Una delle casalinghe di cui si parla nell'articolo, di fronte ai mille lavori di casa.

Casalinghe disperate e nemmeno stipendiate

Le casalinghe rendono sostenibile la società come la conosciamo. Ma redistribuire il peso del lavoro domestico sarebbe un vantaggio per tutto il Paese: ecco perché.

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“Ma di questo film che gliene importa alla gente comune, semplice, che lavora; a un povero bracciante lucano, a un pastore abruzzese, a una modesta casalinga di Treviso, che gliene importa di queste tematiche intellettualistiche?”. Questo è il famoso dialogo del film Sogni D’Oro di Nanni Moretti, in cui il protagonista, un regista, viene ripetutamente accusato da un critico di fare film troppo elitari, incomprensibili all’utenza media con un basso livello di cultura.

Diciamoci la verità. Da sempre, nell’immaginario collettivo, la donna senza occupazione lavorativa retribuita che svolge lavori domestici è una persona di ceto medio-basso, della piccola provincia, senza cultura, che guarda tv spazzatura, dotata tuttavia di spiccato senso pratico e ammirevoli capacità gestionali della famiglia e della casa. In altre parole, la casalinga finisce per identificarsi con lo stereotipo della Casalinga di Voghera, o di quella di Treviso per citare Moretti.

 

Non solo Voghera: c’è casalinga e casalinga

In realtà si possono enucleare tre “categorie” di casalinghe, e ciò basterebbe per sconfessare questa generalizzazione. “Ci sono delle donne – spiega la Dott.ssa On. Federica Rossi Gasparrini, ex Sottosegretario al Lavoro e Presidente dell’associazione “Obiettivo Famiglia/Federcasalinghe”, la principale associazione italiana che rappresenta le persone che svolgono lavoro domestico – che hanno scelto di dedicarsi alla cura della famiglia e della casa perché non sentono l’esigenza di produrre reddito. Queste in genere appartengono a un ceto medio-alto, hanno dei mariti che guadagnano bene, sono istruite e coltivano interessi culturali, non passando di certo l’intera giornata a stirare davanti a programmi televisivi trash. Vi è poi la fascia media, composta da quelle persone che hanno un’istruzione, che vorrebbero lavorare (e ne avrebbero bisogno!) ma non riescono a inserirsi nel mondo del lavoro dopo la maternità, o meglio non riescono a trovare un’occupazione lavorativa all’altezza della propria formazione perché ormai sono state ‘tagliate fuori’. Infine vi è la fascia più bassa di casalinghe, che possiedono al massimo la licenza di scuola media inferiore, che svolgono attività domestiche, di cura dei bambini e degli anziani della famiglia perché non possono permettersi aiuti esterni retribuiti”.

Tuttavia, nonostante la situazione sociale ed economica per le casalinghe non sia la stessa, la preoccupazione per queste donne è la medesima: viene da domandarsi quali siano le tutele previste per questa categoria di lavoratrici non retribuite, se sarebbe necessario un loro ampliamento e se ad oggi si possa parlare di un vero e proprio riconoscimento concreto di tale attività – o se siamo ben lontani da questo obiettivo.

 

La tutela assicurativa per le casalinghe

Le leggi italiane che interessano le casalinghe sono due. Una, la n. 565 del 1996, ha istituito un fondo di previdenza per le persone che svolgono lavori di cura non retribuiti derivanti da responsabilità familiari. L’importo dei versamenti è libero; tuttavia, versando almeno 25,82 euro verrà accreditato un mese di contribuzione. L’Inps accrediterà per ogni anno tanti mesi di contributi quanti ne risultano dividendo l’importo complessivo versato nell’anno per 25,82 euro. Ma si può facilmente intuire che, se si versa l’importo minimo, la somma finale è bassissima.

La seconda norma, invece, rappresenta un vero traguardo per le casalinghe ed è la legge 493/99, con la quale lo Stato, riconoscendo il lavoro svolto in ambito domestico e affermandone il valore sociale ed economico connesso agli indiscutibili vantaggi che da tale attività tra l’intera collettività, ha introdotto la tutela assicurativa delle persone che svolgono, a titolo gratuito e senza vincolo di subordinazione, un attività rivolta alla cura dei componenti della famiglia e dell’ambiente in cui dimorano, in modo abituale ed esclusivo. Peraltro, tale tutela è stata ampliata a opera della legge 145/2018, che ha:

  1. abbassato dal 27% al 16% il grado di inabilità permanente necessario per la costituzione della rendita;
  2. previsto la corresponsione di una prestazione una tantum pari ad euro 300 qualora l’inabilità permanente sia compresa tra il 6 e 15 %;
  3. riconosciuto un assegno per l’assistenza personale continuativa ai titolari di rendita che versano in particolari condizioni menomative.

Insomma, un importante rafforzamento della tutela assicurativa, che ben giustifica l’innalzamento del premio a 24 euro annui.

 

Casalinghe: maggiori tutele, ma la discriminazione rimane

Per quanto riguarda la giurisprudenza, essa mostra da anni di aver recepito la rilevanza economica e sociale dell’attività prestata all’interno della famiglia, anche se non direttamente retribuita. Ciò emerge innanzitutto dalle pronunce in ambito risarcitorio, le quali riconoscono che il risarcimento del danno accordato alla casalinga, sia quale componente di un nucleo familiare legittimo, sia in riferimento a un nucleo di convivenza comunque stabile, abbia valenza costituzionale con riferimento ai principi di cui agli artt. 4, 36 e 37 Cost. (che tutelano, rispettivamente, la scelta di qualsiasi forma di lavoro e i diritti della donna lavoratrice), così come la risarcibilità del danno biologico, che si fonda sul diverso principio della tutela della salute (art 32 Cost.).

Anche nelle sentenze in materia di divorzio e di assegno di mantenimento tali ragionamenti guidano la decisione del giudice, che valuterà quanto il contributo fornito dalla moglie, attraverso il lavoro di cura della famiglia e della casa, abbia incrementato il patrimonio familiare, consentendo al marito di dedicarsi alla carriera (quindi di guadagnare di più e di non spendere soldi in colf e baby sitter). Il giudice accerterà inoltre se questa circostanza sia stata frutto di una scelta condivisa tra i coniugi.

“Eppure, la discriminazione inflitta alle donne che scelgono o devono essere mamme a tempo pieno continua, anche in spregio alla Costituzione, in particolare agli artt. 3, 4 e 35. Poniamo che una donna casalinga, dopo aver cresciuto i propri figli, decida di rientrare nel mondo del lavoro retribuito o dell’auto-impresa; tale ingresso dovrebbe esserle agevolato attraverso un’adeguata formazione da parte delle regioni, ma soprattutto dello Stato, essendosi le prime rivelate spesso inadeguate e incompetenti per questo compito. Ad oggi, invece, non ci sono fondi destinati a un progetto formativo per queste cittadine che vogliono tradurre in impresa le loro competenze”, dice Federica Rossi Gasparrini.

Insomma, se come dicono le statistiche le donne nel mondo coprono più di tre quarti dell’intero lavoro di cura, vanno introdotte delle norme che rispettino e promuovano esigenze, ambizioni e talenti di ogni donna nell’arco del suo percorso di vita e di lavoro.

 

Uno stipendio per le casalinghe? Ecco perché no

E se la soluzione fosse quella di prevedere una retribuzione per il lavoro domestico, cioè un vero e proprio stipendio?

Ma Paola Profeta, professoressa di Scienze delle Finanze all’Università Bocconi e coordinatrice della Dondena Gender Initiative al Dondena Centre for Research on Social Dynamics and Public Policy, non è assolutamente d’accordo. Sostiene che “il problema, in Italia, è il basso tasso di occupazione femminile, quindi non possiamo permetterci di introdurre uno stipendio per il lavoro domestico quando esso sia svolto per la famiglia e non per mestiere, come nel caso delle colf, delle badanti e delle baby-sitter. Sarebbe un paradosso incentivare le donne a non trovarsi un’occupazione lavorativa per la quale hanno studiato o per la quale si sentono portate. Bisogna invece incoraggiarle, soprattutto le neo-mamme, ad entrare nel mondo del lavoro attraverso misure di welfare. Ad esempio si potrebbe creare una rete di servizi pubblici e infrastrutture che agevolino la donna nei suoi compiti di cura della famiglia; introdurre degli incentivi economici o delle detrazioni fiscali per quando esse tornino a lavorare; politiche family-friendly come congedi di maternità e paternità; lo smart working. Solo in questo modo si arriverà a un’equa suddivisione dei ruoli tra uomini e donne, al superamento delle differenze di genere e di conseguenza a una crescita economica”.

In conclusione, se la quantità di lavoro domestico e di cura non retribuito diminuisce, il PIL pro capite cresce per effetto della redistribuzione del lavoro non retribuito e del trasferimento del lavoro domestico e di cura dalla famiglia al mercato. Più uguaglianza di genere significa più ricchezza per l’Italia. Ma, prima di tutto, parità salariale.

Classe 1992, marchigiana ma oriunda pugliese. Si laurea a 24 anni con il massimo dei voti all’Università di giurisprudenza di Bologna dove tuttora collabora con la cattedra di diritto amministrativo. Collabora con l’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna, come supporto legale e direzionale. Parallelamente al cammino canonico - con l’obiettivo della magistratura - ne segue uno meno canonico, in cui unisce la passione del diritto a quella del marketing. È infatti consulente legale de La Content Academy s.r.l., per la quale si occupa principalmente della contrattualistica con aziende e influencer. Inoltre scrive per alcuni blog giuridici. Abilitata all’esercizio della professione di Avvocato. [ Guarda tutti gli articoli ]

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