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Editoriale 111. Non chiamateli borghi

Editoriale 111. Non chiamateli borghi

Chiamateli per nome, come chiamereste un figlio o un familiare o un amico, ma non chiamatelo paesino o borghetto. Durante i suoi incontri pubblici, Franco Arminio invita spesso le persone presenti a dire il nome del paese in cui sono nate o in cui vivono, e guai a dire che si abita in un paesino sconosciuto perché ogni luogo è degno. Ha ragione che ci dimentichiamo delle cose o delle persone quando smettiamo di chiamarle.

Borghi, poi, proprio no; il fatto che lo stesso ministero della Cultura abbia semplificato in “Bando borghila misura del PNRR non depone certo a favore della terminologia migliore. E basta soffermarsi sul linguaggio usato per farsi un’idea dei parametri e della scala di valori a cui ancoriamo l’Italia considerata minore solo perché abbandonata. Alla voce Investimento 2.1, ad esempio, si parla di Attrattività dei Borghi prevedendo un finanziamento complessivo di 1.020 milioni di euro, suddiviso in due linee d’intervento: Linea A, 420 milioni di euro per venti Regioni e ventuno progetti; Linea B, quasi 580 milioni per circa duecentotrenta progetti. La prima strada dedicata a progetti pilota per la rigenerazione culturale, sociale ed economica di “Borghi a rischio abbandono e abbandonati” e la seconda dedicata a progetti locali per puntare a una rigenerazione sociale e culturale. 

Attrattività e borghi: parole buttate nel mucchio, tra le righe nessuna effettiva volontà di riportare persone nei paesi spopolati o moribondi e nessun desiderio di ricucire comunità in carne e ossa attraverso il lavoro o il tessuto sociale, solo l’obiettivo di mettere ancora una volta in primo piano le ricostruzioni, l’edilizia, i partenariati pubblico-privato, l’industria, le assegnazioni dall’alto e mai l’ascolto delle urgenze dal basso, la solita idea di turismo per un’Italia cartolina, il prodotto tipico come vent’anni fa quando almeno sapeva di strategia. Quando il ministro Franceschini parla di occasione unica per trasformare il patrimonio disperso in patrimonio diffuso si sente proprio l’odore della banalità, e bisogna essere a dir poco diabolici a non far ripartire per bene l’Italia dai paesi.

Non è vero che coi soldi si compra tutto, e questo genere di politica lo dimostra: c’è chi l’ha chiamata lotteria, chi ha scritto “baciati dalla fortuna i Comuni italiani che riceveranno ognuno venti milioni di euro”, altri hanno lamentato di essere stati esclusi. Tra un po’ qualche ministro di turno ci verrà a dire che grazie al PNRR potremmo anche incontrare e innamorarci della persona giusta, tanto anticipa la UE, tanto con quell’acronimo in bocca nessuno ormai è più tenuto a spiegare niente.

Invece dovremmo pretendere più chiarimenti e più competenza e indignarci pubblicamente, ogni giorno, davanti a un’Italia che perde pezzi di paesi, pezzi di Appennino, pezzi di aree interne, pezzi di memoria che un po’ al giorno sarebbero pezzi di futuro.

Dire borghi fa più scena che parlare di paesi.

Promuovere case vendute a 1 euro attira di più che raccontare le crepe.

Spiegare le cooperative di comunità aiuterebbe generazioni intere a rintracciare nuovi mercati e nuovi lavori, ma si preferisce non farlo.

Alla fine è per lavoro che si tagliano le radici dai propri paesi ed è per lavoro che si accettano i ricatti cittadini: senza smart working e pandemia non avremmo potuto contare tutte le persone che stanno tornando indietro. L’errore sta ancora una volta nelle parole, perché non si torna indietro come passo falso o ricaduta, si torna indietro per far passare aria nuova tra le crepe. 

Davanti a tanta inconsapevolezza della politica resta solo una speranza: che a nessuno venga mai in mente di snaturare anche i detti popolari. Tutto il mondo è borgo non si può proprio sentire.

Leggi il mensile 111, “Non chiamateli borghi“, e il reportage “Aziende sull’orlo di una crisi di nervi“.


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Foto di copertina: Credits Franco Arminio