Il salvataggio di un crocifisso dopo il terremoto del 2016.

Crocifissi dal terremoto

L'arte marchigiana dopo il terremoto: cronaca di un sistema in equilibrio precario che cerca di sopravvivere tramite mostre, ma che avrebbe bisogno di musei

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Arte e terremoto sono un binomio ricorrente dal 2016, quando le devastanti scosse del 26 e 30 ottobre hanno messo definitivamente in ginocchio le Marche, allargando il numero di comuni colpiti sino a 87 dai pochi di due mesi prima. Imponente è stata l’opera di salvataggio di 13.211 beni mobili recuperati dall’unità di crisi del Ministero dei Beni Culturali, composta da personale ministeriale, carabinieri del nucleo tutela del patrimonio culturale, funzionari delle diocesi, vigili del fuoco, uomini del corpo nazionale del soccorso alpino, volontari di protezione civile e di associazioni come Legambiente.

Nel dettaglio gli “angeli dell’arte”, che permetteranno anche ai posteri di godere del vasto patrimonio artistico e culturale delle Marche, hanno effettuato oltre 385 interventi di recupero, strappando alla distruzione del terremoto e all’incuria dell’abbandono 2132 dipinti, 1690 sculture, 7660 beni ecclesiastici e oltre 75.000 pezzi di documenti e archivi, per una lunghezza lineare di oltre due chilometri e mezzo; questo solo nella zona dei Sibillini. Il primo recupero è stato a Capodacqua di Arquata del Tronto il 27 agosto del 2016; da allora ne sono seguiti altri, spesso in condizioni meteo avverse, in edifici danneggiati e a volte rasi al suolo.

 

L’arte marchigiana dopo il terremoto

A volte dalla distruzione sono spuntati fuori affreschi sconosciuti, tutti da studiare, come accaduto a Castelsantangelo sul Nera (Mc). «La nostra terra ha un vastissimo patrimonio, molto cospicuo e in notevole quantità – spiega l’architetto Luca Maria Cristini, nell’ottobre 2016 direttore dell’ufficio dei beni culturali della diocesi di Camerino (Mc), che ha avuto la quasi totalità delle chiese e molti musei resi inagibili dal sisma – possiamo parlare di un vero e proprio museo diffuso sul territorio: non c’è borgo o piccola frazione che non abbia una chiesa con opere di minore o maggiore rilevanza, in coerenza con il ricco sviluppo dell’epoca medievale».

Cristini è stato in prima linea nei recuperi di opere d’arte, lavorando per mesi al fianco della task force che ha salvato i tesori delle Marche: «Questo ha comportato notevoli difficoltà nel recuperare il patrimonio, sia per la vastità dell’area colpita dal sisma, sia perché il meccanismo di gestione dell’emergenza nei beni culturali è farraginoso, spero sia rivisto prima possibile. Grande impulso è stato dato dal lavoro dei carabinieri del nucleo tutela patrimonio culturale. Nella situazione in cui sono state coinvolte quattro regioni, questo modello ha manifestato il proprio limite e la propria inefficacia. Le persone hanno fatto il massimo che potevano, considerata la griglia e il sistema normativo in cui si trovavano ad operare. C’era difficoltà a trovare un camion per trasportare le opere; più banalmente, di trovare il materiale per il loro imballaggio perché costretti a seguire procedure ordinarie, che hanno comportato difficoltà a indire le gare d’appalto. Una cosa assurda».

Secondo il report di Legambiente a due anni dal terremoto, le opere salvate sono finite in una serie di depositi sparsi su tutto il territorio, specchio della volontà di numerose comunità locali di tenersi quadri, statue e manufatti a casa propria, come veri e propri gioielli di famiglia. Le opere in condizioni più critiche sono alla Mole Vanvitelliana di Ancona, dove se ne trovano 1423, e a Forte Malatesta di Ascoli Piceno, gestiti in proprio dal Mibac, con 140 beni. Gli altri 11.648 sono in tre diversi depositi nella diocesi di Camerino, due nella diocesi di Ascoli Piceno, uno della diocesi di Fermo, un altro del comune di Amandola, nell’istituto Campana di Osimo e in luoghi temporanei sparsi in diversi comuni, non lontano dalle chiese danneggiate. Un caso unico riguarda il piccolo comune di Serrapetrona (Mc), che aveva già disponibile un suo deposito attrezzato, che ha permesso il recupero dei beni culturali dalle chiese in pochissimo tempo.

 

 

I depositi e la conservazione dei beni

Dallo scorso 17 novembre, 26 opere salvate dal terremoto sono perfettamente fruibili nella chiesa di Santa Maria di Piazza, che non veniva usata per celebrazioni religiose, rimasta chiusa per 21 anni dopo essere stata danneggiata dal terremoto del 1997 e successivamente restaurata in anni recenti.

Non tutto è stato recuperato, come testimonia l’ex direttore dell’ufficio diocesano dei beni culturali di Camerino, Cristini: «Nella raccolta dei beni si sono trascurati molti oggetti più di manifattura e artigianato, come i paramenti e vasi sacri, l’arredo sacro e gli oggetti nelle chiese, che per mancanza di tempo, possibilità di imballaggio e farraginosità delle schede di prelievo sono stati lasciati nelle sagrestie e sotto l’acqua. Restano decine, se non centinaia di migliaia di oggetti da prendere da quel microcosmo che è la dotazione di ogni singola chiesa».

Nella miriade di depositi di diverso tipo, la cui idoneità alla conservazione delle opere è stata certificata dalla Soprintendenza ai beni archeologici delle Marche, le condizioni di conservazione dei beni culturali sono differenti. Spiega Cristini: «Alcuni depositi sono meno adatti alla conservazione dei manufatti. In alcuni il ministero ha già provveduto al disimballo delle opere e a una prima schedatura potremmo dire sanitaria, un primo check up della condizione conservativa delle opere. Questo non è stato fatto dappertutto, speriamo si completi presto. Per pianificare il futuro di questo corpus bisogna avere contezza di quanti e quali beni siano, essendo consapevoli che difficilmente torneranno in tempi brevi nei luoghi da cui provenivano e che li hanno custoditi per secoli. La vera sfida da affrontare è come disporne per l’avvenire, sia per consentire la devozione dei fedeli verso le immagini sacre, sia il lavoro di approfondimento degli studiosi, sia la fruizione del semplice cittadino o turista».

 

Le iniziative per salvare il patrimonio artistico terremotato

Sin da subito sono nate iniziative spontanee, che hanno avuto il supporto della Regione Marche, come l’evento creato dall’allora direttrice della Rete Museale dei Sibillini Daniela Tisi a palazzo Campana di Osimo: la mostra Capolavori dei Sibillini, l’arte dei luoghi feriti dal sisma, aperta dal febbraio al novembre del 2017, vista da oltre diecimila persone, che ha avuto una seconda tappa nel museo diocesano di Milano, dal dicembre del 2017 sino allo scorso 30 giugno. Nel capoluogo lombardo sono state in esposizione oltre cinquanta opere salvate dal terremoto tra i comuni della Rete Museale dei Sibillini, con dipinti che vanno dal Perugino, a Cristoforo Munari, da Corrado Giaquinto a De Magistris, passando per i fratelli Crivelli fino all’Alemanno. Questo progetto di valorizzazione del patrimonio salvato dal sisma è stato il primo approvato dalla Regione Marche, con il comune di Montefortino (Fm) capofila, e finanziato con 120.000 euro.

A questa sono succedute le mostre legate al progetto Mostrare le Marche: sei diversi eventi programmati tutti tra l’autunno del 2017 e l’autunno del 2018, di cui però ne sono stati realizzati solamente cinque, tutti a scadenza molto ravvicinata. A finanziarli con 300.000 euro è stato l’accordo di programma che l’allora Ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini ha stipulato con le quattro regioni colpite per dare vita ad attività specifiche nel settore dei beni culturali e dello spettacolo dal vivo, destinando complessivamente una cifra pari a quattro milioni di euro per due anni, di cui alle Marche sono andati circa la metà. Il ministero ha finanziato gli allestimenti delle mostre e i cataloghi; alla Regione Marche è stato dato il compito di sostenere i costi di promozione e comunicazione, con il coinvolgimento della Soprintendenza, poli museali, diocesi, comuni ed altri enti ecclesiastici.

Tra le mostre ricomprese nel gruppo Capriccio e natura, da Barocci a Gentileschi, curata da Alessandro Delpriori e Anna Maria Ambrosini Massari, tenutasi nei musei di palazzo Buonaccorsi a Macerata dal dicembre 2017 al maggio 2018, secondo i giornali locali ha avuto duemila visitatori nel primo mese di apertura, a cui aggiungerne altri mille quattrocento nel solo fine settimana di Pasqua. Non è disponibile il dato complessivo. La mostra tenutasi a Fermo nell’ex chiesa di San Filippo, da aprile ad ottobre 2018, ha avuto 10.124 ingressi. Il titolo era Il Quattrocento a Fermo. Tradizione ed avanguardie da Nicola di Ulisse a Carlo Crivelli, curata da Giulia Spina e Alessandro Marchi: secondo il comune di Fermo ha richiamato presenze da diverse zone d’Italia e poi da Paesi europei, Canada e Argentina.

Un’altra mostra è andata in scena a Loreto (An) dal titolo L’arte che salva, con opere di Crivelli, Lotto e Guercino, curata da Francesca Coltrinari e Giuseppe Capriotti, tenutasi dall’ottobre 2017, all’aprile 2018. Ad Ascoli Piceno la mostra Cola dell’Amatrice tra Pinturicchio e Raffaello, tenutasi da marzo a luglio di quest’anno, curata da Stefano Papetti e Luca Pezzuto, ha avuto oltre ottomila visitatori. Si è chiusa da pochi giorni a Matelica (Mc) la mostra curata da Fulvio Cervini al museo Piersanti Milleduecento, civiltà figurativa tra Umbria e Marche al tramonto del Romanico, inaugurata lo scorso giugno, che a pochi giorni dalla chiusura aveva avuto oltre 2.500 visitatori. Non pervenuta la mostra di Fabriano (An) su Orazio Gentileschi, annunciata per il 2019, curata da Andrea De Marchi e Anna Maria Ambrosini Massari, che dovrebbe essere ospitata nella pinacoteca civica Molajoli nei mesi tra marzo ed ottobre, in concomitanza con gli eventi previsti per Fabriano città creativa Unesco 2019.

In condizioni certamente differenti e in un diverso periodo sociale e culturale, con budget finanziari notevolmente più cospicui, proprio nella città della carta si sono tenute in anni recenti mostre di grande successo, frutto di una diversa esigenza espositiva, partita dall’approfondimento scientifico su Gentile Da Fabriano. La prima, voluta da Francesco Merloni, si tenne nel 2006 con il titolo Gentile Da Fabriano e l’altro Rinascimento e raggiunse il numero record di 95.000 visitatori. L’altra mostra, in anni più recenti, si è svolta tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015, con un bilancio di 75.000 visitatori, dal titolo Da Giotto a Gentile, pittura e scultura a Fabriano fra Duecento e Trecento.

Al di fuori del progetto ministeriale, si è tenuta agli Uffizi di Firenze la mostra Facciamo presto! Marche 2016-2017: tesori salvati, tesori da salvare, voluta dal soprintendente delle Marche Carlo Birrozzi e curata da Gabriele Barucca. Nel periodo di esposizione è stato devoluto un euro per ogni biglietto di ingresso venduto dalla galleria fiorentina: sono stati raccolti 649.000 euro, destinati al restauro dei beni culturali danneggiati. In mostra i capolavori della scuola pittorica medievale dei Sibillini, con opere provenienti da Camerino, Visso, Caldarola, San Severino, Matelica, divenuti ambasciatori della Regione Marche.

 

Le mostre non bastano: servono i musei

Il lavoro iniziato sulle opere d’arte salvate dal terremoto non può fermarsi alle mostre, sostiene la storica dell’arte Giuliana Ericani. La Ericani, ex direttrice del museo civico di Bassano Del Grappa, ha una vasta esperienza maturata nel campo dei beni culturali nel corso del terremoto del Friuli; è componente di Icom (International Council of Museums) e cura la raccolta fondi legata al progetto Adotta un museo, che ha permesso il restauro di alcune opere, e poi una mostra temporanea di opere di Cola dell’Amatrice a Milano, e un progetto per consentire al personale che lavorava nei 33 musei devastati dal terremoto di riprendere a svolgere attività didattiche ed educative.

«La valorizzazione richiede molti fondi e occorre strutturare dei progetti strategici, non semplicemente lavorare su un’idea estemporanea. Sarebbe bene che i protagonisti della valorizzazione del patrimonio, l’ente proprietario, la Regione, il Mibac lavorassero intorno a un tavolo per fare dei progetti strategici a lungo termine», spiega Ericani. «Sono molto perplessa all’idea di sostituire i musei con le mostre: queste hanno finalità educativa, ma non possono sostituire il museo, che ha un ruolo identitario proprio per la sua stessa esistenza. Stiamo sollecitando grandi musei internazionali a esporre le opere provenienti da questo territorio, per ricordare al mondo che queste terre esistono ».

È centrale, per la studiosa, un lavoro di approfondimento e divulgazione del vasto patrimonio culturale dei territori colpiti dal sisma. È difficile lavorare tramite la virtualità per mostrare le opere d’arte, perché hanno una loro rilevanza per il fatto di esistere come opere d’arte, non come immagini delle opere d’arte. Dobbiamo ricordare cosa c’era all’interno di questi musei che adesso non sono visibili. L’idea potrebbe essere quella di creare dei musei virtuali, in attesa che i musei reali siano ripristinati, dando strumenti per approfondire alcuni aspetti delle collezioni. Soltanto poche opere possono essere utilizzate come ambasciatrici, in quanto ci si limita a quelle poche che facciamo diventare tali. Si deve lavorare per dare il senso della complessità del patrimonio, esponendo con alcune costruzioni tematiche le collezioni dei musei e, soprattutto in questo territorio, per legare il patrimonio al paesaggio, con gli affreschi distrutti o da ricostruire. Questo è un altro grosso lavoro da fare».

Classe 1976, è una giornalista freelance che vive e lavora nelle Marche dove approfondisce temi di attualità imprenditoriale legati alle dinamiche economiche e ambientali del territorio di riferimento. Collabora con Corriere Adriatico e Cronache Maceratesi. Il suo motto è "memento audere semper". [ Guarda tutti gli articoli ]

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