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Un mezzo disastro virtuoso: l’Italia del riciclo, l’Italia del rifiuto

Un mezzo disastro virtuoso: l’Italia del riciclo, l’Italia del rifiuto

Stefano Ciafani, presidente di Legambiente: "Ecco l’esempio del Nord per la gestione dei rifiuti. Il Sud recupera, Roma un disastro". E anche il mare ci presenta il conto.

Lara Mariani

17 Settembre 2021

Italia è un melting pot di esperienze positive e negative. Ci sono città, non solo al Nord, che oggi sono un esempio per il resto del mondo dal punto di vista dell’economia circolare, e poi ci sono i disastri di Roma e Palermo”.

Con Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, ho voluto fare un viaggio da Nord a Sud, da Est a Ovest tra le città italiane. Abbiamo percorso chilometri e chilometri tra i cassonetti dei rifiuti e le nuove corsie ciclabili, passando per le spiagge e per i porti. La sua è una visione critica, ma ottimista. A sentirlo parlare, è a portata di mano un futuro in cui non vedremo più spiagge invase dai cotton fioc e navi ciminiera che inquinano l’aria delle città di mare; mentre alcune criticità restano endemiche, perché siamo ancora troppo orientati agli interessi di parte e troppo poco agli interessi collettivi.

Stefano Ciafani, presidente di Legambiente

Presidente, partiamo dai rifiuti, che per noi italiani sono sempre stati un tasto dolentissimo.

Sui rifiuti noi scontiamo un deficit storico. Negli anni Novanta abbiamo avuto molte situazioni difficili da gestire, e non solo al Centro Sud. La prima grande città ad andare in emergenza non è stata Napoli, non è stata Roma e neanche Palermo, ma è stata Milano quando chiuse la discarica di Cerro Maggiore, dove finiva l’80% dei rifiuti della città. Era il gennaio del ‘96 e rimasero a terra per settimane 40.000 tonnellate di rifiuti. Milano divenne una discarica a cielo aperto, e dopo Tangentopoli tornò sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo. Solo dopo vent’anni Milano ha introdotto una progettualità che l’ha fatta diventare l’esperienza più avanzata di gestione dei rifiuti a livello mondiale, e oggi ha delle performance superiori a quelle di Berlino e Copenaghen.

Come si è arrivati alla svolta?

Grazie a un sistema di raccolta differenziata molto puntuale, senza cassonetti in strada e raccogliendo anche l’umido domestico, che pesa più di un terzo sulla quantità di rifiuti che ognuno di noi produce. Così si è raggiunta una percentuale di raccolta differenziata del 60%, che oggi è la più alta a livello mondiale per una metropoli. Altri capoluoghi del Paese hanno raggiunto questi obiettivi: ad esempio Parma, che con i suoi 200.000 abitanti conta un 80% di raccolta differenziata e fa pagare la tassa dei rifiuti con la tariffazione puntuale (chi produce più rifiuti paga di più).

Un esempio da imitare, ma sempre localizzato al Nord. Che cosa succede se scendiamo verso Sud?

Storicamente il Centro Sud ha sempre avuto più difficoltà. A cavallo del Duemila c’erano cinque regioni commissariate per l’emergenza rifiuti: Lazio, Campania, Sicilia, Calabria, e Puglia. Ma negli ultimi dieci anni le migliori esperienze di raccolta differenziata si sono estese anche al Centro Sud. Ha iniziato Salerno con la raccolta domiciliare porta a porta, e accogliendo anche l’organico domestico ha superato il 65%. Poi è arrivata la pugliese Andria, poi Cosenza e Catanzaro sempre con la raccolta porta a porta. In coda è arrivata anche la disastrosa Sicilia, con Ragusa e Agrigento, e poi Lecce, anche lei con il 70% di raccolta differenziata. Questi capoluoghi del Centro Sud non si sono inventati nulla; semplicemente hanno adottato la modalità gestionale che dà sempre risultati, cioè quella che abbandona i cassonetti sulle strade a favore della raccolta porta a porta, condominio per condominio.

È un sistema molto lungo da metabolizzare?

I sistemi di raccolta domiciliare permettono di arrivare in pochi mesi a percentuali molto alte e consentono anche di passare ai sistemi di tariffazione puntuale. Se ci sono i cassonetti sulle strade diventa tutto più complicato, perché il cassonetto deresponsabilizza l’utenza. Con i cassonetti se butto plastica dove si raccoglie l’organico nessuno mi dice nulla. Invece con la raccolta porta a porta l’operatore si rende subito conto se la raccolta non è ben differenziata: se trova il vetro dentro il sacchetto della plastica lascia lì il rifiuto etichettandolo come “conferimento scorretto”.

Quindi la soluzione a livello planetario è l’eliminazione dei cassonetti?

Nelle realtà urbane dei Paesi industrializzati o con economie emergenti sì, naturalmente mettendo in piedi un servizio che sia degno di questo nome. Però la qualità del rifiuto deve essere elevata, e non basta la buona educazione dei cittadini: serve una modalità di raccolta controllata. Nei Paesi in via di sviluppo invece ci sono complicazioni maggiori, perché non c’è ancora né una modalità di raccolta né un’impiantistica per il riciclo, e i rifiuti vengono perlopiù gettati in strada.

Penso che difficilmente ci toglieremo dalla testa le immagini della mostra del National Geographic Un mare di plastica, dove abbiamo “ammirato” cicogne spagnole intrappolate in sacchi di plastica, cavallucci marini indonesiani aggrappati a cotton fioc e bambini impegnati nelle discariche del Bangladesh. Come possiamo eliminare quelle immagini a livello planetario?

Ci sono due fronti fondamentali. Il primo riguarda i Paesi in via di sviluppo, che ad oggi utilizzano i fiumi come discariche. Spesso i rifiuti che arrivano negli oceani hanno origine proprio da lì. Quindi bisogna sostenere quei Paesi nel fare una raccolta organizzata. L’altro fronte rimane quello dei Paesi industrializzati, perché anche da qui i rifiuti arrivano direttamente in mare. L’80% dei rifiuti che finiscono in mare arriva dalla terraferma, perché vengono conferiti in maniera scorretta sul suolo in città, in paese come in campagna, e in seguito agli eventi meteorici vengono trascinati nei ruscelli e nei fiumi – e dai fiumi in mare. In parte rimangono in superficie, in parte sui fondali, in parte arrivano sulle spiagge. Ci sono ancora rifiuti che finiscono in mare direttamente dalle nostre case, e questi vanno contrastati con la corretta informazione dei cittadini. Il cotton fioc, ad esempio, arriva in spiaggia direttamente dai water delle nostre case. Basta buttarlo nel sacco della spazzatura per evitarlo. Poi ci sono rifiuti plastici che si vedono meno ma che sono molto insidiosi, come i micro-granuli presenti nei dentifrici, che fino a poco tempo fa erano fatti con microplastiche e finivano nel tubo di scarico, e quindi in mare, senza che nessun depuratore riuscisse a intercettarli. In mare diventavano cibo per i pesci. L’Italia è stato il primo Paese al mondo che ha vietato le microplastiche nei prodotti cosmetici da risciacquo, e la normativa italiana, poi adottata anche dall’Europa, ha risolto il problema.

Quindi l’Italia ha fatto da capofila nella risoluzione del problema.

Sì, ma non dobbiamo dimenticare le criticità che non siamo ancora riusciti a risolvere. Roma ha chiuso tutti i suoi impianti ed esporta i rifiuti in tutta Italia con un sistema di raccolta che è vergognoso. Io da cittadino romano tutte le volte che vado a portare rifiuti al cassonetto sotto casa mi tappo gli occhi per non vedere quello che c’è dentro. È una raccolta senza regole, del tutto priva di una guida che riesca a gestire una tale complessità di abitanti. Roma continua con i cassonetti, e in alcuni quartieri dove c’era la raccolta domiciliare il Comune è addirittura tornato indietro. Palermo è un altro esempio molto negativo.

In effetti sono città ancora molto sporche.

Sono sporche perché c’è chi sporca, ma anche perché c’è chi non pulisce. Ci sono sì i cittadini maleducati, ma ci sono anche le amministrazioni locali o le società che lavorano per loro conto che non puliscono. E in genere chi non pulisce se la prende con chi sporca e chi sporca se la prende con chi non pulisce. Invece bisognerebbe evitare di praticare il secondo sport nazionale dopo il calcio, che è lo scarico delle responsabilità. Tendenzialmente le città del Nord sono meglio organizzate dal punto di vista della pulizia di quelle del Centro Sud, ma è una questione di qualità delle pubbliche amministrazioni. Se a Roma, a Palermo e a Napoli cominciassero a fare multe per chi lascia i rifiuti fuori dal cassonetto la questione cambierebbe velocemente. Però le multe sono impopolari dal punto di vista elettorale.

La pandemia però dovrebbe aver incrementato la voglia di città più pulite, di aree verdi ben tenute e di spazi migliori in cui vivere.

La qualità ambientale delle città italiane è migliorata quando siamo stati tutti costretti a stare in casa per otto settimane. Meno inquinamento, più pulizia, i canali di Venezia erano limpidi, c’erano i delfini nel golfo di Napoli. Ma appena ci hanno liberato alcune città sono tornate immediatamente invivibili, fatte di persone chiuse per ore in una scatola di metallo come gli sgombri. Città come Roma hanno ancora in media 70 automobili ogni 100 abitanti (la media delle altre città europee è 45). È evidente che dove ci sono questi numeri le città in certi orari diventano immobili.

Un’immobilità che ormai dovrebbe essere diventata insostenibile. 

Un’immobilità che snerva le persone e produce inquinamento. Però tra le poche cose che la pandemia ha migliorato c’è la predisposizione dei cittadini a riprendere le due ruote e i mezzi elettrici (bici e monopattini) per la paura di tornare a prendere un mezzo pubblico tutti appiccicati. Il bonus biciclette ha dato una bella svolta, e le modifiche al codice della strada hanno permesso ai territori comunali di fare le corsie ciclabili delimitate semplicemente con la vernice (non necessariamente le piste ciclabili). Questo fino a un anno fa era una follia, non si poteva fare per legge perché serviva una delimitazione fisica. La rivoluzione della mobilità è un po’ più lenta, ma è abbastanza visibile. Questo è uno di quegli aspetti post pandemici che non perderemo e su cui bisogna continuare a insistere. Anche il turismo di prossimità spero possa essere uno dei fenomeni che rimarrà, anche grazie al sistema delle ciclovie turistiche. C’è un nuovo turismo che sta prendendo piede e che viaggia in maniera più lenta.

Se la rivoluzione in città la faranno i mezzi piccoli, rimane comunque il problema dei mezzi grandi. Ovviamente penso a Venezia, ma in generale ai grandi porti cittadini.

Far viaggiare le grandi navi a Venezia è una follia. Siamo l’unico Paese al mondo che di fronte a un ecosistema culturale e storico di quella portata permette il transito di grattacieli nei canali. Anche l’inquinamento atmosferico di Genova, Livorno, Civitavecchia, Salerno, Palermo e Napoli è causato da queste ciminiere, che continuano a far viaggiare il motore 24 ore su 24 anche in porto perché non ci sono le banchine elettrificate. Però oggi possiamo sperare nel Recovery Plan, dove c’è un intero capitolo dedicato all’elettrificazione delle banchine: quasi un miliardo di dotazione per 41 porti italiani. Le navi devono continuare ad arrivare, ci mancherebbe, ma devono sostare senza inquinare. E poi i container, una volta scaricati, devono viaggiare su ferrovia. Ancora oggi, mentre parliamo, il terminal di Taranto non è collegato alla rete ferroviaria perché gli manca un chilometro. Trasportando tutto su rotaia si ridurrebbero i rischi di incidenti in autostrada, l’inquinamento e il traffico, ma la lobby dell’autotrasporto ha sempre ostacolato questa pratica, che invece è comune in tutto il mondo industrializzato. Siamo ancora troppo orientati agli interessi di parte, ma non possiamo pensare di continuare a trasportare il 65% delle merci su gomma: questa è oggi la media italiana, contro la media europea del 50%, ed è una situazione insopportabile.

In copertina: Photo by Etienne Girardet on Unsplash