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Carcere minorile: il lavoro li salverà

Carcere minorile: il lavoro li salverà

Il lavoro non solo come mezzo di sostentamento, ma come valorizzazione della persona: parliamo di carceri minorili, di ciò che non si sa, di ciò che servirebbe.

A cosa non si pensa e cosa non si sa, da fuori, quando si parla di giovani e di minori in carcere?

I quartieri da cui provengono i giovani che entrano nei nostri istituti penali per minorenni sono sempre luoghi di malessere; comunità patogene, come le ha definite qualcuno. Ma una comunità patogena non è quella che sviluppa una malattia – devianza, criminalità – bensì quella che non è in grado di permettere all’organismo sociale di sviluppare anticorpi in grado di metabolizzare la patologia.

Questa condizione di malessere induce spesso a individuare la terapia corretta nel garantire la “certezza della pena”, laddove il tema è forse assicurare la corretta “funzione della pena”: quale livello di benessere, individuale o collettivo, lo Stato è in grado di generare. Il prodotto sociale che ne consegue è quello di giovani generazioni che si omologano nel malessere e che ne diventano il frutto. Arrabbiati per la mancanza di ascolto, violenti perché incapaci di trovare forme di contenimento, delusi dall’inadeguatezza degli adulti di dare risposte ai loro bisogni, in preda a una sorta di ghosting relazionale in cui interagiscono con un mondo intangibile senza che da questo possano trarre alcun nutrimento alla crescita.

In attesa che la politica – che dovrebbe guidare i processi – cresca e maturi, è forse il tempo di attrezzare la comunità a reagire.

Il primo passo potrebbe essere restituire valore alla buona educazione e alle buone maniere, che vuol dire restituire valore al rispetto reciproco tra le persone, vuol dire rinunciare a educare i nostri ragazzi all’antagonismo e alla prevaricazione, alla violenza di sopraffazione. Ricomporre relazioni che nutrono. Restituire il diritto al bello, perché nel degrado fisico e morale non potrà mai germogliare benessere. Restituire dignità all’individuo nel riconoscimento della responsabilità, sociale o penale che sia, affinché questa non si trasformi in una forma di punizione frustrante ma sia un’occasione risocializzante.

Restituire significato alla parola “dovere” quale espressione di impegno alla cura vicendevole. Sostenere in modo concreto ed efficace le persone – quelle che resistono, quelle che potrebbero sbagliare e quelle che hanno sbagliato ma vogliono recuperare – nel loro innovato sforzo, nelle sfide che la società moderna gli impone.

Un primo passo potrebbe esser restituire dignità al lavoro e alle relazioni che attorno a questo si generano, quale strumento privilegiato per la promozione umana e sociale di ciascun individuo.

Valorizzare la persona attraverso il lavoro imparando a “fare qualità”

Da sempre l’équipe del nostro istituto penale ha come finalità la valorizzazione della persona, operazione che deve avvenire anche attraverso la possibilità, offerta a ciascun ragazzo, di sviluppare le proprie potenzialità, le proprie qualità, la propria personalità, nell’esercizio di una professione che gli consenta di contare su una remunerazione equa, che gli consenta di condurre una vita degna sul piano materiale e sociale.

In particolare abbiamo da tempo lavorato sull’attivazione di esperienze lavorative radicate nella storia del nostro territorio, intendendo per storia l’incontro tra culture che si trasformano incessantemente e che si presentano come prodotto di “logiche meticce” più che di una stereotipata continuità con il passato. Tra l’altro in un Paese come l’Italia, famoso per i suoi prodotti di qualità e dove la disoccupazione giovanile è altissima, imparare a “saper fare qualità ” sembra il modo migliore per proiettarsi nel futuro.

In questa logica abbiamo accompagnato la nascita di due piccole startup di impresa : “Monelli tra i fornelli”, nel campo della ristorazione e pasticceria, e il progetto “Nciarmato a Nisida”, che ha permesso la nascita della cooperativa sociale “Nesis” per la produzione di oggetti in ceramica. Entrambe queste esperienze sono state per noi occasioni per lavorare su una creatività che contamina la tradizione culturale di provenienza di ciascun ragazzo – rielaborandola e reinterpretandola – secondo lo spirito, tipicamente napoletano, di dare anima a ogni cosa; in questo modo hanno sviluppato una simbiosi che si è rivelata vincente sotto il profilo del marketing produttivo.

Il lavoro artigiano è una delle matrici della cultura e dell’economia italiana; se si tornasse a credere in esso, contaminandolo con i nuovi saperi e aprendolo alla globalizzazione, siamo convinti che l’Italia si ritroverebbe tra le mani un formidabile strumento di crescita e innovazione.

La chiave per il reinserimento: il lavoro che dà gratificazione, non solo sostentamento

Credo che nessuno di noi abbia il diritto di pensare che queste generazioni siano riluttanti al “valore” del lavoro, attratti dal “facile guadagno”. Sostenerlo è un classico cliché, una comoda semplificazione; è banale ed è pericoloso. Banale perché distoglie lo sguardo dal complesso fenomeno di fondo, costituito dall’assenza di esperienze di lavoro gratificanti: i nostri ragazzi provengono da vissuti di vero e proprio sfruttamento economico e da esperienze che li hanno costretti a fare cose in cui non si sentivano messi nella condizione di crescere. Pericoloso perché ha creato una frattura insanabile, intrisa di sfiducia reciproca, tra loro e il mondo del lavoro: chi, oggi, prenderebbe a lavorare un giovane criminale? A mio modo di vedere, quindi, il problema potrebbe esser meglio compreso se letto in una prospettiva sociale e culturale.

Il punto è che nell’adolescenza l’approccio al lavoro dei nostri giovani ospiti è stata un’esperienza tutt’altro che appagante; per questo a Nisida cerchiamo di lavorare per un cambio di paradigma, offrendo esperienze di formazione al lavoro e di lavoro come occasione per la crescita e la costruzione dell’identità personale, non condizionata dalla capacità produttiva.

Quando arrivano i ragazzi cercano qualcosa da fare – qualsiasi cosa – purché permetta loro di avere risorse necessarie ad affrontare la detenzione senza pesare sulle loro famiglie. Qualunque occupazione ha una mera finalità di sostentamento. Poi cominciano a riconoscere il valore della gratificazione attraverso il lavoro e cercano quelle attività nelle quali meglio si sentono realizzati, o che magari possono dare loro una proiezione verso il futuro. A questo punto servirebbe un anello di congiunzione con il mondo del lavoro reale che possa traghettare questa iniziale predisposizione verso un impegno concreto. Purtroppo quello che invece i ragazzi ritrovano fuori è esattamente quello che avevano lasciato: lavoro a nero, precario e sottopagato.

Gli ultimi a entrare, i primi a uscire: il mondo del lavoro dopo il carcere minorile

Un esempio di questa estrema fragilità che vive un ragazzo dimesso da un istituto penale minorile nella fase del suo reinserimento è dato proprio da questi tempi di pandemia.

I nostri, che pure faticosamente avevano trovato un inserimento lavorativo gratificante, sono stati i primi a essere espulsi dal mercato del lavoro, essendo quelli che meno avevano bisogno (giovani e senza carico famigliare), essendo soggetti fragili (quelli che comunque richiedono un maggiore investimento economico e di impegno personale prima che possano diventare effettivamente produttivi) e quelli verso i quali sussistono maggiori preconcetti da superare.

Eppure è così banale ricordare che è solo investendo su questi ragazzi che il nostro Paese potrebbe concretamente dimostrare di essere consapevole che la sua più grande risorsa per il futuro è proprio scommettere sui giovani, sottraendoli alla logica dell’appartenenza criminale per coinvolgerli nell’appartenenza a una società giusta e solidale.