hanno abbandonato i presidi territoriali. La situazione di normalità sembra quasi uno spreco, ma non è così, perché sono proprio i servizi territoriali che, se funzionano, fronteggiano le emergenze. Se ci sono solo ospedali, quando arriva il coronavirus il flusso di pazienti infetti finisce solo agli ospedali e li sovraccarica».

 

Gli effetti di un trauma sociale

Dopo aver superato la fase acuta dell’emergenza, la paura si potrebbe configurare come un fattore dominante delle nostre vite? Secondo Di Munzio è molto probabile. «Quello che è successo è paragonabile a un grande disastro naturale o a un attentato. Per una decina d’anni, chi l’ha vissuta ne porterà i segni. Non faccio il paragone con la guerra perché non mi piace, ma è un grande trauma sociale. Al culmine della situazione di stress si hanno gli effetti paradosso: questo accade durante l’emergenza, quando la gente dà il massimo, è la cosiddetta fase eroica, alla quale non può che seguire la crisi, la rottura degli equilibri».

«Ragionando per casi estremi, se una persona ha la propensione a sviluppare un disturbo psichiatrico, esso potrebbe venire fuori in una situazione di stress prolungato, mentre prima non si era manifestato con chiarezza. Ci sono poi gli esiti del disturbo da stress post traumatico, come depressione e isolamento psicotico, che sono descritti dai sistemi di classificazione. Alcuni gruppi di persone non usciranno facilmente dopo la quarantena: è un esempio estremo, ma ricordiamo che, quando sono stati chiusi i manicomi, alcuni pazienti non volevano abbandonarli, chiedevano di restare in quell’ambiente, l’unico che conoscevano.»

«Quello che stiamo vivendo è inoltre devastante per chi ha la fobia di germi e batteri: li vedrà ovunque. Le patologie ossessivo compulsive sono tra le più debilitanti, chi ne soffre arriva al punto che non riesce a uscire di casa, a toccare alcuni oggetti, e vede pericoli ovunque. E non dimentichiamo chi perderà il lavoro a causa dell’emergenza, uno scenario paragonabile a quanto accade nelle grandi fabbriche con un’ondata di licenziamenti. Tra le situazioni di sofferenza psicologica ci saranno ovviamente le persone che hanno perso un famigliare: e se magari è morto in una RSA, al dolore si aggiungerà il senso di colpa, perché potrebbero credere di averlo abbandonato.»

Di Munzio sottolinea che occorrerà molta attenzione, perché «la parte più fragile della popolazione – come bambini, adolescenti e malati mentali – potrebbe uscire devastata da questa esperienza, quando si concretizzeranno i traumi vissuti durante l’isolamento. I bambini possono prenderla inizialmente come un gioco, ma due mesi sono tanti e in quel lasso temporale potrebbero anche essersi deteriorati i rapporti famigliari. È chiaro che non si può fare un discorso generale, bisogna analizzare ogni contesto: cosa c’è nel contenitore famiglia e cosa accade in un rapporto prolungato. Si parla di traumi nella relazione e nella struttura psicologica, per esempio. Il riconoscimento di se stessi e l’autostima vengono messi in crisi da una prolungata permanenza a casa e da una forzata rinuncia all’ambiente scuola, che è estremamente importante da questo punto di vista. Negli adolescenti c’è la ribellione, la voglia di uscire, perché hanno bisogno del gruppo molto più di bambini e adulti, il che di per sé non è un fatto negativo, ma lo diventa in un momento come questo. Il distanziamento è un allontanamento fisico, ed è molto più forte per un adolescente, che non potrebbe mai avere una condizione sociale di distanza dai suoi coetanei. Per un adulto è più facile perché ha meno bisogno di legami, è più autonomo, più strutturato».

 

Investire sulla sanità, con una rete territoriale

Tra gli aspetti che bisognerà ripensare una delle priorità è la salute, soprattutto alla luce delle debolezze messe a nudo negli ultimi mesi, con un occhio alle esperienze passate; magari a quanto di buono si è fatto su alcuni fronti.

«Bisogna investire, aumentare gli sportelli di consulenza psicologica», sottolinea Di Munzio. «La salute mentale indica la presa in carico di una popolazione, non solo della parte che si ammala. Il monitoraggio deve interfacciarsi con le famiglie, le scuole, i Pronto Soccorso, i centri di aggregazione: l’unica strada è sviluppare una rete di rapporti forti tra ambulatori, servizi, psicologi e sportelli. Non è semplice, occorre una quantità enorme di energie per lavorare così. Ma spero che sia passato il messaggio che è necessario investire sulla sanità».

«Penso che una società si difenda davvero soltanto quando si prende cura della sua parte più debole. Solo in questo modo può garantire una vita migliore a tutti. Una società basata sulla performance esclude molti individui. Il nostro sistema è una follia, va cambiato il concetto di produttività, ripensandolo sull’inclusione. Di fronte alle crisi, i governi prendono decisioni pensando più ai mercati che alla soluzione del problema. È ciò che accade in uno stato capitalistico come il nostro, che risponde alle regole dell’economia più che della buona amministrazione. Molti colleghi pensavano che bisognasse concentrare le risorse nello sviluppo di un sistema sanitario che attraesse pazienti in Italia: un ragionamento che ha senso, ma che è orientato al guadagno, non tanto al benessere della popolazione. I principi di gestione devono essere di tipo comunitario. Un sistema di prevenzione territoriale non è remunerativo per definizione, ma può rivelarsi tale dopo una pandemia, perché se è efficiente contiene moltissimo i danni.»

 

Photo by Mathieu Stern on Unsplash