Bologna, la più amata dagli italiani (purché free lance e fuorisede)

Bologna è la città preferita dagli studenti fuori sede, e ospita anche molti freelance. Ma la situazione cittadina è ancora lontana dall'essere ideale.

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Città universitaria per eccellenza, a dispetto del caro affitti e della poca disponibilità di alloggi degli ultimi anni, Bologna attira tanti studenti fuori sede, ma anche molti lavoratori freelance, grazie alla posizione geografica e alla qualità della vita più alta rispetto a città come Milano. Che cosa offre, però, a queste due categorie? E che cosa c’è da migliorare?

 

Gli studenti fuori sede, tra emergenza affitti e fermento culturale

Il binomio Bologna-università non ha bisogno di grosse presentazioni: con circa 600.000 studenti, di cui 7.000 iscritti internazionali all’anno, l’ateneo emiliano e la città sono meta d’elezione per chi frequenta per la prima volta l’università, ma anche per chi ha già una laurea triennale in tasca. Una percentuale consistente è quella dei fuori sede. Sebbene, infatti, dal 2008/2009 al 2017/2018 il numero di iscritti all’Alma Mater Studiorum sia leggermente calato, i fuori sede sono aumentati: sono un po’ meno di 40.000 ogni anno. Secondo l’ISTAT, un quinto di essi proviene dal Centro e dal Sud del Paese; i restanti dall’Emilia-Romagna e dal Nord.

La scelta non è dettata solo da motivi formativi, ma anche dalla prospettiva di vita culturale e sociale che il capoluogo offre e dalla sua dimensione, che lo rende appetibile per chi vuole vivere in un ambiente aperto, ma con distanze tutto sommato affrontabili, che permettono di spostarsi anche in bici con facilità. Geograficamente, poi, la posizione è estremamente favorevole, perché in poche ore si possono raggiungere le principali città italiane, oltre ad avere a disposizione un aeroporto internazionale con un numero sempre maggiore di collegamenti.

 

Scegliere Bologna, perché?

Proprio gli studenti fuori sede sono i primi, entusiasti promotori della città, come racconta Angela Caporale, friulana, giornalista freelance e direttore responsabile del magazine The Bottom Up.

“Quando mi sono iscritta alla laurea specialistica, a Forlì (laurea magistrale in Mass media e politica, N.d.R.), volevo vivere in una città universitaria che avesse più ampio respiro. Vengo dalla provincia e avevo già studiato a Padova, così ho scelto Bologna, anche se questo significava frequentare i corsi da pendolare. Per questo motivo non ho vissuto sempre appieno la città, ma è una scelta di cui non sono assolutamente pentita. Scienze politiche è un corso di laurea che richiede un impegno al di fuori dello studio: è necessario che tu faccia qualcosa di collaterale mentre porti avanti gli studi. Da questo punto di vista Bologna si è rivelata ottimale, perché mi ha permesso di dare vita, insieme ad altri studenti, al magazine online The Bottom Up, che resta per me una grande palestra di giornalismo. Magari sarebbe stato possibile anche altrove, o magari no, ma è successo a Bologna”.

Certo, non è tutto oro quel che luccica: il rapporto di Bologna con i fuori sede, e viceversa, è fatto anche di alti e di bassi, a partire dalla spinosa questione del degrado della zona universitaria, che meriterebbe un capitolo a parte. Al di là del costo della vita, poi, sicuramente alto (un anno da fuori sede costa 10-12.000 euro), bisogna considerare, per esempio, che questa città non ha abbastanza studentati e campus per accogliere la richiesta e che alcuni di questi si trovano in zone periferiche e collegate male al centro universitario. Negli ultimi anni, poi, i prezzi degli affitti hanno avuto un’impennata e, con la complicità di Airbnb, trovare una stanza o un appartamento in affitto è diventato un’utopia. E così in tanti, compresa me che vivo qui ormai da tredici anni, si chiedono per quanto la situazione reggerà e se ci saranno degli interventi, prima che i fuori sede scelgano – volente o nolente – di studiare altrove, o non siano più costretti a trascorrere mesi in hotel in attesa di trovare una sistemazione.

 

Essere freelance a Bologna

Bologna mantiene quindi ancora un grande appeal come città universitaria, e per molti lo conserva anche dopo la fine degli studi. Non resta solo chi trova un posto fisso: sebbene non ci siano dati aggiornati, infatti, è una delle città italiane con il maggior numero di lavoratori freelance. Ma come ha risposto a questo cambiamento del mercato del lavoro, e che opportunità offre? Qual è la situazione dei coworking in città?

Abbiamo provato a fare il punto insieme a Irene Bortolotti di ACTA Emilia-Romagna, un’associazione nazionale di freelance, e a due freelance che vivono a Bologna. “A differenza di quanto accade per gli studenti, avere dei numeri attendibili sui lavoratori freelance è difficile. La maggior parte dei dati disponibili sono quelli a campione che provengono dall’ISTAT, ma fare indagini in questo campo non è per niente facile e il campione statistico, in una società fluida come la nostra, non è funzionale. Inoltre a livello sociologico non ha grande utilità neanche sapere quante Partite Iva vengono aperte ogni mese (la fonte è l’Osservatorio Partite Iva, basato sull’analisi dei dati dell’Anagrafe Tributaria), e per molte attività non esiste neppure un codice ATECO corrispondente. C’è un cambiamento continuo, l’Emilia-Romagna è piena di storie diverse e le uniche informazioni certe sono quelle che riguardano gli ordini”.

“La Partita Iva fa ancora paura a molti – prosegue la Bortolotti – e la cultura del coworking non è radicata né a Bologna, né in regione. Essere freelance, soprattutto per chi svolge una professione intellettuale, espone al rischio di isolamento, e il coworking dovrebbe servire proprio a creare dei contatti, a far uscire da questa solitudine. La regione Emilia-Romagna, però, ha fatto poco per agevolare i coworkers: non sono previsti voucher per coprire le spese di accesso o da investire in formazione, per esempio, e nel complesso le possibilità di crescita professionale sono limitate”.

Sulla carta, quindi, i coworking sono una strategia vincente, ma fanno ancora tanta fatica a decollare. Sulla stessa lunghezza d’onda il pensiero di Piero Babudro, content strategist freelance e docente universitario che si è trasferito a Bologna da tre anni, dopo aver lavorato a lungo a Milano: “Il coworking dovrebbe servire a uscire dall’isolamento tipico del freelance: in questa città, però, ogni tanto è forte l’impressione che chi ne apre uno lo faccia come attività residuale, quasi fosse un modo per farsi aiutare a coprire le spese. Le diverse professionalità che possono abitare un coworking sono una ricchezza. Ci vuole però la mentalità giusta per capire che l’altro è una risorsa, e non uno che ti vuole rubare il cliente. Ecco, secondo me questa mentalità fa fatica a prendere piede qui”.

Quello che emerge è quanto ho sperimentato io stessa nel mio percorso, una situazione condivisa che comunque non scoraggia dal prendere iniziativa, e che Angela Caporale sintetizza così: “Bologna è una città di grandi contraddizioni: se hai un’idea di un evento, bene o male riuscirai a realizzarla. Questo è un aspetto positivo, che attira e dà soddisfazione. Per contro, resta ancora una città in cui prevalgono l’associazionismo e l’economia di scambio, a scapito del progetto imprenditoriale. La Partita Iva è stata una scelta consapevole, per me. Bologna offre la possibilità di muoverti perché sei al centro dell’Italia, quindi è una posizione strategica se devi spostarti per lavoro”.

“Dopo la laurea restare qui mi è sembrata una scelta sensata, che conciliasse il lavoro da freelance con la possibilità di muovermi. A Bologna, però, lavoro da casa, di certo non la migliore delle situazioni: vivere e lavorare nello stesso luogo, così come usare per lavoro e svago gli stessi strumenti (il mio telefono, il mio computer) non è una scelta ottimale per la salute. Per me l’ideale sarebbe il coworking, ma i prezzi sono proibitivi. In Friuli, invece, la spesa è del tutto affrontabile; inoltre la regione mette a disposizione dei finanziamenti per la formazione, con la possibilità di scegliere il percorso migliore in Italia o all’estero.”

 

Un cambio di rotta necessario

“I coworking potrebbero diventare dei generatori di reti tra freelance e aziende”, continua Piero Babudro. “In parte sta succedendo, non dico di no, ma la strada è ancora lunga. Non credo abbiano nemmeno troppa vita facile. Nel senso che qui serve un cambio di mentalità. Bologna ha una qualità della vita invidiabile e può diventare un luogo di sviluppo e innovazione. Certo, occorre forse un intervento a livello sistemico. Servizi al professionista, logistica e trasporti sono solo alcuni degli aspetti che mi vengono in mente di primo acchito. Ma penso anche alla situazione che rischia di trasformare la città in un Airbnb gigante a scapito di chi qui vive, studia o lavora tutto l’anno. Forse serve ripensare il territorio”.

Se spostarsi per appuntamenti richiede tempi lunghi, a volte, e se i coworking hanno prezzi non competitivi e non abbondano, un freelance potrebbe quindi pensare di fare quello che all’estero – o anche a Milano, per restare in patria – è comune: sedersi al tavolo di un locale, collegarsi alla connessione WI-FI e lavorare dal suo pc in totale libertà. Ma anche da questo punto di vista Bologna ha grosse carenze, perché i bar e i locali attrezzati per poter lavorare si contano sulle dita di una mano, e sono sempre pieni.

Quello che è necessario, allora, è un cambio di rotta, nella consapevolezza che il lavoro indipendente aumenterà sempre di più, in futuro: “Alle nostre generazioni hanno sempre detto che bisognava adattarsi”, commenta Piero. “Siamo cresciuti pensando di dover essere flessibili, che non avremmo avuto un posto fisso, che saremmo stati liberi. E questo ci piace, non vogliamo tornare indietro”.

Purtroppo, però, “viviamo ancorati ai ritmi di vita del Novecento, e quasi alle stesse divisioni per quanto riguarda le categorie di lavoratori”, conclude Irene Bortolotti. “Per molti il freelance, o meglio il libero professionista, è di due tipologie: si identifica con l’avvocato, oppure è un poveraccio al quale non è riuscito di trovare un lavoro dipendente. All’estero è un vanto esserlo, mentre nel nostro Paese quasi una vergogna. Ma i freelance non sono un esercito di gente frustrata, anzi; in tanti sono orgogliosi e soddisfatti del loro lavoro, è la società che ancora non li accetta del tutto e quindi non riconosce loro un ruolo”.

Scrivere è una delle sue più grandi passioni, insieme al cinema e alla letteratura. Crede nel potere e nella bellezza di una pagina ben scritta, ha una laurea in Dams e un master in comunicazione digitale. Dopo alcune esperienze in agenzie di comunicazione, dal 2018 lavora come web writer, creatrice e curatrice di contenuti freelance. Collabora a progetti culturali in ambito audiovisivo, scrive per Il Giornale del Cibo e per altre testate online. [ Guarda tutti gli articoli ]

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