Tito Boeri sotto attacco

La prima puntata della nuova rubrica "Controluce" va nella direzione dell'attualità più spinta: il caso INPS e la posizione di Tito Boeri diventata nelle ultime ore talmente scomoda per il Governo da sfociare in licenziamento anticipato

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Il tempio della previdenza sociale e del lavoro sta per essere violato e la sua autonomia calpestata con un commissariamento inedito nella storia del nostro Paese: in queste ore, salvo retromarce o ripensamenti assai di moda nei palazzi del Governo, l’esecutivo guidato da Lega-M5S e in particolare dal Presidente del consiglio Giuseppe Conte, firmerà un decreto che licenzierà ante litteram il presidente dell’Inps Tito Boeri per “infedeltà” ed “eccesso di critica”, avendo già pronta una governance di fedelissimi.

Per il mondo del lavoro è un colpo durissimo.

Boeri ha detto la sua in proposito: “L’Inps non si merita il commissariamento. Non c’è nessuna ragione per farlo: non ci sono né problemi di funzionamento, né fatti gravi. Se accadesse, sarebbe un modo di esautorare il Parlamento che ha un ruolo importante nella procedura di nomina”.

Nel primo numero della rubrica Controluce, che troverete su Senza Filtro ogni venerdì per scandagliare i fatti della settimana, vogliamo occuparci dunque di questo possibile coup de theatre con la regia di Palazzo Chigi. La motivazione ufficiale del Governo è che il commissariamento sarebbe necessario per gestire al meglio il reddito di cittadinanza e la riforma della Legge Fornero. Ma nelle ultime ore qualche consigliere dell’esecutivo deve aver obiettato che forse è vero il contrario: se si aprisse il commissariamento sarebbe più difficile gestire il reddito di cittadinanza e la quota 100. Forse è meglio tenersi Tito Boeri fino alla fine del suo mandato e poi consumare l’assalto politico all’Inps e alla sua indipendenza senza alcun ostacolo. 

Staremo a vedere.

L’inps, l’indipendenza e la politica tutta italiana 

Comunque vadano le cose alla scadenza del suo incarico, tra poco meno di un mese Tito Boeri se ne tornerà alla Bocconi. Visto che l’Inps sta per essere trasformato in un organismo di propaganda della politica governativa sul lavoro, difficilmente Boeri potrebbe accettare, anche se fosse, un rinnovo dell’incarico. È lo stesso Boeri a dire di non voler “accettare l’idea che l’incarico di presidente dell’Inps debba in tutto e per tutto sposare le tesi del Governo in carica”. Come scrivono Alberto Alesina e Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera: “Il decreto che il Governo varerà questa settimana per attuare quota 100 restituisce l’Inps alla politica. Lo fa rimettendo in piedi un Consiglio di amministrazione nominato dal Governo e nel quale in passato alcuni posti sono sempre stati riservati ai sindacati. Verrà cancellata una conquista, l’indipendenza dell’Inps dalla politica”.

Questo pericolo esiste davvero. Ma c’è dell’altro.

Se si guarda in controluce il conflitto tra Inps e politica di questi mesi, si scopre facilmente che le disgrazie del presidente dell’Inps non sono cominciate con le critiche tecniche al “Decreto dignità” o con le critiche feroci all’insostenibilità finanziaria della riforma Fornero. Tito Boeri ha messo la mano sul filo spinato quando ha cominciato in tempi non sospetti a parlare con spirito critico di politica sull’immigrazione, il tema che ha forse consentito a Salvini di vincere le elezioni e dilagare sulla rete con battute dal forte impatto emotivo come “La pacchia è finita” o “Tutti a casa”.

A marzo 2018 – pochi giorni dopo le elezioni – nell’intervista esclusiva rilasciata a Bologna da Boeri in occasione di Nobìlita, il festival sul lavoro organizzato da Senza Filtro, lui stesso così rispondeva riferendosi ai governi passati e a quello che stava per nascere: “In Italia non abbiamo saputo investire nel modo giusto sull’immigrazione. Noi abbiamo un problema demografico serio che non si risolverà se non nei prossimi decenni. Se dovessimo, come alcuni predicano, bloccare flussi in ingresso e rimpatriare migliaia di persone come è stato annunciato, ci toglierebbero 1,5 milioni di persone in 5 anni, in un quadro in cui perdiamo 300mila teste all’anno. Come se una città come Pordenone sparisse ogni anno. Ciò che ha tenuto la popolazione costante è stata l’immigrazione. Oltre a un Paese drasticamente invecchiato, potremmo arrivare ad avere meno di un cittadino attivo per ogni pensionato. Un Paese di questo tipo è destinato a non crescere. Il debito pubblico, a quel punto, dovrà essere spartito su molte meno teste, con un peso, in 5 anni, di 1500 euro a testa in più. Le misure che invece puntano al recupero della natalità, a patto di riuscire nell’intento, avrebbero bisogno di decenni per far sentire i propri effetti. Noi abbiamo dunque bisogno adesso di lavoro che sostenga le pensioni”.

Questa tesi, mai smentita o semplicemente irrisa dai suoi avversari, quando arrivò alle orecchie di Matteo Salvini si trasformò nella prima richiesta di dimissioni per Tito Boeri via tweet: “Perché c’è ancora qualche fenomeno, penso anche al presidente dell’Inps, che dice che senza immigrati è un disastro. Ma ci sarà tanto da cambiare anche in questi apparati pubblici”. È con quella presa di posizione che iniziarono le sfortune del professore e l’annuncio del suo licenziamento. Ora, come recitava il titolo di un thriller che qualche anno fa fece molto successo, “La fine è nota”. Ma il futuro dell’Inps è invece molto incerto e preoccupante se quelli che verranno aderiranno alla filosofia del Minculpop inaugurata da Salvini e Di Maio.

Bruno Perini è nato a Milano il 21 novembre del 1950. E’ diventato professionista nel 1987. Giornalista economico finanziario e politico giudiziario, ha lavorato per circa trent’anni al quotidiano il manifesto. Per due anni ha lavorato al settimanale della Rcs Il Mondo. Ha collaborato con Prima Comunicazione, con il Sole 24 ore, con Radio 24 come conduttore della rassegna stampa, con il Corriere della Sera, con l’agenzia Asca.‏ [ Guarda tutti gli articoli ]

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