Un particolare dello studio Digital Records: un semaforo verde e un tamburo del sistema di rifrazione del suono kickback.

Senza la Digital Records il cinema avrebbe rischiato di piangere

La genesi di una colonna sonora secondo Goffredo Gibellini, fondatore della Digital Records, una famiglia allargata di compositori, musicisti e registi.

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“Nessuno ha mai pianto davanti una scena senza musica”.

Ha esordito così Goffredo Gibellini, mentre sfoderava il divano violentato da un cane capriccioso e io mi perdevo tra i cavi colorati che si attorcigliavano elegantemente sul banco dello studio tra centinaia di pulsanti, manopole e potenziometri. Nella stanza grande, dall’altra parte del vetro, regnava invece un silenzio assoluto. Due semafori, inspiegabilmente lì, erano fissi sul verde, e decine di tamburi appesi al muro illuminavano delicatamente i microfoni e i leggii.

“Li ho costruiti da solo”, mi ha anticipato Goffredo scoprendomi intento a scrutarli, “ma non sono solo lampade. Servono per illudere, manipolare la realtà; che in fin dei conti è esattamente ciò che facciamo qui.”

Le scelte cromatiche ed estetiche dello studio sono un omaggio al pittore e musicista Giacomo Balla – autore tra l’altro del Manifesto del Colore e del Manifesto della Cinematografia Futurista

 

Nel cuore musicale del cinema italiano

Goffredo Gibellini è il proprietario della Digital Records, il più importante studio per l’incisione di colonne sonore che c’è in Italia. Le locandine e gli spartiti incorniciati nei corridoi testimoniano chi è passato da lì e i film nati anche grazie al suo contributo: da Gangs of New York a Non Essere Cattivo, da Morricone e Ezio Bosso a Ludovico Einaudi e Andrea Guerra, passando per praticamente tutte le opere di Paolo Sorrentino.

I tamburi nella sala di registrazione hanno recentemente sostituito un complesso sistema di microfoni e diffusori pensato per garantire un buon riverbero. “Il suono è tutto”, mi dice. “Specialmente per gli strumenti che hanno un tempo di decadimento rapido è fondamentale che i musicisti possano ascoltarsi come se suonassero nell’intimità di casa loro, ma con un’acustica da teatro”.

Il sistema, artigianale e brevettato col nome di kickback qualche anno fa, si basa su pelli sottilissime tirate in modo che il ritorno del suono sia naturale. “Quasi due secondi” sottolinea orgoglioso Goffredo facendomi notare con ironia che i supporti metallici sui quali i tamburi sono ancorati altro non sono che piatti da paella.

Alcuni dei quadri esposti nel salottino della Digital Records

La Digital Records, una famiglia di musicisti e compositori

Il divano ora è senza fodera. Bussano alla porta ed entra un signore anziano e sorridente che l’assistente di Goffredo introduce come “il Maestro”. Una consuetudine, in quell’ambiente. Si salutano affettuosamente, scambiano qualche battuta e si congedano dopo la consegna di un cd. Appena chiusa la porta Goffredo mi dice: “Quello è Zambrini”. Io annuisco, fingendo maldestramente di sapere chi sia.

Solo una volta in auto leggo su Wikipedia che quell’uomo è stato compositore per Modugno, Mina, Morandi e Patty Pravo; ha composto le colonne sonore per la saga dei Fantozzi, i cinepanettoni di Neri Parenti, tutti i film di Fausto Brizzi e anche la sigla di Domenica In di Corrado. Lui di sicuro, tamburi o no, si sentiva a casa.

La Digital Records è una grande famiglia”, ha ribadito più volte Goffredo durante la nostra chiacchierata, “una famiglia che in più occasioni si è davvero comportata come tale.”

Cavi nella sala di registrazione

Goffredo Gibellini, una vita nella musica senza studi musicali

Nessuno ha mai pianto davanti una scena senza musica, eppure solo alcuni compositori di colonne sonore godono di una certa fama; gli esecutori non sfilano mai sui red carpet e i tecnici del suono, nei titoli di coda, vengono molto dopo il make-up. Non c’è neanche un premio per loro. L’oscar al miglior sonoro è riferito alla presa diretta, eppure basterebbe un pomeriggio con Goffredo per capire quanto fondamentale sia il loro contributo.

È difficile spiegarlo e andare oltre il concetto di un brano che si sente bene, eppure ascoltare una colonna sonora con lui è un’esperienza durante la quale i sensi si sovrappongono e si intrecciano, restituendo l’illusione di aver visto qualcosa che in realtà si è solo udita. Con la mano che tiene il tempo come un direttore d’orchestra infatti apre sul suo Mac il progetto cinematografico numero 687 (numerazione iniziata dodici anni fa), che è un film di prossima uscita, e commenta ogni movimento melodico costruendo con poche parole nel mio immaginario quello che il film avrebbe mostrato se solo il monitor fosse stato acceso.

“Non posso rendere bella una cosa brutta, ma devo far emergere l’impercettibile. Il mondo che il compositore ha immaginato, devo costruirlo per restituirlo al pubblico.”

Goffredo ha imparato a solfeggiare pochi anni fa senza mai studiare musica. È nato tra le colonne sonore: la sua famiglia era la proprietaria del Forum, uno dei più celebri studi di registrazione di musica di tutta Roma, e all’età di 16 anni ha iniziato a frequentare le sale regia riparando cuffie. Ha frequentato il tecnico industriale, che gli ha permesso di accumulare nozioni più sulla componentistica elettronica degli strumenti che sull’armonia e la tecnica musicale.

Ma il senso ritmico non è l’unica caratteristica che lo rende simile a un direttore d’orchestra, perché l’orecchio musicale che la genetica e il tempo gli hanno donato è qualcosa di mistico. “Lo senti? Qui uno dei secondi violini è calante”. Inutile precisare che io non riuscivo nemmeno a isolare gli archi in quell’amalgamarsi di suoni e note.

La melodia invece, quella ci vuole sempre”, dice secco. “Oggi si tende a interpretare la musica da film come un commento alle immagini, ma se vuoi avere traccia ricordati che non puoi canticchiare un’atmosfera realizzata da pad”.

Goffredo Gibellini, fondatore e titolare della Digital Records

L’allagamento, le difficoltà e la rinascita della Digital Records

La Digital Records ha aperto nel 2005, e in quindici anni Goffredo e i suoi collaboratori (Gianluca, Federica e Angelo) hanno ospitato tutto il cinema italiano. Ma, come in ogni sceneggiatura che si rispetti tra quelle che Goffredo ha sonorizzato centinaia di volte, non si è fatto attendere il momento dello scontro. Il nemico ha assunto a gennaio del 2016 le fattezze di una tubatura che è esplosa in strada, sommergendo sotto un metro e mezzo d’acqua gli studi di Via Ugo de Carolis nel quartiere Balduina. Danni incalcolabili e debiti, il rischio concreto della chiusura e l’inizio di un percorso giudiziario che oggi, dopo quattro anni, non è ancora riuscito a stabilire un minimo risarcimento.

Oggi la Digital Records è aperta e c’è ancora tutto, conservato in una stanza non riscaldata: centinaia di migliaia di euro di attrezzature logorate dall’acqua ricordano nell’ombra quello che è stato.

È grazie alla mia famiglia se siamo ancora qui: quella naturale e quella allargata, fatta dai musicisti, dai compositori e dai direttori che hanno lavorato con la Digital Records.” Le difficoltà economiche che hanno messo in ginocchio la società di Goffredo sono state superate, in attesa di una sentenza definitiva, grazie alle donazioni e ai prestiti di chi in Digital Records si è sempre sentito a casa, con o senza tamburi.

Mixer 88RS in sala di registrazione

 

Il simbolo della rinascita è il mixer che domina da un paio d’anni la sala regia, modello 88RS dell’Ams Neve, uno strumento dal valore di quasi un milione di euro. Ce ne sono tre in tutta Europa e l’unico uomo sulla terra in grado di ripararlo è uno scozzese che vive a Londra. “È uno strumento straordinario, un’operazione di marketing ma anche l’emblema del nostro volerci essere”.

Nessuno ha mai pianto davanti una scena senza musica, ma per colpa di una rottura, che cinematograficamente chiameremo di “quarta parete”, proprio senza la musica, le alterazioni e i tamburi di Goffredino, il cinema italiano ha rischiato di piangere davvero.

 

 

Photo credits: Angelo Astrei

Classe 1990 ama profondamente il suo lavoro, anche se non saprebbe dargli una definizione precisa. Ossessionato dalle mappe e dalle figure retoriche, il fil rouge che collega i punti del suo percorso è lo storytelling. Sperimentatore ed esploratore di nuovi strumenti narrativi naviga tra la scrittura, il videomaking e il podcasting. Ha diretto un festival cinematografico internazionale per 10 anni e oggi lavora come CMO in una startup tech approfittando di ogni slot di tempo libero per trovare una storia da raccontare. [ Guarda tutti gli articoli ]

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