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Diventare giornalisti in carcere, una strada in salita

Diventare giornalisti in carcere, una strada in salita

L'esperienza del giornalismo tra le mura della prigione: parliamo con i direttori di "Ristretti orizzonti" e "Carte Bollate", giornali realizzati da detenuti.

Bruno Perini

28 Aprile 2021

Il mestiere del giornalista può essere fatto da carcerati e assumere la dignità di altri lavori che si svolgono nel chiuso delle prigioni italiane? Che cosa ostacola il riconoscimento del praticantato come formazione a una professione ai carcerati che fanno un giornale interno?

Il quesito è più che legittimo. È per questo che SenzaFiltro ha voluto gettare un amo e provare a curiosare qua e là in alcuni penitenziari per capire se c’è una possibile risposta a queste domande a fronte di una ormai consolidata esperienza editoriale e giornalistica disseminata in molte carceri italiane. Qualche esempio? Il giornale Ristretti Orizzonti nel carcere di Padova e Carte Bollate nel carcere di Bollate, un paese alle porte di Milano.

Ornella Favero, Ristretti Orizzonti: “I nostri prodotti usati anche dalle istituzioni giudiziarie”

Ristretti Orizzonti nasce nel 1997 e fa da apripista ai giornali in carcere fatti da carcerati e da professionisti. Attualmente è diretto da Ornella Favero. È un prodotto editoriale di tutto rispetto fatto da carcerati che raccontano dentro e fuori le mura l’universo carcerario con le sue tragedie, le sue contraddizioni e le sue miserie.

Nel numero che si può leggere in rete c’è una tabella tratta da un dossier assai triste, “Morire in carcere”, che registra dal 2000 al 2021 i morti per suicidio o per assistenza sanitaria disastrata.

Tra i tanti collaboratori di Ristretti Orizzonti c’è una persona che preferisce l’anonimato e che in quel giornale ha fatto la sua gavetta. È un ex carcerato che a un certo punto, già da quando era in carcere, ha deciso di ideare una rassegna stampa relativa ai giornali nelle carceri e una rassegna stampa generalista, sempre sul tema carceri, che ormai viene utilizzata abitualmente da avvocati, magistrati, istituzioni penitenziarie, giornalisti. “Nel lavoro è una macchina da guerra”, dice la direttrice del suo collaboratore. “E quello è un lavoro impegnativo e di responsabilità. Un prodotto giornalistico che viene utilizzato anche dalle istituzioni giudiziarie”.

Susanna Ripamonti, Carte Bollate: “Per i carcerati niente praticantato, ma uno spiraglio per la retribuzione”

Un lavoro impegnativo ma considerato spesso dall’autorità penitenziaria quasi un hobby, e certamente un lavoro non retribuito e volontario, senza alcuna prospettiva professionale una volta terminata la pena. La questione è proprio questa: perché non consentire a questi lavoratori di avere una retribuzione e una prospettiva professionale?

“È una domanda che ci siamo posti anche noi”, mi spiega Susanna Ripamonti, direttrice del giornale Carte Bollate. “La nostra pubblicazione è nata nel 2001, quando aprirono il carcere. Qualche anno fa chiedemmo all’Ordine dei Giornalisti della Lombardia se fosse possibile proporre ai carcerati che fanno il giornale con maggiore assiduità di fare il praticantato, ma la risposta fu negativa. Ci dissero che c’erano impedimenti di legge e di altro genere. Diverso è il tema della retribuzione, dove abbiamo creato un precedente che potrebbe dar vita a un diverso rapporto con chi fa il giornale”.

A che cosa ti riferisci? “Prima dell’avvento della pandemia abbiamo proposto all’Ordine dei Giornalisti e ai carcerati che fanno Carte Bollate assieme ai cinque professionisti volontari di costruire un Osservatorio sulle carceri. In sostanza una rassegna stampa simile a quella che viene fatta a Ristretti Orizzonti. L’Ordine dei Giornalisti ci disse che era disposto a finanziare il progetto in modo da retribuire anche i carcerati che lavorano con noi. Poi con il COVID-19 si è bloccato tutto”.

Giornalismo in carcere, “un’esperienza difficile”: ai carcerati-giornalisti la rete non arriva

Per il praticantato invece la strada è più complicata. Ornella Favero è molto interessata a una prospettiva del genere.

“Mi piacerebbe che si realizzasse un progetto simile ma in questi anni noi non ci siamo riusciti, malgrado il nostro prodotto editoriale sia molto apprezzato anche da diversi operatori penitenziari. Tieni conto però che qui l’informazione e la trasparenza non sono così amate. Siamo ancora all’abc. Anzi è già una conquista aver guadagnato questi margini di libertà. È un’esperienza difficile: in altre carceri, come ad esempio S. Vittore, c’era un ottimo giornale, ma poi non è riuscito a sopravvivere”.

Consentire ai carcerati di imparare un mestiere come quello del giornalista potrebbe essere un salto di qualità nella formazione. “Lo penso anch’io”, dice ancora Ornella Favero. “D’altronde la Costituzione dice che il carcere dovrebbe essere il luogo della rieducazione e dunque della trasformazione delle persone. Ma questo trattamento dovrebbe valere per tutti. E comunque io penso che questi progetti funzionino se c’è continuità. Il carcere è stato in questi anni una specie di progettificio, ma lo ripeto, se non c’è continuità i progetti non vanno avanti”.

Mario Consani, che fino a quattro anni fa era consigliere dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, conferma le preoccupazioni di Ornella Favero.

“Sul tema sul quale stai indagando ti confermo che qualcosa si poteva fare, ma la mia impressione è che non interessi a molti legittimare il nostro mestiere in carcere. D’altronde, non per essere malizioso, ma questi non votano e quindi nessuno ha interesse a facilitargli la vita. Una delle prime cose che bisognerebbe risolvere, ad esempio, è informatizzare quei giornali. Per ora in carcere la rete non arriva, ti rendi conto? I carcerati che fanno i giornali che mi hai citato non hanno accesso a internet. Devono costruire il giornale su carta e poi i responsabili dei giornali trasferiscono tutto sulla rete. Come si fa a lavorare in queste condizioni?”

Il presidente dell’Ordine di Milano: “Praticantato in carcere? Essenziale una retribuzione per i carcerati-giornalisti”

L’ultima porta alla quale bussiamo è quella di Alessandro Galimberti, presidente dell’Ordine dei Giornalisti di Milano. Anche a lui poniamo gli stessi quesiti sapendo che, come ci ha raccontato Susanna Ripamonti, l’Ordine di Milano era disposto a finanziare un progetto.

“Confermo. Sul tema siamo molto sensibili e siamo disposti a prendere in esame nuovi progetti. Nel caso di Bollate abbiamo sospeso tutto per via della pandemia”. Che cosa impedisce allora di consentire ai carcerati-giornalisti di ottenere il praticantato e di essere retribuiti per il loro lavoro?

“A parte i casi in cui ci sono condanne che prevedono la sospensione dai diritti civili, e dunque impedirebbero all’Ordine – che fa parte della Pubblica Amministrazione – di concedere il praticantato, nulla ci impedisce di prendere in considerazione un praticantato per i giornali che vengono fatti in carcere. Ci sono delle regole da rispettare. Lasciamo perdere il rapporto professionisti-praticanti e lasciamo anche perdere i minimi sindacali fissati dal contratto nazionale. Il requisito essenziale del praticantato è che i giornalisti vengano retribuiti magari da una cooperativa; a quel punto nulla impedirebbe di prendere in considerazione progetti simili.”

“Se posso dare un consiglio a chi propone quei progetti, io punterei a ottenere la tessera di pubblicista. È la strada più semplice e sarebbe un modo per riconoscere il lavoro da giornalista che fanno i carcerati. Se invece si vuole percorrere la strada del praticantato, lo ripeto, c’è bisogno che qualcuno – una cooperativa, dicevamo – si accolli la retribuzione”.

Foto di copertina di Ludovica Dri su Unsplash