Scrivere a tre mani. Il mestiere di editor

Scrivere a tre mani. Il mestiere di editor

L'operato di chi revisiona i testi si nasconde in tutti i libri sugli scaffali. Gli autori li amano e li odiano. Scopriamo come lavorano e che cosa studiano.

Susanna Pedone

7 Dicembre 2019

Alzi la mano chi non conosceva l’esistenza della figura del redattore editoriale (e, per forza di cose, ora l’ha scoperta). Molti, stupiti, penseranno: “Ma dai, chi vuoi che non sappia che i libri vengono riletti prima della pubblicazione?”. Eppure, senza distinzione tra Nord e Sud Italia, ho sempre bisogno di almeno cinque minuti per spiegare che mestiere è, da freelance nel mio caso. Non è come dire: “Faccio il commercialista”. In genere, alla chiosa segue una faccia dell’interlocutore che dice a chiare lettere “che incubo, manco morto!”, o all’opposto “bellissimo, quindi ti pagano per leggere!”; salvo poi capire che non si tratta di stare in panciolle a godersi l’ultimo Harry Potter, ma di un lavoro che richiede impegno, pazienza e concentrazione.

Riuscire a circoscrivere le competenze e i compiti di un editor” non è cosa semplice, perché dipende dal contesto e a volte dalla casa editrice/service editoriale, nonché dall’ambiguità generata dall’uso del termine inglese che si diffonde anche per la sua aura di importanza, come accade in tanti altri settori (è il fenomeno per cui ormai sono sparite le commesse e siamo pieni di shop assistant). Quanto segue è una descrizione che non ha pretese di esattezza assoluta: alcuni dei miei colleghi ci si ritroveranno solo in parte, assolvendo più o meno compiti di quelli descritti.

 

Che cosa fa un editor di libri

Fa parte di questo momento storico la quasi totale estraneità ai processi di produzione degli oggetti che portiamo in casa: tutti abbiamo dei bicchieri nella credenza e il docciaschiuma in bagno, ma quasi nessuno sa come si crea il vetro, o che il flacone si fa col petrolio. Allo stesso modo, in pochi si rendono conto che il libro è un oggetto, fatto di materie prime grezze che vengono trasformate per ottenere il prodotto finito, cartaceo o digitale che sia.

Noi siamo gli operai di questa catena di montaggio sui generis. Trascorriamo otto-nove ore al giorno, cinque o sei giorni alla settimana, davanti al computer, a correggere quanto scritto da altri. Quelli come me – i freelance – per giunta lo fanno da soli in una stanza, anche se in costante contatto virtuale con i colleghi. Questa è la vita degli editor, la mano invisibile dietro gli scrittori.

“Ma tutto sommato, diciamolo, il tuo lavoro consiste nel correggere l’ortografia”. Ne sentiamo spesso di frasi sminuenti come queste, anche se talvolta vengono dette in buona fede. Del resto “mano invisibile” vuol dire anche non vedersi attribuita alcuna paternità delle opere, tutto il contrario. Come mi disse una volta uno dei miei maestri, Pier Luciano Guardigli: “Meno si vedranno i tuoi interventi, più brava sarai stata nel tuo lavoro”.

Non ho niente contro i correttori di bozze, ne vesto spesso i panni per ricontrollare che il mio lavoro o quello altrui siano il più puliti possibile dai refusi, ma fare l’editor è un’altra cosa. Noi siamo il terzo occhio che vigila sui testi, la terza mano che accompagna quelle dell’autore. Controlliamo che non vengano dette (troppe) sciocchezze, o che il testo non contenga contraddizioni che facciano alzare il ditino al lettore e dire: “Ma per favore, e io ho speso 20 euro per questa roba qua?”. Perché anche l’autore più blasonato può fare uno scivolone e scrivere che il Congresso di Vienna si è tenuto nel 1915 (sì, mi è successo), ed è a noi redattori che tocca accorgersene: nell’epoca del web, un sopracciglio sollevato diventa una stella su Amazon, di cui parzialmente poi anche l’editor ha la colpa. Tralasciamo poi, sempre perché siamo nel Ventunesimo secolo e non nel Diciannovesimo, la nostra disperata battaglia contro il copia e incolla fatto dai siti più disparati, e tutto ciò che ne consegue.

 

Curatore editoriale e autori, un rapporto di amore e odio

A inizio carriera, una decina d’anni fa, la mia età era spesso un segreto da nascondere agli autori. Per molti era difficile accettare che una neolaureata avesse il potere di correggere quanto avevano scritto; specialmente per i professori universitari. Dovevo correggere “senza farmene accorgere troppo”. Sì, ma come? Ho passato i primi anni a capirlo e a farmi le spalle il più larghe possibili.

In genere gli scrittori si dividono in:

  • quelli che pensano di non aver bisogno di nessuno e accettano loro malgrado che ci sia qualcuno a mettere mano ai testi. Alla fine nemmeno ti ringraziano e cercano di dimenticarsi in fretta che tu, editor, ci sia mai stato (e ovviamente poi non ti citano manco per sbaglio quando parlano del libro). Sei qualcosa di cui vergognarsi, o al limite bassa manovalanza indegna di essere ricordata;
  • quelli contenti della presenza di un editor, consapevoli che la buona riuscita di un libro è essenzialmente frutto di collaborazione, che la persona dall’altra parte non è lì per svalutarti in alcun modo né tantomeno per servirti, che alla fine ti ringraziano (a volte anche pubblicamente) e sperano di ripetere l’esperienza, consolidando il rapporto. Gli scambi possono essere limitati, ma sono sempre solari e cortesi, e da quei pochi ti accorgi che esiste un equilibrio possibile nella relazione;
  • quelli troppo entusiasti all’idea di avere un curatore, tanto da inviare alle tre di mattina quindici messaggi in chat con suggerimenti vari per spostare le virgole o cambiare le dimensioni di un carattere in un box.

Ora, non è difficile immaginare quanto possa essere dura avere a che fare con i tipi 1 e 3. Se ci si offende facilmente, se non si sa sorridere con leggerezza dell’egocentrismo e dell’egotismo, non si può fare questo lavoro; è semplice. Se avere ragione viene prima di tutto, questa è la strada sbagliata. Impuntarsi non è mai necessario, difendere il proprio lavoro sì. Se un autore non accetta le correzioni, vanno spiegate, ma senza entrare in competizione. La tentazione c’è sempre.

 

Gli editor nel self publishing

Ben diverso è l’atteggiamento di chi si rivolge a una self publishing. In questo caso l’autore sente quasi sempre il bisogno di un editor, percepito come un esperto in grado di rendere il testo qualcosa di “pubblicabile”. In genere paga a parte per questo tipo di consulenza-intervento (nel self publishing l’autore dà un corrispettivo per tutte le fasi di creazione del libro, dalla revisione alla realizzazione della copertina o di un comunicato stampa per pubblicizzare “l’uscita”), e si aspetta un risultato quasi perfetto senza tenere conto del rapporto qualità-prezzo: un lavoro di un certo livello richiede cifre ben al di sopra delle tariffe fissate dalle maggiori self publishing, che in quanto intermediarie peraltro corrispondono all’editor collaboratore un compenso ancora più basso.

Inoltre, molto spesso, l’autore non ha le competenze per giudicare il lavoro effettuato, e contesta le correzioni riportate perché cade nelle trappole più diffuse della lingua italiana (concordanze a senso, maiuscole di rispetto, d eufoniche), scambiandole per errori introdotti dall’editor. Non è difficile intuire quanto sia alto il turnover dei collaboratori a causa dei compensi e delle incomprensioni che possono nascere tra i diversi reparti della filiera, che di fatto fanno poco squadra e lavorano in silos.

 

Come diventare editor?

Certo, una buona formazione è necessaria (il master mi è servito a imparare i rudimenti del mestiere e a ottenere i primi contatti per cominciare), ma servono soprattutto pratica, pazienza e una bella dose di fortuna. Probabilmente non è un lavoro che si può svolgere senza considerarlo il più bello del mondo.

Per noi freelance implica meno contatto umano e più contatto virtuale. Possiamo farlo ovunque – e questo viene visto con invidia da chi, per esempio, mi vede partire da un giorno all’altro senza dover chiedere niente a nessuno per andarmene a correggere libri a Firenze o Bologna – ma in realtà il nostro controllo orario sono le scadenze, e non sono meno implacabili di un cartellino da timbrare.

Il nostro è soprattutto un esercizio di sottrazione: lavoriamo e ceselliamo quanto creato da qualcun altro perché abbia la forma migliore possibile, nei limiti di tempo che ci vengono concessi. Restiamo in ogni caso dietro le quinte, e ci piace così.