35 gradi e 0 scuse

Il caldo estremo è entrato di diritto nella lista dei rischi di lavoro: oltre 4.000 infortuni l’anno, miliardi di ore di produttività bruciate sotto il sole, braccianti che muoiono nei campi, aule d’esame bollenti. La Cassazione ha tolto ai datori l’alibi del meteo; restano il sommerso e un Paese che si adatta a singhiozzo

24.06.2026
Caldo estremo, un lavoratore con un cartello "stop" sotto il sole cocente, sulla strada

Fa freddo, copritevi. Oppure: fa caldo, idratatevi, evitate le ore peggiori, e se avete tante primavere, per carità, attenti alle estati.

Le temperature estreme sono un argomento così banale da costituire un esempio tipico nei corsi di giornalismo, quando si tratta di formulare titoli secondo canone e capire che cosa costituisca o meno una notizia: il freddo e il caldo, è il sottotesto, non lo sono; al massimo possono tappare qualche buco nei menabò.

Negli ultimi anni, però, con il Mediterraneo che è diventato uno degli angoli del pianeta dove il termometro sale più in fretta, quella banalità ha cambiato natura ed è diventata una voce di bilancio, perché è sempre più spesso una causa di morte e un capo d’imputazione. Conviene partire da questo scarto di percezione: dove l’opinione comune vede un fastidio passeggero, i numeri raccontano un rischio di lavoro a tutti gli effetti, misurabile, prevedibile – sanzionabile. La novità e la notizia stanno proprio qui.

Se il caldo scioglie la produttività

A dare la misura del fenomeno ha pensato lo studio congiunto di INAIL e CNR uscito sulla rivista Environmental Research all’inizio del 2025, il primo a incrociare temperature e incidenti giorno per giorno: oltre 4.000 infortuni l’anno in Italia sono riconducibili in modo diretto al caldo estremo, con un costo per la collettività che sfiora i 50 milioni di euro fra assicurazioni e una gestione che comprende anche le cure. I danni cominciano molto prima dello svenimento, perché il calore intacca le funzioni che diamo per scontate, come la stabilità sui piedi o la prontezza dei riflessi. Le superfici sull’impalcatura scottano, le mani sciolgono la presa in sudore, gli occhi si annebbiano all’improvviso: così una giornata torrida si trasforma in un incidente evitabile.

Non è neanche tutto, tra l’altro. Anche là dove non si avesse passione per la sicurezza, c’è un argomento altrettanto forte che riguarda la produttività: quando si rallenta o ci si ferma nelle ore bollenti, l’efficienza cala in media del 6,5%, e sotto sforzo fisico intenso può precipitare fino all’80%. È un’emorragia nota anche oltre confine: secondo il Lancet Countdown, nel 2023 il pianeta ha perso 512 miliardi di ore di lavoro per il troppo caldo; l’equivalente di 835 miliardi di dollari svaniti, quasi la metà in più rispetto agli anni Novanta. In pratica, il caldo estremo scioglie anche i profitti.

Il conto più salato, però, lo paga il corpo, come avviene molto spesso, sul lavoro. L’estate del 2023, secondo lo studio dell’IsGlobal di Barcellona pubblicato su Nature Medicine, è costata all’Italia 12.743 morti da calore, il numero assoluto più alto del continente europeo; e sarebbe finita peggio, perché senza i progressi dell’adattamento – allarmi, piani anticalore, abitudini nuove – il bilancio UE di quell’anno sarebbe lievitato di un altro 80%.

C’è un’altra notizia, per chi immagina vittime solo fra gli anziani fragili: accanto agli ultrasessantacinquenni, le statistiche segnalano un picco proprio fra i lavoratori più giovani, quelli che il rischio lo sottovalutano e incassano i turni peggiori, senza alcun riguardo per il modo in cui il corpo, sempre lui, dovrebbe abitare certe temperature, specie durante il lavoro.

L’inferno (letterale) dei lavoratori irregolari

È il momento di anticipare una critica sacrosanta, per chi l’avesse formulata: ma i numeri appena citati riguardano solo i lavoratori censiti in maniera ufficiale. Se è quello che avete pensato, esatto: il problema è perfino più esteso e grave di quanto già riportato.

Esiste un’Italia del lavoro tagliata fuori da ordinanze e ammortizzatori, dove il caldo è causa di morte e nessuna statistica lo registra: quella dei campi e dei cantieri in subappalto, dove la manodopera è spesso straniera, irregolare e ricattabile. Le ispezioni dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro hanno chiuso il 2024 con un tasso di irregolarità del 74%, come dire che tre aziende controllate su quattro sono in difetto. In agricoltura l’Osservatorio Placido Rizzotto stima in circa 200.000 i braccianti che lavorano senza contratto né diritti, spesso ammassati in insediamenti privi di acqua e allacciamenti elettrici, pagati a cottimo con un meccanismo che premia chi spinge proprio quando il sole picchia: più cassette riempi, più ti pago.

Le cronache allineano nomi ed eventi e punti interrogativi: braccianti svenuti sotto un albero a fine turno, decessi in cui colleghi e associazioni indicano le concause nel caldo e nella fatica, mentre le inchieste si chiudono senza attribuire responsabilità precise. È la prova, nel caso ne servisse una, che la loro fragilità davanti al sole è una questione di diritti prima che di fisiologia. I sindacati e le organizzazioni umanitarie chiedono di applicare sul serio gli standard dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro sul lavoro forzato, ma finché la salute dipende dalla bontà del padrone, nessuna mappa del rischio potrà salvarla.

La fine dell’alibi del meteo: quando e come il datore è responsabile

Per decenni, davanti a un malore mortale sotto il sole, la difesa più comoda è stata invocare la “forza maggiore”: il caldo come fatalità, imprevedibile per definizione, ergo colpa di nessuno.

Quella linea è andata in pezzi contro una sentenza destinata a fare scuola, la numero 14.578 della Quarta sezione penale della Cassazione, depositata il 21 aprile 2026. Il principio ribalta l’abitudine: l’alta temperatura è un evento tipico, prevedibile e prevenibile, e chi organizza il lavoro ne risponde. Il ragionamento poggia per giunta su un pilastro vecchio di ottant’anni, l’articolo 2.087 del codice civile, che dal 1942 obbliga l’impresa a tutelare l’integrità di chi lavora con ogni misura suggerita da esperienza e tecnica. Come dire che, se del meteo nessuno è padrone, degli orari, delle pause e dell’acqua sì – e su quelli il datore verrà giudicato.

La Corte ha aggiunto due chiavi di lettura preziose. La prima colpisce la burocrazia di facciata: scrivere “rischio microclima” nel Documento di Valutazione dei Rischi (la pagella di sicurezza che ogni azienda deve compilare) non mette in regola nessuno, perché servono misure concrete, come l’orario spostato all’alba, le pause all’ombra, l’acqua fresca a portata di mano; e persino una tutela a metà – una pausa concessa, ma senza un riparo dove farla – può bastare a configurare la colpa.

La seconda chiave è una garanzia di equilibrio: la responsabilità non è automatica. Il giudice deve provare il nesso fra l’omissione e il danno con quello che i penalisti chiamano “giudizio controfattuale”, che si spiega bene con l’esercizio del “se solo”: se solo il capo avesse sospeso i lavori, spostato i turni, montato una tettoia, quel malore si sarebbe evitato? Dove la prova manca, l’assoluzione resta possibile: qualche datore di lavoro infatti è stato prosciolto. Ma è comunque abbastanza per considerare questo tipo di sentenza la fine di una comoda innocenza, sdraiata, lei sì, all’ombra di una zona grigia sempre più esigua.

Un algoritmo contro l’afa (per chi ha un contratto)

Sul fronte della prevenzione, l’Italia si è dotata della piattaforma Worklimate, nata dalla collaborazione fra INAIL e CNR. Chiamarlo termometro sarebbe assai fuorviante, perché misura il WBGT, un indice che mette insieme temperatura, umidità, vento e irraggiamento solare per valutare quanto un corpo fatichi sotto sforzo, e disegna mappe quotidiane con un semaforo che va dal verde al rosso. Quando scatta il rischio “alto”, numerose Regioni – dal Veneto all’Emilia-Romagna, dalla Campania alla Puglia – vietano il lavoro all’aperto nelle ore centrali, di norma fra le 12:30 e le 16:00, sotto minaccia di sanzioni penali per chi disobbedisce.

Il sistema, va detto, ha le gambe per camminare. Per non lasciare l’operaio senza paga quando i lavori si fermano, dal 2025 la cassa integrazione ordinaria si attiva con la causale “eventi meteo” sopra i 35 gradi reali o percepiti, e il Protocollo Caldo siglato al ministero del Lavoro ha allargato le tutele anche ai braccianti stagionali (regolari). I primi bilanci sono incoraggianti: secondo lo studio CNR-INAIL le ordinanze anti-afa hanno ridotto gli infortuni fino al 40%, mettendo al riparo circa 2,3 milioni di lavoratori.

C’è però un convitato di pietra, lo stesso di sempre: tutto questo funziona per chi un contratto ce l’ha. Il bracciante in nero resta nella stessa, tragica situazione (e anzi, per determinati tipi di datore senza scrupoli è preferibile a un lavoratore regolare che deve fermarsi per legge), perché un’ordinanza non si fa rispettare da sé; e il fatto che l’Emilia-Romagna sia stata la prima a includere pure i rider nelle tutele lo dimostra quasi per contrasto, ché la legge corre dove c’è qualcuno disposto a farla valere.

Caldo estremo e scuole: solo il 7% è climatizzato

Se campi e cantieri si prendono le cronache, c’è un luogo di lavoro che sfugge a ogni ordinanza, e che pure ospita ogni giorno milioni di persone: la scuola. Gli open data del ministero dell’Istruzione fotografano un patrimonio edilizio impreparato al caldo come pochi altri: su 61.308 edifici scolastici statali, oltre il 93% è privo di qualsiasi impianto di raffrescamento, e i pochi fortunati lo riservano spesso a presidenze e segreterie, lasciando le aule al loro destino. Per quattro edifici su dieci gli enti proprietari non sanno nemmeno dire come stiano messi. La fotografia di una rimozione collettiva.

Il guaio esplode proprio nei mesi degli esami di Stato, quando il calendario costringe maturandi e commissari in aule che restano di norma sopra i 30 gradi, con punte oltre i 35. La medicina del lavoro lo ripete da anni: oltre una certa soglia il caldo erode l’attenzione, la memoria, la pazienza, e ai capogiri seguono gli svenimenti. Ma nonostante tutto il copione si replica anche in altri modi, e anche in altre scuole di diverso ordine e grado, in cui il personale docente e ATA permangono in servizio (con obblighi di presenza variabili, ma ricorrenti) per periodi che possono estendersi anche fino a fine agosto.

Il sindacato della scuola, la FLC CGIL, chiede da tempo che le aule siano equiparate a qualunque altro ambiente di lavoro e rientrino nelle tutele sul microclima del Testo Unico sulla sicurezza, con soglie oltre le quali sospendere le lezioni e un piano serio di refrigerazione e ombreggiature. Per ora i miliardi del PNRR hanno guardato soprattutto all’inverno, con cappotti termici e caldaie efficienti, lasciando il problema dell’afa di giugno all’estro dei singoli presidi. Eppure basterebbe sbirciare oltralpe per comprendere che agire si può, eccome: in Francia, durante le ondate di calore, gli esami slittano o si fermano nelle ore peggiori, mentre da noi si continua a sudare sulla versione di latino come se il clima fosse quello di vent’anni fa.

Il clima non aspetta la burocrazia

Messi in fila, infortuni, sentenze e aule roventi disegnano un Paese che insegue il clima con il fiato corto, sempre una stagione in ritardo. La direzione, quantomeno, è leggibile, e passa per tre nodi.

Il primo è di pura applicazione: finché esisterà un esercito di invisibili nei campi e nei subappalti, l’ordinanza più intelligente e l’algoritmo più raffinato resteranno lettera morta, quando la sicurezza contro il caldo andrebbe trattata per quello che è: una spia di legalità dell’impresa; un termometro – è il caso di dirlo – della sua onestà.

Il secondo nodo è culturale, e chiama in causa chi fa impresa: dopo la Cassazione, adattare il lavoro al caldo entra nella normale programmazione aziendale, alla pari del bilancio, e pretende investimenti veri (cioè: microclima degli interni, indumenti refrigeranti, turni riprogettati) al posto dei soliti palliativi.

Il terzo riguarda lo Stato e le sue omissioni in casa propria: continuare a escludere le aule dalle tutele che si pretendono per ogni ufficio significa esporre minori e personale a un pericolo che conosciamo, abbiamo già misurato e sapremmo prevenire.

Perché il caldo, a ben vedere, è il più democratico dei rischi: non chiede il permesso di soggiorno, non guarda la busta paga o la stabilità, ma entra indisturbato nei cantieri, negli uffici e nelle aule, opprimente e incolpevole. A deciderne il prezzo restiamo noi, con le regole che scriviamo e con quelle che lasciamo evaporare al sole, finché non farà di nuovo notizia per i motivi peggiori. Quelli a cui, di solito, non si può porre rimedio.

 

 

 

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In copertina: assoenologi.it

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