Zona Franca

New York, le strade deserte a causa del virus cinese.

COVID-19, il racconto da New York: “Qui lo chiamano virus cinese. Dice tutto su come cambierà l’economia americana”

Come stanno reagendo gli USA all'impatto del COVID-19, rispetto all'Italia? Un imprenditore italoamericano ci restituisce un'istantanea della situazione.

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Non c’è dubbio, stiamo vivendo un momento emotivamente ed economicamente intenso. La paura fa novanta e percepiamo il pericolo del contagio anche dietro un volto amico. Nell’arco di un mese in Italia siamo passati da “è poco più di una semplice influenza” a “chiudiamo tutto, fino a quando non si sa”. La sera di sabato 21 marzo l’annuncio più temuto: tutto chiuso. Due parole che fanno tremare i polsi e presagire un periodo non facile dal punto di vista economico, perché chiudere le aziende, se da un lato è necessario, dall’altro fa prevedere una crisi nera sia dal punto di vista economico che da quello finanziario, senza dimenticare la disoccupazione che ne deriverà. Tra i più colpiti PMI, artigiani e liberi professionisti. Per questi ultimi, praticamente, nessuna misura di sostegno.

Ma negli altri Paesi come stanno affrontando il COVID-19? E quali sono le previsioni per il futuro? L’ho chiesto a Lucio Miranda, presidente di ExportUSA, società di consulenza Export che dal 2003 si rivolge agli imprenditori europei che vogliono commerciare, esportare o investire negli Stati Uniti. Il nome tradisce le origini italiane, infatti scopro che la famiglia d’origine è a non più di 20 chilometri da casa mia. Lucio però risiede in USA dal 1993 ed è stato direttore vendite e marketing Italia e Nord America per una grande azienda prima di aprire una società sua, che già nel 1997 costruiva siti per l’e-commerce. Ha scritto diversi libri sul web marketing pubblicati da Hoepli, diventando in poco tempo un riferimento per il settore.

Da quell’esperienza è nata l’idea di ExportUSA, spin off del branch della web agency specializzato nel posizionamento sui motori di ricerca. La società di Lucio Miranda ha una sede a New York, una a Rimini, un’altra in Belgio e un centro logistico in Ohio: ha quindi una chiara visione delle realtà imprenditoriali e socioeconomiche dei due continenti, che, diversi tra loro per cultura e modo di fare business, si trovano ora accomunati dall’emergenza COVID-19.

 

 

Come state vivendo l’emergenza a New York?

Male. La città sta entrando di fatto in graduale shutdown da un paio di settimane, l’emergenza è realmente sentita dalla popolazione. Qui l’organizzazione è un po’ diversa da quella italiana. Per alcune questioni il sindaco di New York non è libero di agire, ma deve riportare al governatore dello Stato di New York per la gestione del pacchetto di aiuti che arriva dal governo federale; la situazione è quindi complessa e di difficile gestione. La criticità è palpabile ed evidente nel comportamento della popolazione. Per chi conosce la città la differenza salta agli occhi: New York è attiva giorno e notte, dinamica, sempre in movimento, con le strade piene di automobili e persone in giro. È la città che non dorme mai, che si esprime costantemente con un brusio cacofonico di fondo composto dai suoi mille rumori. Ora è silenziosa, e questo fa impressione: sembra di rivivere la stessa situazione che si era creata dopo l’attentato dell’11 settembre 2001, quando la città si fermò per un mese. Sia chiaro, la città non è vuota, perché i suoi abitanti non sono andati da nessuna parte; è impressionante vederla vuota, quasi spettrale. New York è una città pensata per un determinato flusso di persone, e ora quel flusso è ridotto al 10%. È impressionante perché ti dà il senso della desolazione, è l’assurdo che si è materializzato, angosciante perché sembra falsa, surreale; è come stare in un abito di due taglie più grandi. Ma se la città è così lo Stato di New York è diverso, così come gli altri Stati con cui confiniamo. È un po’ come in Italia prima del lockdown totale, quando ogni città e regione si gestiva in maniera autonoma: qui i territori sono diversi e hanno quindi regolamentazioni diverse.

Dal punto di vista economico quale sarà l’impatto del COVID-19?

Difficile prevederlo. Credo che lo shutdown a breve verrà esteso a tutto il Paese, anche perché si sta espandendo la consapevolezza che l’isolamento è l’unica arma per contenere l’epidemia, quindi nei prossimi giorni probabilmente assisteremo a un lockdown delle attività economiche pressoché completo su tutto il territorio statunitense. Non credo però che chiuderanno subito gli impianti produttivi. Cercheranno misure di contenimento per evitare la chiusura totale, e quindi rimarranno aperti a scartamento ridotto tutti gli stabilimenti produttivi, soprattutto quelli di una certa rilevanza, fino alla chiusura completa. Il problema che vedo però non riguarderà l’offerta: sono certo che a emergenza finita ci sarà una riapertura, e quindi un ritorno a una relativa normalità produttiva. Il vero problema riguarderà la domanda. Mi aspetto una grande recessione a livello planetario, molto simile a quella del 2008, se non peggiore; con la differenza che mentre nel 2008 la crisi era nata da una gestione sistemica errata nel settore del credito, questa crisi non è né economica né finanziaria. Mi aspetto quindi che quando il virus verrà debellato ritorneremo alla normalità più velocemente rispetto al 2008, ma dopo essere passati attraverso una pesante recessione.

Come cambierà il mondo del lavoro nei prossimi mesi negli USA?

Ci saranno sicuramente licenziamenti di massa. Però una cosa buona che ho visto è che, diversamente da quanto accade di solito, gli USA questa volta hanno dimostrato di avere una memoria storica e di aver imparato dalla crisi del 2008. Recentemente il governo centrale ha dichiarato che metterà in campo degli ammortizzatori sociali come paracadute finanziario per chi perderà il lavoro, e nella disgrazia questa è una buona cosa. È chiaro che per come sono intese le politiche del lavoro in USA questa pratica non diventerà la normalità, non ci sarà mai una situazione come quella di Alitalia. Però il fatto che il governo federale abbia previsto nel piano di emergenza un pacchetto di provvedimenti di questo tipo è un primo passo verso un cambiamento delle politiche del lavoro. Un altro tema fondamentale sarà quello delle assicurazioni sanitarie, altro settore in cui ci sarà un ripensamento. Anche in questo caso ci sono stati dei cambiamenti rispetto alle politiche precedenti. È la prima volta che succede, e anche questo sarà foriero di cambiamenti sociali e lavorativi.

E per quanto riguarda le aziende?

Nonostante questo lodevole progetto non sarà una situazione felice a causa del rallentamento della domanda. Se vogliamo davvero uscirne più preparati di prima dovremo ragionare sulla reingegnerizzazione della catena logistica. Ci sono container fermi nei porti del mondo che non verranno spostati fino a quando non cesserà l’allarme virus, e questo rallenta di molto gli approvvigionamenti. Non possiamo più permettercelo. Negli Stati Uniti ci arrangiamo abbastanza, ma ci sono alcune industrie che hanno una supply chain bloccata: questo significa che specifici settori avranno maggiori problemi in futuro. Questa emergenza deve farci ripensare a tutta la catena logistica, al sistema dei pagamenti, al contatto con le altre nazioni e a un migliore controllo di forniture e fornitori.

Pare chiaro che, come in Italia, la produzione riprenderà a macchia di leopardo. Chi soffrirà di più e chi di meno?

Come dicevo prima, le aziende registreranno nella produzione una ripresa senza particolari problemi. La questione è la domanda. Ad esempio, prima parlavamo del comparto assicurativo medicale, che da sempre è un vulnus notevole all’interno del sistema sociale americano anche in virtù del fatto che il supporto sanitario per molti ha costi proibitivi. A esso collegato c’è la questione della catena di approvvigionamento del farmaco. Pensiamo che il comparto farmaceutico americano dipende per il 13% dalla Cina e per il 30% dall’India; questo significa che gli approvvigionamenti dipendono per il 43% dall’estero. È una percentuale notevole, messa a dura prova da questo particolare momento, quindi mi aspetto che, passato l’uragano, qualcuno si farà un paio di domande su dove e come produrre. È un ragionamento non solo strettamente operativo, ma anche di mercato. Anche se il made in USA è già un fattore di scelta per il consumatore interno, fino a oggi sulla qualità era comunque prevalso il costo basso, e il consumatore non sa neppure che il prodotto arriva dalla Cina. Suppongo che in futuro diventerà maggiormente consapevole e pretenderà dalle aziende scelte qualitativamente migliori, che diano determinate garanzie. Non sarà un fattore da guerra economica, ma avrà il suo impatto, tanto o poco che sia. Lo stesso sarà per quelle aziende che producono beni di basso valore, come i beni di largo consumo. Probabilmente le aziende del settore tessile, vedendo che la catena di rifornimenti può subire notevoli ritardi dovuti alle politiche cinesi di chiusura che si potrebbero manifestare anche in condizioni diverse, sceglieranno di produrre in Messico per accorciare la distanza tra produttore e mercato. Diverso è il discorso per le aziende ad altissimo contenuto tecnologico come TLC e avionica, la cui produzione è da sempre in USA per questioni di sicurezza nazionale. L’elettronica risentirà molto di questa crisi economica perché molte componenti arrivano dalla Cina, che produce a costi decisamente competitivi, ma credo che anche in questo settore ci sarà un ripensamento.

Quindi il fatto che il virus sia arrivato dalla Cina influirà sui prodotti di quel Paese?

Sì. Del resto qui non lo chiamano COVID-19, ma “virus cinese”; è un modo per chiamare le cose per quelle che sono. Questo virus non arriva dalla Finlandia e, come per le precedenti tre epidemie, anche il COVID-19 è arrivato dalla Cina. Se mettessero ordine nelle loro pratiche di allevamento, macellazione e produzione alimentare, adeguandosi agli standard internazionali e facendoli rispettare, forse sarebbe un passo avanti. Qui sono tutti consapevoli del fatto che la Cina è una dittatura, e che il governo cinese sapesse di questa epidemia da mesi prima di renderlo noto al resto del mondo. Se avessero adottato pratiche di sicurezza e di igiene adeguate non saremmo in queste situazioni. E la difformità nell’applicazione delle norme igienico-sanitarie e di sicurezza internazionale, oltre alla mancanza di informazione, ha da sempre caratterizzato la politica economica cinese. La fiducia americana verso la produzione cinese ha subito un altro duro colpo. Nel 2008 è stato scoperto che aziende cinesi avevano importato latte in polvere per bambini con all’interno composti cancerogeni, come la melamina. Hanno venduto per anni materiali isolanti in particolato per abitazioni che contenevano composti aromatici volatili cancerogeni. Si trovano in decine di milioni di case americane. Ora, alla luce di quello che sta accadendo, vi è una maggiore richiesta di informazioni e quindi maggior consapevolezza da parte dell’acquirente. Se parliamo della lastra di particolato che va all’interno delle pareti della tua casa è comunque difficile che la consapevolezza del consumatore si spinga fino a fare la differenza nel mercato di riferimento, ma dopo queste spiacevoli esperienze dal 2016 gli USA hanno messo in piedi un sistema di sicurezza che è stato aspramente criticato perché molto pesante. Se lo vediamo con gli occhi trasformati dall’emergenza, però, allora assume un significato diverso. Per l’Europa è diverso, è un partner affidabile perché ha una cultura del lavoro, della produzione e del prodotto tra le più alte del mondo. Ad esempio, negli USA molte aziende hanno da tempo imparato a loro spese ad acquistare prodotti dall’Europa, escludendo di fatto i fornitori cinesi a causa della scarsa qualità del prodotto. Nel comparto petrolifero i componenti vengono acquistati dall’Italia o dall’Europa per la loro elevata qualità, anche se molto più costosi di quelli cinesi, che però esplodevano quando venivano utilizzati. Qui non è come in Italia, dove una causa di lavoro si conclude in dieci anni; qui se muore un dipendente finisci in tribunale, e in capo a un paio d’anni vieni condannato a risarcire la famiglia con milioni di dollari. Va da sé che le aziende nordamericane sceglieranno fornitori italiani o europei al posto di quelli cinesi.

Rispetto all’emergenza, in che cosa si diversifica la situazione italiana da quella USA?

In termini di velocità di risposta gli Stati Uniti sono più lenti perché sono più frammentati, e alcuni Stati hanno più potere delle regioni italiane, ma per queste emergenze ci sono agenzie federali che intervengono direttamente e senza il loro assenso non si fa nulla. Sono lenti a partire ma veloci a implementare. In Italia il sistema è ben strutturato; ospedali, medici e infermieri sono preparati. Leggo di tanti che si lamentano perché mancano posti letto o respiratori, ma questa è una condizione particolare, non possiamo neppure pensare di costruire strutture per crisi che avvengono una volta ogni dieci anni. La questione sospesa negli Stati Uniti è quella del sistema sanitario nazionale. In Europa tanti hanno osannato la riforma di Obama e criticato Trump che l’ha cancellata, ma non crediate che la riforma proposta fosse tanto efficace. Voglio spiegarmi con un esempio: se fossi un contadino medievale maledirei la mia situazione a causa della grande fatica che farei per produrre il poco che mi serve per vivere. Se comparisse la fatina della tecnologia e mi regalasse un bue con gli zoccoli e le corna d’acciaio, oppure un trattore, sarebbe diverso per me ricevere uno al posto dell’altro. Obama ci ha dato il bue meccanico, ma non ha cambiato i parametri affinché potesse lavorare bene, perché gli USA sono ancora in mano alle assicurazioni private con una totale anarchia dal punto di vista dei costi. Ci serve il trattore, non il bue dalle corna d’acciaio. Una vera riforma sarebbe quella di eliminare l’obbligo assicurativo: da questo punto di vista anche il sistema di Obama è stato un fallimento. Per carità, non credo che ci sia una soluzione facile, ma non è stata la soluzione. In Italia la sanità viene garantita a tutti e sarà questo che salverà molti italiani.

 

 

Photo: Mark Lennihan/Associated Press

Classe 1974, dopo il liceo scientifico si laurea in psicologia all’Università di Trieste con una tesi cross cultural sugli effetti del clima aziendale sulla sicurezza. Si specializza in psicologia del lavoro e delle organizzazioni con il professor Vincenzo Majer, uno dei pionieri italiani degli studi sul capitale umano e docente universitario patavino, conseguendo i master in selezione e formazione del personale. Lavora in PERSeO srl come Jr HR Consultant, maturando una consolidata esperienza all’interno dei più grossi gruppi aziendali del nord Italia. Rientrato in Friuli ricopre la posizione di Responsabile Selezione e Reclutamento nella filiale di Udine del Gruppo ORGA spa di Milano da cui si separa qualche anno dopo per fondare la HR&O Consulting attraverso cui offre alle aziende clienti consulenze in ambito risorse umane come HR Business Partner e Temporary HR Manager. Ha riscosso l’apprezzamento del pubblico con i saggi di psicologia del lavoro "La percezione del rischio (l’Orto della Cultura, 2016)" e "Ma non bastavano i buoni pasto? Come e perché prendersi cura delle proprie persone" (Free Press, 2018). Sempre nel 2018 ha pubblicato "Organizzare la selezione del personale nelle PMI. Indicazioni e strumenti per valutare i candidati, comporre le esigenze e governare il processo" (Franco Angeli Editore) con cui si è fatto conoscere a livello nazionale. Scrittore, saggista e blogger, ama viaggiare, leggere. La natura umana continua ad incuriosirlo ed affascinarlo. [ Guarda tutti gli articoli ]

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