Spoiler – “Vedi Napoli” nel prossimo Senza Filtro

Oggi come ieri, Napoli offre spunti, suggestioni e ispirazione ad autori e registi e presta il volto alle interpretazioni più disparate: dall'omaggio di Rossellini con il suo Viaggio in Italia a quella in salsa pop-dark della serie TV Gomorra

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“Vedi Napoli e poi muori” recita un famoso detto, che racconta e sintetizza il sentimento di napolitudine, una sorta di saudade rivista e rivisitata in chiave partenopea. “Vedi Napoli e poi… ciack! Si gira”, rilanciamo noi, nel raccontare il rapporto complesso e affascinante fra Napoli e il cinema. Un rapporto che ha inizio agli albori della Settima Arte, in un’epoca in cui le innovazioni tecnologiche hanno lo scopo di rintracciare e di ricostruire modi nuovi di raccontare e di diffondere il reale.

La nostra storia ha inizio nel 1888, quando il fisiologo Étienne-Jules Marey, inventore del cronofotografo, imprime su alcune lastre fotografiche una breve sequenza dei Faraglioni. Un filmato ante litteram in formato mini, che sarà icasticamente intitolato Vague, baie de Naples.

Solo pochi anni più tardi, nel marzo 1896, arriva in città il cinematografo, con una proiezione dei fratelli Lumière al Salone Margherita. Tra l’altro, il legame fra i Lumière e la città partenopea diventa sempre più stretto, tant’è che i due decidono di effettuare alcune riprese e di dedicare alla città uno dei primissimi documentari della storia del cinema. Questo breve film, della durata di appena due minuti, descrive e racconta i luoghi e le persone immerse in alcune fra le zone più caratteristiche della città: da via Marina alla monumentale via Toledo, passando per le suggestioni del Vesuvio e dello storico Borgo di Santa Lucia (Naples, L. Lumière, 1898).

Nel maggio 1898 il giovane Mario Recanati, considerato il primo distributore in Italia, inaugura proprio a Napoli la prima sala cinematografica italiana, al numero 90 della Galleria Umberto Primo. Il biglietto d’ingresso costa dieci centesimi e ad accogliere la folla all’ingresso viene incaricato Giuseppe Attanasio, il “pazzariello”. L’iniziativa avrà un successo strepitoso e solo pochi anni più tardi, nel 1901, Menotti Cattaneo dà vita a Iride, la prima sala in muratura in Italia. E nei primi anni del Novecento sorge in città la primissima casa di produzione italiana, la Titanus, fondata dal produttore Gustavo Lombardo nel 1904.

Mentre nella Napoli fra le due Guerre si assiste al debutto cinematografico di Eduardo e Peppino De Filippo, con la commedia di Mario Camerini Il cappello a tre punte (id. M. Camerini, 1934), visionata in anteprima da Mussolini in persona, che ne ordinò il taglio delle scene di malcontento popolare per le tasse. E al debutto come interprete di uno scugnizzo del rione Sanità, Antonio de Curtis in arte Totò, che nel 1937 presta il volto al conte Totò di Torretota, un vagabondo affamato e incapace di lavorare e che perde un posto di lavoro dopo l’altro (Fermo con le mani!, G. Zambuto, 1937).

E allora, cinema napoletano, uguale cinema italiano.

Italiano, ma non solo. Perché proprio a partire dal secondo dopoguerra la città presta il volto a veri e propri capolavori, insigniti di importanti riconoscimenti, nazionali e internazionali. Paisà (id., R. Rossellini, 1946) e L’oro di Napoli (id., V. De Sica, 1954) vincono entrambi il Nastro d’argento, rispettivamente nel 1947 e nel 1955; Matrimonio all’italiana (id., V. De Sica, 1964) e Ricomincio da tre (id., M. Troisi, 1981) conquistano il David di Donatello. Mentre Ieri, oggi, domani (id., V. De Sica, 1963), la commedia a episodi su soggetto di Moravia, Zavattini e De Filippo vince il Golden Globe, il Nastro d’argento e il David di Donatello nel 1964 e l’Oscar e il Premio BAFTA nel 1965.

Oggi Napoli continua a essere nota per la ricchezza artistica, storica e culturale e la qualità del cinema partenopeo rimane altissima. Ecco perché, la città riveste tutt’oggi un ruolo di primo piano, non solo in quanto culla di cineasti che hanno conferito al cinema nostrano fama e prestigio internazionale, ma anche per i continui spunti, per le suggestioni e per l’ispirazione con cui affascina autori, registi e sceneggiatori.

Da Paolo Sorrentino, acclamato da critica e pubblico e vincitore del Premio Oscar nel 2014 per La grande bellezza (id., P. Sorrentino, 2013), la storia di un giornalista napoletano trapiantato in una Roma trash e decadente e che, cinico e disilluso, si confronta con un’alterità altrettanto disincantata; a Gabriele Salvatores, vincitore dell’Oscar nel 1992 con il suo Mediterraneo (id., G. Salvatores, 1991), la vicenda di otto soldati del Regio Esercito Italiano, che nel 1941 vengono inviati a presidiare un’isoletta dell’Egeo.

Fino a Massimo Troisi, fra i principali esponenti della nuova comicità napoletana degli anni Settanta e co-regista del pluripremiato Il postino (id., M. Radford, M. Troisi, 1994), che racconta l’amicizia fra un abitante di un’isola del sud Italia e il poeta cileno Pablo Neruda, esule nel nostro Paese per ragioni politiche. Ma Troisi è anche l’indimenticato interprete di Mario, un bidello partenopeo che, all’improvviso e per uno strano scherzo del caso si ritrova catapultato nel 1492. E che, assieme all’amico Saverio — interpretato da un altrettanto iconico Roberto Benigni — decide di recarsi a Palos, in Andalusia, per fermare Cristoforo Colombo e impedirgli di scoprire le Americhe (Non ci resta che piangere, M. Troisi, R. Benigni, 1984).

E poi c’è la Napoli velata che fa da sfondo al mistero che avvolge la vicenda di Adriana, travolta da un amore improvviso e da un delitto violento (Napoli Velata, F. Özpetek, 2017); c’è la Napoli vista da un doppio punto di vista: quella del milanese Cazzaniga e quella del napoletano Bellavista, che si incontrano, scontrano e confrontano su punti di vista, modi di essere e modi di pensare (Così parlò Bellavista, L. De Crescenzo, 1984). E c’è la Napoli contemporanea di Mozzarella Stories (id., E. De Angelis, 2011) e delle gemelle neomelò Indivisibili (id., E. De Angelis, 2016) descritta da un altro napoletano DOC, il quarantenne Edoardo De Angelis, già vincitore di sei David di Donatello 2017 e di cinque Nastri d’argento.

Una Napoli (benché più tristemente) degna di nota è quella di Gomorra (id., M. Garrone, 2008), trasposizione cinematografica del best seller di Roberto Saviano, che racconta fatti ed episodi dell’impero economico camorristico: un sistema che, come recitano i titoli di coda, ha ucciso in trent’anni più di 10.000 persone, per un giro d’affari di 150 miliardi di euro l’anno. Dalla vicenda di Pasquale, sarto esperto, che accetta la proposta di un imprenditore cinese di formarne gli operai, all’episodio del “contabile” Don Ciro, che porta la “mesata” alle famiglie degli affiliati e la cui storia si intreccia con quella di Totò, un tredicenne che accetta di essere “iniziato” facendosi sparare in petto con un giubbotto antiproiettile. Dalla vicenda di Marco e Ciro che, attratti dal mito di Scarface, decidono di mettersi in proprio, alla storia di Franco, imprenditore nello smaltimento di rifiuti tossici e mentore del giovane Roberto, che lo aiuta nella scelta dei luoghi migliori dove seppellire i detriti.

Dal romanzo di Saviano sarà tratta anche l’omonima serie televisiva, i cui toni popdark, a livello narrativo e di messa in scena, hanno conquistato il pubblico nostrano e d’oltreoceano (Gomorra, S. Sollima, C. Cupellini, F. Comencini, 2014 – In produzione).

Ma la Napoli che vale la pena di raccontare è anche quella evocata dallo sguardo di tre uomini del New Jersey, vicini all’ambiente malavitoso e orgogliosi delle proprie origini campane. Tony Soprano, Chris Moltisanti e Paulie Gualtieri giungono in città per un viaggio d’affari, un traffico di auto rubate gestito da Zio Vittorio, parente alla lontana di Junior e Jonny Boy Soprano. Ma il viaggio in Italia (quasi una sorta di omaggio all’omonimo capolavoro di Roberto Rossellini: una celebrazione delle bellezze partenopee che anticiperà il cinema moderno degli anni Sessanta) riserverà ai nostri non poche sorprese: dalle bellezze artistiche, al folklore locale. All’incontro con il boss della famiglia, l’affascinante Annalisa Zucca. Al rientro nel New Jersey i tre saranno accolti da grigi scenari di industrie, viadotti e capannoni: un amaro ritorno a casa dopo quel primo, meraviglioso incontro con il nostro Paese (I Soprano, D. Chase, 1999 – 2007).

Buona lettura e… buona visione!

Lucana, studi umanistici. Dopo più di dieci anni in azienda riscopro la scrittura. E approdo alla carta: prima stampata, poi digitale. Sviluppo importanti collaborazioni con «L’Indipendente lucano», «Il Metapontino», «Biancolavoro» e «Blu TV» e, in ambito cinema, con “Reggio Film Festival”, “Il cinema ritrovato” e “Biografilm Festival”. Membro della giuria durante la 50+1 edizione della “Mostra del nuovo cinema” di Pesaro. Come giornalista mi occupo di cultura e sono attenta ai temi di genere, specie se legati al mondo del lavoro; come Project Manager sviluppo progetti culturali e comunicativi: dalla scrittura alla fattibilità, dal budget alle strategie di fundraising. Nutro una passione per i modernismi; ma anche per i post-modernismi e per le forme di ibridazione. E sono (da) sempre — come titola la raccolta di saggi di Greimas — alla ricerca Del Senso. [ Guarda tutti gli articoli ]

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