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Editoriale 108. Lavoro senza parole

Editoriale 108. Lavoro senza parole

Clamoroso al Cibalinon è mai stato pronunciato da Sandro Ciotti, tanto meno durante la storica trasmissione radiofonica “Tutto il calcio minuto per minuto”, che debuttò nel 1959 per scardinare completamente i tempi e il linguaggio della cronaca sportiva, i ritmi della radiocronaca, le emozioni dei tifosi attraverso l’ingresso repentino della voce del giornalista che trasmetteva in diretta dai campi principali della domenica. Sta di fatto che quel 4 giugno del ’61, in occasione di Catania-Inter che finì 2-0 all’ultima giornata di campionato, Ciotti non disse mai quelle tre parole che pur passarono alla storia.

Però Ciotti alla storia c’è passato per altro: inventò uno stile nuovo per il suo mestiere. Mi è capitato poche settimane fa di riascoltare dalle Teche di RadioRai una storica intervista che gli fu fatta per conoscere meglio l’uomo che stava dietro al giornalista sportivo: a me è sembrato di ascoltare un filosofo, un critico musicale, un sociologo, un pianista, un comico, un lettore instancabile, uno storico, un umorista, un paroliere. Quasi 2.500 radiocronache di partite di calcio, 40 i Festival di Sanremo, 14 le Olimpiadi, 15 i Giri d’Italia, 9 i Tour de France. In quella intervista, che vale mille corsi di formazione inutili sulla comunicazione a cui le aziende costringono i propri collaboratori, c’è un passaggio in cui spiega la bellezza delle parole argute, veloci, capaci di spiegare un concetto complicato in poche lettere, la necessità che chi parla sappia arrivare dall’altra parte anche grazie all’immaginazione. E spiega il celebre “traversone”, da lui coniato.

Il mondo del lavoro, da tempo, è rimasto senza parole: senza parole sia perché i linguaggi sono assopiti, curvi, debilitati da dibattiti pubblici e privati assenti o senza mordente, sia perché è rimasto basito persino di sé stesso davanti all’inerzia degli ultimi decenni di disattenzioni politiche e sociali e davanti al poco amore che i lavoratori stessi hanno riservato al senso ultimo del proprio mestiere o professione.

Imprese e professionisti si mettano una mano sulla coscienza e inizino ad ascoltare come parlano di lavoro e al lavoro, a cosa pensano quando lo fanno, che peso danno a quello che dicono, se si fanno lo scrupolo di scegliere un linguaggio in base ai contesti o se tutto vale tutto, se credono fino in fondo in quello che dicono, come lo dicono, se vengono o meno ascoltati oppure se ormai vale solo l’inerzia del dire.

Ai bambini, quando sono ancora piccoli ma già hanno messo le prime mani sul mondo, solitamente chiediamo “ma tu cosa vorresti fare da grande?”. Li condizioniamo sottilmente fin da quel momento, li indirizziamo sul fare e mai sull’essere, già spostiamo il futuro sul produrre e non sul sentire, tanto meno sul parlare di ciò che provano. “Ma tu cosa vorresti essere da grande?”: essere suona già meglio di fare e magari cambia qualcosa.

All’età di quarant’anni, durante le Olimpiadi di Città del Messico del ’68, Ciotti trasmise ininterrottamente per 14 ore di diretta sotto la pioggia. La sua voce roca è nata dall’acqua, dentro un edema alle corde vocali che lo ha impresso per sempre nel ricordo di ognuno di noi. 

Parlare è marcare un territorio, è apparecchiare un contesto, e non è solo questione di forma o di timbro ma di consistenza. Dietro ogni sua parola c’erano anni di studi, letture, vita reale, pensiero, conoscenze mixate meglio di un deejay. E, infine, come pesa la supponenza della politica e delle istituzioni quando parlano di lavoro pur senza aver combinato nulla. Ridateci dignità intanto con le parole e i contenuti, chiedervi pure umiltà sarebbe un’utopia.

Soltanto dieci secondi per dire che quella che ho appena tentato di concludere è stata la mia ultima radiocronaca per la Rai, un grazie affettuoso a tutti gli ascoltatori, mi mancheranno. Era l’ultima giornata di campionato ’95-’96 e Ciotti salutò così, dai microfoni, la sua carriera infinita; tentando di concluderla, restando invece eterno. 


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