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Quote rosa: il nome non piace, eppure servono

Quote rosa: il nome non piace, eppure servono

Quali sono stati gli effetti sui CDA italiani? Presentiamo un'analisi puntuale a nove anni dal varo della legge Golfo-Mosca.

“L’espressione ‘quote rosa’ non mi piace, noi donne non siamo Cenerentole né panda. Però condivido il principio. Sono quasi sicura che non sarei arrivata dove sono se non ci fosse stata una disposizione precisa e vincolante”, dice a Senza Filtro la professoressa Angela Stefania Bergantino.

Dov’è arrivata? In due importanti consigli di amministrazione: dal 2016 è in quello dell’Enac (Ente nazionale per l’aviazione civile), dal 2014 in quello di Exprivia. Di certo, non le ha regalato niente nessuno, visto il curriculum: classe 1970, è, tra l’altro, professoressa ordinaria di Economia applicata all’Università di Bari e presidente della Società italiana di Economia dei trasporti e della logistica. Eppure, fino al 2011, persino lei lungo il percorso per diventare una consigliera avrebbe trovato un ostacolo: il pregiudizio maschile nei confronti delle donne, anche di quelle qualificate come lei. Perchè?

 

Gli effetti benefici della legge Golfo-Mosca del 2011

Torniamo a Cenerentola, diventata principessa grazie al solito principe azzurro, pronto a tutto pur di scovarla per offrirle un trono. Una favola. Invece, nella realtà, fino a pochi anni fa una donna – nonostante titoli e competenze – per entrare in un CDA non poteva contare su altrettanto entusiasmo: non c’erano “principi” della finanza alla ricerca spasmodica di candidate. Le donne accolte in quel “regno” dominato dagli uomini erano, nel 2010, appena il 7,4%. Oggi sono il 36,3%: nei cda delle società quotate le consigliere sono passate in 12 anni da 170 a 811, mentre nei collegi sindacali (vigilano sull’osservanza della legge e dello statuto societario) sono il 41,6%, con 475 incarichi (nel 2012 erano il 13,4%).

I maschi con le mani in pasta si sono scoperti principi azzurri? Macché. Certo, anche tra gli uomini che presidiavano le stanze dei bottoni era molto trendy manifestare l’auspicio che le cose cambiassero; però auspicavano soltanto e si fermavano lì. Per “convincerli” a lasciare un tot di posti è stata necessaria una legge temporanea (appena prolungata), varata il 12 agosto del 2011 e promossa dalle deputate Lella Golfo (Pdl) e Alessia Mosca (Pd): nei CDA e nei collegi sindacali di società quotate in Borsa o partecipate (dallo Stato o altri enti pubblici) ha imposto quelle che tanti definiscono, in modo melenso, “quote rosa”. La normativa in realtà non usa questa espressione; semmai stabilisce una percentuale di posti riservata al genere meno rappresentato, che guardacaso oggi è quello femminile. La temporaneità delle norma è collegata all’idea che servisse uno choc per rompere un patto ufficioso ma granitico, in base al quale i CDA erano in larghissima maggioranza maschili. Così molti signori hanno dovuto “cedere” ad altrettante signore: all’inizio un quinto delle poltrone; poi il 33%; quindi – grazie a un emendamento nell’ultima legge di bilancio –  il 40%, con una proroga di 6 mandati.

Sia chiaro, non è solo una raccomandazione priva di conseguenze, nel caso qualcuno se ne freghi. Le società quotate che non rispettano la legge prima ricevono una diffida perché rimedino entro quattro mesi; se non funziona, ecco una sanzione (da 100.000 euro a 1 milione per i CDA, da 20.000 a 200.000 per i collegi), con un nuovo termine di tre mesi. Se continua l’illegalità, cda o organi di controllo sono sciolti. Per le tantissime società a controllo pubblico, la diffida viene dal Dipartimento delle Pari opportunità e, nel caso di inottemperanza, in teoria i componenti eletti decadono.

Risultato: sul fronte della presenza femminile in questo campo, uno studio di Credit Suisse – The CS Gender 3000 in 2019 – colloca l‘Italia al quinto posto nel mondo, preceduta da Svezia, Belgio, Norvegia e Francia, prima col 44,4% di donne nei cda. Al di là della tutela del principio anti-discriminazioni, “il beneficio principale (…) è il miglioramento della qualità dei CDA”, ha spiegato alla Reuters Maria Elena Cappello, consigliera di Mps, Prysmian, Saipem e Tim. Un esempio? La Cass Business School dell’Università di Londra, con lo studio Gender Diversity and Bank Misconduct, ha indagato su 83 banche in 21 Paesi europei, tra 2007 e 2018. È saltato fuori che le banche con più donne ai vertici hanno schivato più sanzioni, risparmiando un bel po’: circa 8 milioni di euro l’anno. Perché? Le consigliere avrebbero una maggiore tendenza a essere contrarie agli illeciti rispetto agli uomini.

 

I perplessi delle quote rosa (smentiti dai fatti)

Ovviamente alla vigilia del varo della legge italiana non erano mancati i perplessi. L’economista Leone Zingales il 5 novembre 2010 scriveva su ll Sole 24 Ore: “ll numero di donne preparate è ancora limitato. Una quota basata solo sul sesso favorirebbe la nomina di ‘veline’ che (…) non farebbero altro che rafforzare gli stereotipi”. La Fondazione Marisa Bellisario (sostiene le donne nella vita professionale e personale ed è presieduta proprio dalla Golfo) replicò pubblicando online “Mille Curricula Eccellenti”: una sfida nei confronti di “quanti avanzavano la tesi che non ci fossero abbastanza donne all’altezza”.

Oggi una radiografia della situazione è proprio nel rapporto realizzato dalla Fondazione Bellisario e dal Cerved, con l’Inps, reso pubblico il 17 febbraio 2020. La situazione è migliorata, però nelle quotate la crescita si è fermata e “l’effetto trascinamento” sulle società non quotate “è visibile in parte solo nelle grandi realtà”. Certo, il bilancio resta positivo: “Con questa legge 1.286 donne si sono sedute nei cda e nei collegi sindacali delle quotate”, ha detto la Golfo, ma, “se questo Paese vuole cambiare, le donne devono sedersi dove si decidono la politica e l’economia”. Infatti, CDA a parte, secondo il World Economic Forum l’Italia è 76esima per disparità di genere su 149 Paesi, agli ultimi posti tra quelli più avanzati.

A quanto pare, quei cambiamenti non sono del tutto promossi soprattutto nelle società a controllo pubblico (580 partecipate dallo Stato, più almeno altre 5.000 da regioni, comuni e altri enti): le donne nei CDA e nei collegi sindacali risultano 3.000 in più (da 2.180 a quasi 5.000), passando dal 14,3% al 32,5%; però non è stata valicata la quota di un terzo, in teoria obbligatoria. Inoltre sono poche le società quotate oltre il minimo imposto dalla legge, e restano rare le donne che occupano le posizioni alte: solo 14 le amministratrici delegate (6,3%) e 24 le presidenti (10,7%). Tra l’altro, si va dal 36,5% di donne nei CDA pubblici dell’Umbria al 9,5% della Basilicata, con le regioni del Sud (in particolare Campania, Sicilia, Calabria e Basilicata) molto lontane dalla soglia minima. Inoltre in gran parte delle imprese private non quotate, dove non ci sono obblighi, la presenza femminile nei CDA resta parecchio sotto un terzo. E nel 2019 più della metà delle aziende con ricavi superiori ai 10 milioni aveva soltanto consiglieri maschi.

 

A conti fatti, una legge necessaria. E ancora non basta

Aggiunge la professoressa Bergantino: “C’è sempre molta diffidenza nei confronti delle donne. Quindi, siccome i preconcetti resistono, era necessaria una norma. Perché le donne ancora oggi pesano meno? Non tendono a fare squadra, mentre gli uomini l’hanno sempre fatto. Si vede anche nel mondo universitario”. Ora gli uomini mostrano di apprezzare le donne nei CDA? “Beh, ho sentito dire di me: ‘È brava, sembra un uomo!’”. Lei si sente un uomo? “Ma no. I maschi sono predisposti a un atteggiamenti, come dire, istintivi e muscolari; noi siamo portate di più a valutare e a mediare”.

Anche la giornalista Flaminia Festuccia, 34 anni, pensa che “il sistema da solo non ce l’avrebbe fatta”. Nel 2013 ha scritto il libro L’altra metà del CDA. Sfide, avventure e successi delle donne manager in Italia (LUISS University Press). Che cosa pensa 7 anni dopo? Risponde a Senza Filtro: “La legge serve sempre, deve crearsi un circolo virtuoso. I modelli sono ancora quelli della leadership maschile. Non dico maschilista, ma maschile”. Per esempio? “Lo stile manageriale: il capo che incute timore, l’etica del superlavoro senza altre distrazioni, tipo la famiglia o i figli. Una donna porta con sé uno stato psicologico e fisiologico diverso, vantaggioso per l’intero sistema”. C’è il rischio che le donne adottino stili virili, visto l’ambiente? “Il modello può restare maschile anche se sulla poltrona c’è una femmina. C’è strada da fare”.

Sulla positività della “forzatura” della legge insiste anche Paola Antonia Profeta, nata nel 1972, professoressa associata di Scienza delle finanze all’Università Bocconi di Milano e tra le maggiori studiose nell’area dell’Economia e delle politiche di genere. Dice a Senza Filtro: “Prima dominava la cooptazione maschile. Senza una legge gli incrementi sarebbero stati inferiori persino in Paesi più emancipati, come la Norvegia. In Spagna c’è solo una raccomandazione, così il risultato è più modesto rispetto all’Italia”.

Le donne fanno pesare la loro diversità? “Devono farla pesare. Serve la massa critica per imporre lo stile femminile: meno aggressività, più collaborazione. Maggiore discussione, più richieste”. Oggi siamo oltre il 33%. L’effetto è soddisfacente? “L’effetto non si ferma ai numeri: i vertici societari sono stati ringiovaniti anche nella componente maschile, è cresciuto il livello di istruzione, sono scesi i membri legati da rapporti di parentela e sono diminuite le posizioni multiple. Inoltre l’ingresso delle donne ha consentito l’uscita di uomini meno qualificati. Non solo: i dati svelano che il rinnovamento si riflette in risultati di mercato migliori”.

Un augurio? “Quello di ottenere effetti positivi a cascata sulle posizioni manageriali e anche su tutta l’occupazione femminile italiana. Le quote non sono la formula magica per risolvere qualsiasi problema di disparità di genere nel mercato del lavoro. Tuttavia sono un importante segnale”. Una raccomandazione? “Le donne non diventino copie degli uomini, neppure in questo campo: se accadesse, non faremmo passi avanti”.

 

 

Photo by Noah Buscher on Unsplash