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Sicurezza in spiaggia: mai dare un bagnino per scontato

Sicurezza in spiaggia: mai dare un bagnino per scontato

Le spiagge venete cercano il rilancio in tempo di crisi: sicurezza al primo posto. Dino Basso, Società Nazionale di Salvamento: "Noi già pronti da decenni".

In comune tra loro hanno la quotidiana battaglia contro la confusione mediatica prodotta da leggi frettolose e tardive, che rendono la loro applicazione macchinosa e non sempre fattibile. Ma anche una voglia di riscatto per le coste venete e una forza d’animo rinfrancata da un’inedita coesione tra le parti in gioco, tutte unite per superare il dramma economico che sta facendo seguito a quello umano, causato dalla pandemia. Sono il direttore della Società Nazionale di Salvamento sezione di Mestre, Dino Basso, e William Dalla Francesca Damiani, amministratore di Wela, società di servizi che procura professionisti nel settore turistico a strutture ricettive che le richiedono, dall’addetto alle pulizie all’animatore.

 

Veneto, il virus che unisce: lo Stato ritarda, ma gli enti locali fanno fronte comune

Esordisce Damiani, spiegando: “Direi che sul piano dell’organizzazione, il governo e l’attività dello Stato in generale sono partiti male. Se oggi fosse il primo maggio sarei davvero soddisfatto di come è stato possibile adattarsi alle nuove esigenze organizzative in base alle norme, e anche dell’affluenza dei turisti, che stanno arrivando sempre più numerosi. Ma siamo a luglio inoltrato, e non posso non guardare alle difficoltà incontrate a causa del fatto che alcune indicazioni ci sono arrivate solo a fine maggio, e tra una selva di informazioni non corrette che hanno generato confusione e ulteriore ritardo. Basti pensare alle proteste scaturite dall’ipotesi di proteggere i clienti degli stabilimenti balneari con cabine in plexiglass (che poi sappiamo essere prontamente tramontata). Oggi, possiamo dirci abbastanza soddisfatti della situazione”.

La pandemia però, spiega Dalla Francesca Damiani, ha portato anche una rivoluzione in senso positivo, facendo scoprire una voglia di coesione e una capacità di far rete che finora erano state le grandi lacune dell’imprenditoria veneta. “I rapporti con gli enti locali si sono enormemente rinsaldati comune, Guardia Costiera, associazioni di categoria; oggi c’è un confronto continuo e soprattutto rapido: in breve si indice una riunione online che supera tutti i limiti dettati dalle distanze e dal traffico, e in venti minuti-mezz’ora le decisioni vengono concordate. Altrettanto rapidamente vengono indette le riunioni per lo stesso motivo, e tutti riescono a essere presenti e puntuali”.

Cosa ha significato per il settore turistico veneto ripartire dopo la pandemia e con i limiti tuttora imposti per il controllo del contagio? “Ha significato ripartire da noi. Non abbiamo mai smesso di fare formazione e aggiornamento, trasformando ai tempi del lockdown le lezioni pratiche in lezioni via web. Siamo ripartiti dai nostri collaboratori, con il contributo di tutti, con una gran voglia di non mollare da parte di tutti gli attori delle strutture ricettive, sempre e comunque nel nome della sicurezza. Che prima per molti albergatori veniva considerata solo come una spesa, basti pensare alla presenza obbligatoria del bagnino in spiaggia o in piscina: spesso veniva vissuto come un costo superfluo”.

“Oggi l’approccio è cambiato e viene compresa l’importanza di queste figure anche perché sono nate nuove professioni, come l’assistente di spiaggia: ovvero quegli operatori che spiegano ai clienti come mantenere la distanza sociale anche tra gli ombrelloni o dove trovare i distributori di disinfettante dentro e fuori gli hotel. Perché il cliente, chiaramente, ha avuto bisogno di un po’ di tempo per orientarsi in questa nuova realtà.”

 

Sicurezza in spiaggia, per i bagnini niente di nuovo sotto il sole

Piccole rivoluzioni, dunque; nuove professioni, ma anche lavori che della sicurezza hanno fatto il punto di partenza e di arrivo, da sempre. “Non c’è proprio niente di nuovo nel mestiere del bagnino”, spiega Dino Basso, direttore della Società Nazionale di Salvamento, “che per sua natura, per la sua formazione, non può che avere la vocazione di salvare la gente in tutta sicurezza. Certo abbiamo ri-tarato le attrezzature per la rianimazione, le stesse di prima. Si segue attentamente il documento Inail per lavorare nella massima sicurezza, soprattutto per quanto riguarda i contatti e il possibile ‘aerosol’ che può scaturire dal soggetto salvato, nel momento in cui si pratica pressione cardiaca. Ma sono gli stessi provvedimenti che applichiamo da decenni. Per capirci, da quando c’è l’Aids, motivo per cui la pratica del bocca a bocca non viene usata da anni dai bagnini, contrariamente a quanto contemplato in una normativa che ha generato una grandissima confusione tra le persone”.

“L’Ambu (il pallone autoespansibile che aiuta l’attività respiratoria, N.d.R.), la mascherina, i guanti, sono la nostra attrezzatura da decenni. È la burocrazia che non capisce che noi siamo qui per salvare la gente senza farci e senza fare male. Quando l’Inail ha pensato di classificare il possibile contagio da COVID-19 non come malattia professionale, ma come infortunio sul lavoro, le cose si sono complicate per tutti. Per le ditte, per le assicurazioni. Successivamente è stato derubricato per ovvi motivi: sapere e dimostrare dove l’operatore poteva aver contratto il virus è impossibile. Ma la cosa ha creato panico e difficoltà tra gli addetti. Per il resto, a parte la doccia di disinfettante e altri provvedimenti, non è cambiato molto per noi. Il salvataggio in condizioni difficili, di mare mosso e avverso, era previsto e calcolato prima e lo è anche oggi.”

Come del resto l’importanza di una formazione seria e completa, che in questo periodo difficile appare indispensabile come mai in passato. Abbiamo così cercato di capire come si diventa un bravo bagnino. Ancora Basso: “Il primo requisito di base che viene richiesto è una conoscenza approfondita del nuoto a rana. Non chiediamo dei garisti o persone che necessariamente abbiamo un passato agonistico, ma una buona conoscenza di questo stile, che è fondamentale perché permette di procedere in mare con la testa fuori anche in caso di acque agitate e onde”.

“Di pari passo si procede con la passione per il lavoro all’aria aperta. Bisogna amare stare al sole, non avere la pelle troppo sensibile, perché in questo caso le creme protettive non basterebbero e si finirebbe con l’essere colpiti da malattie professionali. E poi viene richiesta una consapevolezza dei pericoli. L’affinamento dell’attenzione avverrà successivamente, durante il corso, che dura dieci settimane. Il costo è di 350 euro, per 20 lezioni di nuoto in piscina, cui si aggiungono 10 lezioni di teoria di due ore ciascuna e 10 per l’apprendimento della rianimazione. Alla fine si deve superare, davanti a una commissione composta da medici ed esaminatori rigorosamente esterni alla scuola, un esame composto da quattro parti: teoria, rianimazione, nuoto, voga.”

 

A scuola di salvataggio: la formazione dei bagnini garantita solo dalla reputazione

Come in tutti i settori, ci saranno certamente scuole più serie e altre più indulgenti. Trattandosi di salvare vite, e volendo quindi imparare il mestiere con rigore, come si fa a distinguerle? “Ha colto nel segno. Anche in questo campo purtroppo ci sono scuole, di sub come di salvataggio, di manica larga. Non resta che affidarsi alla reputazione, cioè al pass parola, perché come sempre chi lavora seriamente si fa un nome. Pensi che una volta mi è capitata una bagnina di piscina che, volendo essere abilitata anche per il mare, mi ha chiesto di superare sotto la mia visione l’esame di voga, cioè la prova di destrezza nell’uso del pattino di salvataggio. La ragazza mi aveva esibito il regolare brevetto e quindi io ho dovuto dare per scontato che avesse già tutti i requisiti necessari, anche perché non ho titoli per riesaminarla. Passa di lì un collega che la conosceva per precedenti episodi: ‘Guarda che quella persona – mi ha ammonito – sa a malapena tenersi a galla’. Io non ho potuto farci niente: lei era venuta da me per superare la prova di voga e io l’ho valutata per questo. Non sono legittimato a giudicare o contestare un brevetto rilasciato da un’altra scuola”.

Chi potrebbe agire per garantire il bagnante? “Da anni c’è un decreto legge che però viene sempre fatto slittare, e prevede che le prove d’esame vengano effettuate solo dalla Capitaneria di Porto, che a sua volta però non ha personale sufficiente per coprirne le quattro. Così è rimesso tutto alla reputazione. Le persone generalmente cercano online. Il sito della nostra società, che al mondo è seconda solo ai cinesi per il numero di bagnini in carico (120.000), non presenta video commissionati ma solo reali. Ci sono le nostre lezioni, gli errori, le difficoltà, le eccellenze. Noi diamo grandissimo peso alla prevenzione e al soccorso, ad esempio, perché il salvataggio può non servire a niente se non so rianimare”.

“Le spiagge venete sono attrezzate in modo meraviglioso, a mio avviso, grazie al Suem. L’elicottero del 118 infatti, che condivide la piattaforma con i vigili del fuoco di Mestre, è in grado di raggiungere le torrette delle spiagge in tre minuti, cronometrati. Ma le coste delle regioni senza elicotteri? Si sono consumate scene terribili, in passato, in alcune spiagge, con ambulanze insabbiate e bagnanti a spingere, in momenti in cui i secondi sono cruciali per il salvataggio della persona soccorsa.”

La reputazione professionale poggia anche sulla storia. Nata nel 1871, la Società Nazionale di Salvamento, che ha sede principale a Genova e vanta tra i soci fondatori tale Giuseppe Garibaldi, è riconosciuta dalla Federazione dei Medici Italiani come società medico scientifica. Al suo interno, infatti, medici tengono lezioni, perché per conseguire il brevetto è fondamentale il BLSD, cioè l’abilitazione all’uso del defibrillatore, in conformità con il protocollo acquatico. Un aspetto imprescindibile nella scuola di Basso, benché non tutti la pensino così. “Eh sì, mi è capitato anche di dover rinnovare il brevetto a un bagnino, proveniente da un’altra scuola, che non sapeva neanche cosa significasse BLSD”.

 

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