Due studenti col camice in un laboratorio chimico, incontro tra università e manifattura

Se l’università non va alla manifattura, la manifattura va all’università

Università e manifattura: una sfida per un’istituzione che deve tenere il passo con le imprese. E che per ora non ce la fa; ma è l’unica a poterlo fare.

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L’Emilia-Romagna ha una dimensione sufficiente a competere con il mondo, una terra fertile anche d’ingegno che consegna al mercato ottimi prodotti, e una posizione ideale per i commerci su un asse di infrastrutture che la aiuta a muoversi da nord-est a sud-ovest, da Piacenza fino a Rimini, passando per Parma, Reggio Emilia, Modena, Bologna, Ferrara, Ravenna, Forlì e Cesena.

Negli anni della crescita questi vantaggi l’hanno aiutata a diventare una regione a vocazione manifatturiera; ma con l’iniezione continua di nuove innovazioni che direzione prenderà? L’università come saprà esserle d’aiuto?

 

Quale vocazione per una regione manifatturiera? La manifattura

Anche l’Emilia-Romagna ha una città metropolitana – Bologna come Milano – che la rende una regione ricca di servizi, e come la Lombardia poggia su una fiorente manifattura. I dati economici recenti confermano che è in una fase espansiva, anche migliore della media nazionale, con le ottime prestazioni del mondo produttivo. È spinta dalla crescita delle esportazioni (quasi 60 miliardi di euro l’anno), e la crisi economica passata ha portato come altrove una razionalizzazione della struttura delle imprese: quelle piccole chiudono o si fondono con altre per diventare un po’ meno piccole.

Com’è naturale, l’occhio di imprese e consumatori stranieri vede questi progressi solo uno per volta: per il cinese benestante produce ottima ceramica – in via di consolidamento nell’alto di gamma grazie anche alle azioni del Gruppo Italcer; per i rich kids americani è la culla delle super car – Lamborghini, Maserati e Ferrari; per i petroldollari del Qatar è l’impero della velocità della Dallara e della Ducati; per le classi medie russe e tedesche è il luogo del turismo a buon mercato; per i foodies europei è il regno dell’agroalimentare; e per l’impresa manifatturiera teutonica è il serbatoio della migliore subfornitura meccanica, quella mischiata con l’elettronica.

Ma viste con gli occhi italiani, queste singole specificità creano un vantaggio competitivo aggregato che solidifica la vocazione manifatturiera dell’intera regione.

 

Manifattura non significa prodotti fisici

Pasta, vino, formaggi, carne, salumi, piastrelle, ceramica, motori, attrezzature meccaniche e biomedicali, chimica e packaging: la lingua con cui oggi la regione parla con i Paesi esteri sembra fatta di prodotti fisici. Ma non è così, per due ragioni.

La prima ragione è l’innovazione. I prodotti che sopravvivono al mostro dalle tre teste crisi-concorrenza-tecnologia e cavalcano le nuove frontiere internazionali sono quelli con una componente innovativa molto elevata. L’Emilia-Romagna è una delle economie italiane in cui si parla di più di “servitizzazione”, un termine cacofonico ma efficace a descrivere l’alta componente di servizio contenuta in un’attività manifatturiera, che significa, come in altre regioni, personalizzazione del prodotto sulla base delle richieste del cliente, gestione delle informazioni utili ad anticipare, modificare e integrare i processi produttivi.

La seconda ragione è l’immaterialità. La miglior produzione della regione è infatti arricchita da una componente soft che va oltre la fisicità. Motori, agroalimentare e turismo, per esempio, sono tutti e tre settori in cui la parte intangibile del prodotto può essere utilissima ad accrescerne la qualità percepita e il prezzo: l’Emilia-Romagna per prima ha cominciato a raccontare la pasta attraverso la pubblicità in televisione, a proiettare nel mondo i propri brand dell’industria dei motori, ad appiccicare – spesso con ingenuità – gli appellativi territoriali DOC, DOCG, IGP ai prodotti agroalimentari. E oggi prova anche a far parlare di sé attraverso il linguaggio evocativo del marketing territoriale (vedi food valleymotor valleywellness valley).

 

Perché cambiare se va tutto bene? Il rapporto tra università e manifattura

Se l’economia della regione funziona e realizza prodotti invidiati dal mondo, con una forte carica intangibile, perché cambiare e rincorrere l’innovazione? Buon marketing, alto valore della componente territoriale del prodotto, integrazione col servizio e forte componente tecnologica sono tutti elementi immateriali che rendono eccezionale e unica la produzione realizzata attraverso un’iniezione di costante ed efficace creatività.

Ma l’eccezionalità si esaurisce, perché ogni vantaggio competitivo è temporaneo: ci sarà sempre un cinese che riuscirà a copiarci, un manager geniale che lascerà l’azienda o andrà in pensione, un macchinario che sarà superato per efficienza da uno della concorrenza, magari nei consumi di energia. Per questo sarà indispensabile aggiungere sensori, trovare nuovi metodi di misurazione, generare nuovi modelli di business, saper utilizzare e interpretare nuove masse di dati o semplicemente nuovi ingredienti naturali.

Per crescere e sopravvivere le imprese sono condannate a una trasformazione continua, con l’obiettivo di fare meglio e più dei concorrenti. Ma in un contesto di risorse limitate per tutti, chi le può aiutare a creare, gestire, conservare la creatività?

La candidata ideale è l’università, proprio perché è il soggetto deputato a dare forma al sapere, a fissarlo nel tempo e a diffonderlo, anche se oggi non ha la forza per affiancare le aziende in questo percorso eternamente in salita. Come mai? Perché ha risorse limitate e soprattutto per una fisiologica incapacità a innovare se stessa. Se infatti l’azienda cammina raminga sulla strada incerta del cambiamento, l’università marcia a passo regolare sulla strada diritta della conservazione.

Se ogni organizzazione ha una sua propensione e velocità di/al cambiamento (detta clockspeed) l’università ne ha sicuramente una troppo lunga rispetto alle esigenze dell’economia; una differenza che risulta ancora più marcata quando si trova in una regione in cui è difficile adeguarsi alle necessità di un così lungo elenco di specializzazioni produttive.

 

La collaborazione tra impresa è università non funziona (ancora)

Si può obiettare che l’università non possa né debba sostituirsi all’impresa nel comprendere come cambino le esigenze professionali. Vero. Ma può individuare le professionalità da formare avvicinando l’orecchio alle imprese quotidianamente, e non solo quando ci sono in ballo dei finanziamenti, magari utili a prolungare contratti e docenze.

Un esempio. In una regione, diciamo pure una nazione, da vent’anni a vocazione esportatrice, la formazione della figura più importante – l’export manager – è spesso educata solo in fase postuniversitaria: la fioritura di master e corsi creati da soggetti privati conferma che le capacità di vendita e di comprensione dei mercati esteri sono due elementi indispensabili a chiunque entri nel mondo del lavoro, ma sono dimenticati dall’università.

A ribadire questo scollamento tra domanda d’impresa e offerta universitaria ci sono anche le neonate academy aziendali, dove le aziende in prima persona fanno da argine all’obsolescenza delle competenze causate dall’innovazione tecnologica e dalla mutevolezza dei mercati. Si prenda, per esempio, il caso della Pregel, azienda food di Reggio Emilia, che ha un programma di formazione post laurea creato per avviare neolaureati alla carriera nel settore commerciale-export.

In questi e altri casi la manifattura si sta muovendo da sola nella ricerca e diffusione (parziale) del sapere richiesto dal mercato, mentre l’università protegge il suo, di sapere. E siccome sa farlo bene, dovrebbe insegnarlo alle aziende. Non può insegnare loro la capacità di rispettare i tempi di consegna, reagire alle sollecitazioni del mercato o proporre un’offerta che non sia rigida; può invece aiutarle in un percorso che a loro è del tutto estraneo, ma le è congeniale.

Spesso le imprese di frontiera si lanciano verso le innovazioni senza freni e rincorrono la creatività senza fissarla: non difendono abbastanza i loro prodotti, non registrano adeguatamente i loro brevetti, non proteggono per bene i contratti e i marchi delle loro creazioni, né valorizzano e rendono produttivi i loro archivi.

Oggi per esempio, la sfida tra Usa e Cina sull’Intelligenza Artificiale può insegnare qualcosa. Si sta ripetendo un fenomeno che ha coinvolto le due superpotenze Usa e Urss durante la Guerra Fredda: non cercavano più l’innovazione (militare) per sé, ma solo un margin of safety, quel tanto che bastasse a superare l’altra. Con la stessa logica anche molte imprese oggi rincorrono l’innovazione senza scaricarla a terra, senza pianificarne lo sviluppo per un tempo medio lungo. Solo l’università può invece aiutarle a fissare il sapere creato, a consolidare un vantaggio competitivo temporaneo per trasformarlo in una competenza stabile e protetta dalla concorrenza, evitando di bruciare più innovazione di quanta effettivamente se ne produca.

 

Università e manifattura: aiutare ad aiutarsi

Nell’infinito percorso dell’impresa verso l’innovazione, l’università può essere preziosissima per la manifattura se sa adeguarsi quel tanto che basta a non sacrificare i risultati per il rispetto delle sue regole e dei suoi tempi.

Può anzi aiutare le imprese a stabilizzare l’innovazione proprio creando regole e schemi di lavoro, affrontandola con metodo, non a casaccio come spesso fanno molte startup.

Sperare che le due si parlino da un giorno all’altro, l’una così timida e l’altra così presuntuosa, quando si parla di sapere e innovazione, è ingenuo. Ma oggi l’università ha finalmente due grandi occasioni: può dimostrare di avere un senso del territorio strutturale, non occasionalmente affidato alla buona volontà di qualche caso isolato o ai fondi di qualche mecenate; e nella rivoluzione tecnologica, che cancella una bella fetta di competenze acquisite, può aiutare l’impresa a scegliere su quali investire e a capire quali saranno le più durature e le meno soggette alle temperie dell’innovazione.

 

 

Photo by Ben Wicks on Unsplash

Nato nel 1979, vive e lavora a Milano, dove si occupa di strategie di comunicazione e marketing. Scrive di impresa e Made in Italy su diverse testate nazionali. Ha pubblicato Esportare l'Italia, virtù o necessità (Guerini e Associati), Food Economy (Marsilio ) e Uberization, il potere globale della disintermediazione (Egea). [ Guarda tutti gli articoli ]

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