Una partita dei Mondiali di volley 2018

Volley, sempre volley, fortissimamente volley

Grande successo di pubblico in Italia per i Mondiali di pallavolo 2018. Ma non basta: per attecchire come sport, il volley deve cambiare storytelling.

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I Mondiali di volley che si sono appena conclusi con la vittoria della Polonia, battuta dall’Italia nell’ultima beffarda partita delle Final Six, hanno fatto registrare picchi di audience di tre milioni di spettatori. In molti hanno parlato di pallavolo-mania, una definizione che meriterebbe una riflessione più accurata. Prima delle riflessioni, però, ci sono i numeri: 2 milioni 560 mila spettatori e 11.2% di auditel per Italia – Finlandia; oltre 12.000 gli spettatori che al Mediolanum Forum di Milano hanno assistito alla sfida tra Italia e Russia, e 3,015 milioni di telespettatori su Rai2, pari al 16% di share secondo l’auditel.

Italia-Russia è stato il secondo programma più visto della serata, battuto soltanto dall’attesissimo Stanotte a Pompei condotto da Alberto Angela (4,23 milioni di spettatori col 24,3% di share su Rai Uno) mentre sono stati nettamente battuti il concerto di Laura Pausini al Circo Massimo (1,55 milioni con l’8,8% di share su Canale 5) e tutti gli altri programmi sulle reti generaliste. Il che potrebbe far pensare che siamo un paese di spettatori che ama la cultura e la pallavolo, quando in realtà si tratta di eventi piuttosto isolati. Non che la pallavolo non sia seguita, anzi, ma continua a essere uno sport che ottiene grandi consensi solo in occasione di grandi manifestazioni come i Mondiali.

 

Volley, l’Italia delle donne e il selfie di Renzi

Già quattro anni fa il Mondiale di volley femminile attirò una grande attenzione mediatica che trovò il climax nel famoso selfie di Renzi con le ragazze della squadra azzurra. Una fotografia che all’epoca fece parlare molto. Le ragazze rappresentavano al meglio i valori che l’allora Presidente del Consiglio voleva esprimere: dinamismo, gioventù, internazionalità grazie alla presenza di Valentina Diouf, connettività (dopo la partita scattavano e postavano foto per i social: arrivarono loro prima dei calciatori). Valori che presto diventarono “storytelling”, nel senso dispregiativo del termine, ovvero narrazione di qualcosa che nella quotidianità, nella pratica, non c’è.

È un po’ quello che succede durante grandi manifestazioni come i Mondiali, non solo di pallavolo, quando la narrazione sconfessa la realtà. Si potrebbe fare un elenco lunghissimo di eventi che hanno raccontato una situazione completamente diversa da quella in essere: basti pensare alle Olimpiadi di Berlino del ’36, o ai tragici mondiali di calcio in Argentina del 1978, durante i quali molti desaparecidos vennero nascosti proprio negli stadi, fino ad arrivare ai recenti europei di Polonia e Ucraina.

 

Partecipare conta più che vincere?

La pallavolo non ha lo stesso potere mediatico di altri sport. Non condiziona il pensiero delle masse come può fare il calcio; noi stessi in Italia, nel 1990, fummo portati a pensare che vivevamo nel miglior paese del Mondo, quello delle notti magiche, e solo due anni dopo ci accorgemmo che il nostro era il paese delle stragi di Capaci e via D’Amelio, oltre a registrare un debito pubblico enorme per la costruzione di stadi vecchi e poco funzionanti. La pallavolo tuttavia torna in auge in occasione di eventi come quello appena concluso, per ricordarci l’importanza di uno sport in cui partecipare conta molto più che vincere. Non è un messaggio da poco, dovrebbe essere scontato, ma così non è. Eppure la metafora dell’importante è partecipare coinvolge, ma non appassiona.

L’ultima vittoria della nazionale italiana di pallavolo è quella dell’Europeo del 2005, l’ultimo Mondiale vinto è del 1998. Considerando che all’inizio degli anni ’90 l’Italia di Velasco dominava il mondo, con l’eccezione del maledetto oro olimpico mai arrivato, è scontato dedurre che chi guarda la pallavolo, in Italia, è molto più spettatore che tifoso; e comunque si approccia allo spettacolo con un atteggiamento profondamente diverso rispetto a quello del calcio. Nel calcio, infatti, dominano l’impazienza, la presunzione dei dieci milioni di allenatori italiani, la violenza verbale (purtroppo non solo quella, a volte), la visione al microscopio delle decisioni arbitrali. Nella pallavolo, invece, si tende a premiare l’impegno dei giocatori sempre e comunque, a non lamentarsi più di tanto degli episodi, a lasciar lavorare gli allenatori. In un certo senso, si prenda questa affermazione con la dovuta cautela, la pallavolo non rappresenta la nostra quotidianità.

L’essere costantemente sotto stress per difendere il posto di lavoro, l’essere giudicati da chiunque, anche da chi non conosce le procedure, quel dare costantemente la colpa a fattori esterni, indipendenti dal nostro impegno e dalla nostra bravura. Nella pallavolo si perde perché gli altri sono più bravi, punto. Si perde con il palazzetto che applaude (e non fischia) perché hai dato tutto. Si perde senza nessuno che ti grida, dagli spalti, “andate a lavorare”, una delle frasi più brutte e banali che si possano urlare a un calciatore milionario. Questo non essere metafora, ma semplicemente (e anche banalmente) sport, crea una distanza inevitabile tra gli italiani e la pallavolo, salvo renderla un ottimo compagno di serate da passare davanti alla TV durante i Mondiali.

 

Il decalogo di Velasco

Non è solo una questione di percezione dello sport in sé, ma anche dei personaggi che gli ruotano attorno. Ci si innamora di generazioni di atleti non solo per la bravura – questa squadra è piena di talenti, su tutti lo Zar Ivan Zaytsev – ma anche per la capacità di diventare personaggi mediatici. La generazione dei fenomeni, quella di Andrea Zorzi, Andrea Lucchetta, Lorenzo Bernardi, Andrea Giani e Pasquale Gravina, poteva contare sulla capacità affabulatoria, oltre che tecnica, di Julio Velasco. L’allenatore argentino scrisse in quegli anni una pagina importante non solo della pallavolo e dello sport, ma anche dei successivi trent’anni di corsi di formazione in azienda. Quando un paio di anni fa andai ad ascoltarlo a un evento presi nota dei punti imprescindibili della sua leadership:

 

  1. L’allenatore non fa, convince a fare (per allenare uccidi il giocatore che è in te);
  2. nell’errore bisogna cercare il motivo, non il colpevole;
  3. la squadra si costruisce cominciando a stabilire i ruoli;
  4. festeggiare anche gli errori nei tentativi, come con i bambini;
  5. sì, però è no;
  6. dite più spesso “bravo”. Ditelo anche ai bravi. Gli uomini hanno bisogno di riconoscimento. Alle donne moltiplicate per quattro;
  7. ogni tanto ci vuole qualcuno che ci spinge in piscina e ci costringe a nuotare;
  8. chiedete più volte “perché” ai vostri collaboratori. Spesso abbiamo dei conflitti e non abbiamo chiesto perché;
  9. non si può avere il posto fisso e fare la vita spericolata alla Vasco Rossi;
  10. chi vince festeggia, chi perde spiega.

 

Punti chiave che sono arrivati, sicuramente, anche a chi non ha mai seguito un corso di formazione di Julio Velasco, ma ha visto giocare quella squadra.

 

Le monografie dello sport, da Netflix ad Amazon

Le squadre, per restare nella mente delle persone e diventare iconiche oltre lo sport, devono essere metafora di qualcosa, come l’Italia mundial del 1982 o l’Olimpia Milano del basket di Dan Peterson. La pallavolo ha perso un po’ di appeal in questo senso, dopo Velasco e Berruto, ma non per mancanza di leader o di grandi giocatori – Zaytsev e Juantorena lo sono, Papi è diventato un grandissimo allenatore – ma per la mancanza di una narrazione che vada oltre il singolo evento, quello della partita o del torneo.

Se nel calcio le monografie dei campioni abbondano; se nel basket c’è un filone di storytelling che annovera tra le sue fila campioni del racconto come Federico Buffa e Flavio Tranquillo, per restare in Italia; se football e baseball sono illustrati splendidamente dal sito The Player Tribune, uno dei più belli non solo tra quelli sportivi; se il tennis può contare su opere d’arte come la biografia di Agassi scritta da John Joseph “J.R.” Moehringer, lo storytelling della pallavolo, nell’epoca di Netflix che fa una serie sulla Juventus e di Amazon che ne fa un’altra, meravigliosa, sul Manchester City (All or Nothing) e su Guardiola, la pallavolo si è un po’ fermata a Velasco e al suo decalogo sulla leadership.

I canali dove raccontarla aumentano, ma mancano i narrative angles, gli spunti per far sì che questo bellissimo gioco non resti solo uno sport – al di là dei tre milioni di telespettatori e della pallavolo-mania di questi giorni. Perché lo sport, oltre la purezza del gesto atletico in sé, in quest’epoca è molto di più.

Giornalista e curatore di contenuti per le imprese. Scrive per Rivista11 e per La Gazzetta del Mezzogiorno. Autore di "Facebook Marketing", "Content Marketing", "Facebook for Dummies" e "Local Marketing", tutti per Hoepli. Arbitro di calcio nel (poco) tempo libero. [ Guarda tutti gli articoli ]

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