Messi in fila, infortuni, sentenze e aule roventi disegnano un Paese che insegue il clima con il fiato corto, sempre una stagione in ritardo. La direzione, quantomeno, è leggibile, e passa per tre nodi.
Il primo è di pura applicazione: finché esisterà un esercito di invisibili nei campi e nei subappalti, l’ordinanza più intelligente e l’algoritmo più raffinato resteranno lettera morta, quando la sicurezza contro il caldo andrebbe trattata per quello che è: una spia di legalità dell’impresa; un termometro – è il caso di dirlo – della sua onestà.
Il secondo nodo è culturale, e chiama in causa chi fa impresa: dopo la Cassazione, adattare il lavoro al caldo entra nella normale programmazione aziendale, alla pari del bilancio, e pretende investimenti veri (cioè: microclima degli interni, indumenti refrigeranti, turni riprogettati) al posto dei soliti palliativi.
Il terzo riguarda lo Stato e le sue omissioni in casa propria: continuare a escludere le aule dalle tutele che si pretendono per ogni ufficio significa esporre minori e personale a un pericolo che conosciamo, abbiamo già misurato e sapremmo prevenire.
Perché il caldo, a ben vedere, è il più democratico dei rischi: non chiede il permesso di soggiorno, non guarda la busta paga o la stabilità, ma entra indisturbato nei cantieri, negli uffici e nelle aule, opprimente e incolpevole. A deciderne il prezzo restiamo noi, con le regole che scriviamo e con quelle che lasciamo evaporare al sole, finché non farà di nuovo notizia per i motivi peggiori. Quelli a cui, di solito, non si può porre rimedio.
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In copertina: assoenologi.it