Editoriale 93. L’Italia delle emergenze

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Eravamo l’Italia di Mani pulite e siamo diventati quelli delle mani lavate.

Siamo ancora l’Italia dei terremoti, della gente in strada, del tutti fuori e delle fughe da casa ma ci siamo ritrovati a convivere con le mura domestiche come mai dai tempi delle guerre.

Eravamo attaccati alle crisi di Governo e ai balletti delle coalizioni: non ci mancano proprio.

Chi eravamo fino a poche settimane fa ora ci arriva sfumato, mentre viviamo col baricentro piantato in casa ma con testa, pancia e cuore sbilanciati in avanti. Una postura più che altro interiore, che trattiene a fatica la molla di scappare via.

La parola emergenza, confessiamolo, ci investiva come un treno solo quando fisicamente a noi vicina, visibile, cruda nel suo manifestarsi; per tutti gli altri era solo un’eco, il riverbero di un dolore cucito sulla pelle di qualcun altro a cui allungare una mano di supporto.

Stavolta lo scenario è insolito ed epocale: l’emergenza la annusiamo tutti, tutti insieme ne sentiamo contemporaneamente l’odore.

Di emergenze ne abbiamo vissute tante – anche troppo spesso ci siamo vantati di una intraprendenza tutta italiana – pur senza esserne mai usciti realmente più evoluti: imparare è cosa diversa dal (soprav)vivere. Mi riferisco al sistema, non alle persone, e qui arriva il paradosso. Le persone ce la fanno a guardare in faccia l’emergenza, ce la fanno a inventarsi la solidarietà e a girare pagina, le persone inventano il meglio. Eppure sono persone anche quelle che vengono chiamate a intervenire dall’alto per coordinare e decidere, e che ci prezzano la vita. Lo scostamento tra quelle stesse persone, messe su piani diversi, è immenso e lascia sgomenti. Persone che governano e persone governate.

La vita sospesa con cui stiamo prendendo confidenza una opportunità ce la offre: aspettare e intanto riflettere.

È un’azione da cui ci sentivamo ormai sollevati fino a poco tempo fa, giustificati dall’ipocrisia del troppo fare e del troppo andare. Per questo è utile andarsi a leggere o ascoltare non chi sta offendo soluzioni o scenari – troppo presto, non fidarsi è bene – ma chi sta decifrando con prudenza e chi ha la pazienza di usare le parole con cura, quanto i pensieri.

Tra questi, Naomi Klein.

In una intervista rilasciata poche settimane fa, eccola osservare gli esseri umani alle prese con un’emergenza che definisce “il disastro perfetto per il capitalismo dei disastri”. “Quando reagiamo a una crisi, o regrediamo e ci disperdiamo o cresciamo e troviamo riserve di forza e compassione che non credevamo di possedere. Questo sarà uno di questi test. La ragione per cui nutro qualche speranza sul fatto che sceglieremo di evolverci è che – a differenza del 2008 – abbiamo una reale alternativa politica che sta proponendo una risposta diversa alla crisi, una risposta che attacca alle radici le cause della nostra vulnerabilità e che ha un movimento politico tanto più esteso a sostenerla.

È quello che tutto il lavoro intorno al Green New Deal ha rappresentato: prepararsi a un momento come questo. Semplicemente, non possiamo perdere il nostro coraggio; dobbiamo combattere più forte di prima per una sanità pubblica universale, per l’assistenza universale all’infanzia, per i permessi per malattia pagati – è tutto strettamente legato. Quello che un momento di crisi come questo scopre è la nostra permeabilità reciproca. Stiamo vedendo in tempo reale come siamo molto più legati gli uni agli altri di come il nostro brutale sistema economico ci vorrebbe far credere.

Potremmo pensare di essere al sicuro se abbiamo una buona assicurazione sanitaria ma se le persone che preparano il nostro cibo, che lo consegnano o che impacchettano le nostre scatole non hanno accesso a nessuna assicurazione e non possono permettersi il test – e figurarsi se possono rimanere a casa dal lavoro, dato che non hanno i permessi per malattia pagati – nemmeno noi saremo al sicuro. Se non ci prendiamo cura gli uni degli altri, nessuno di noi può dirsi al sicuro. Siamo intrappolati”.

Non sono così convinta che a noi italiani manchi la memoria, piuttosto la volontà di ricordare e far tesoro. Proteggersi ripartendo ogni volta da capo disperde energie infinite. Le emergenze, ormai è chiaro, hanno un nome che non si addice più per quanto spesso continueranno a tornare e per quanto a fondo ci costringeranno a conviverci.

Stefano Mancuso è scienziato internazionale, botanico, saggista e docente: è tra gli autori che dovremmo avere più a cuore in un momento storico come questo che ci riporta al senso sacro di natura. Sono passato sei anni dalla sua ricerca condotta presso il Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale all’Università degli Studi di Firenze e pubblicata sulla rivista scientifica Oecologia: fu il primo al mondo a dimostrare che la capacità di conservare informazioni nella propria memoria per poi riutilizzarle a proprio vantaggio non appartiene solo agli esseri umani e agli animali ma anche alla piante.

Avvalendosi di una serie di esperimenti, Mancuso e Monica Gagliano, ricercatrice italiana della University of Western Australia, seguirono una linea precisa prendendo a parametro alcune piante di “Mimosa pudica” e sottoponendole a stimoli di varia natura, alcuni innocui ed altri più a rischio. Scelsero quell’arbusto semplicemente perché erano note le sue capacità reattive di fronte a stimoli esterni: chiudere immediatamente le proprie foglie. I due scienziati arrivarono a costruire un apparato che permetteva di far cadere le piante da un’altezza di 15 centimetri, prevenendo qualsiasi tipo di conseguenza dannosa per loro. Fu subito chiaro che all’inizio le piante tendevano a chiudersi non appena ricevuta la sollecitazione. Ma impararono presto a ignorare lo stimolo e il pericolo. Imparare non è un verbo col marchio di fabbrica umano, a quanto pare. La mimosa pudica un po’ alla volta aveva compreso l’importanza del risparmiare l’energia nel chiudere le foglie: attivarsi per inerzia allo stimolo non era sempre necessario, il pericolo andava riconosciuto. Mancuso arrivò a dimostrare che quella memoria raggiungeva addirittura i 40 giorni.

Se da questa emergenza imparassimo a indebolire le inerzie sarebbe un vantaggio; meglio ancora se ne approfittassimo per rivedere pure il meccanismo di relazione reciproca.

Non è più il tempo di chiedersi che lavoro fai, quanto guadagni? ma come stai, come vivi?

Le piante si scambiano informazioni utili all’ecosistema, non fini a se stesse.

Non ci basterà più il farci liquidare dal medico con la risposta dello stress come causa indistinta dei nostri mali: impigriti dalla smania di specializzarsi, hanno smesso di conoscere il corpo umano e di spiegarlo anche a noi. E noi per primi dovremmo d’ora in poi capire come siamo fatti, non più solo cosa facciamo.

Mai come adesso prendiamo coscienza che i lavori a tenerci in vita hanno a che fare con la cura che non per forza è soltanto cura medica: la cura sarà uno stile, sarà una scelta. La cura sarà la più grande rivoluzione.

Il coronavirus ci ha messi davanti a un laboratorio sociale mai visto: la reciprocità degli individui. Proprio mentre viviamo al chiuso della nostra bolla di protezione per salvarci la pelle, la domanda più incalzante che ci sveglia di notte chiede quando torneremo a stare con gli altri.

Che non ci preoccupi il quando, allora, ma il come torneremo in mezzo al mondo.

Giornalista con il debole per le relazioni e le persone. Con la laurea in giurisprudenza, per scelta non ha mai intrapreso alcuna delle classiche strade. Dal 2008 al 2017 Responsabile della Comunicazione e Segretaria di direzione per una grande azienda pubblica del settore ambiente dove ha sviluppato progetti di green marketing ed educazione sostenibile. Dal 2012 contribuisce a creare e coordinare progetti per la business community FiordiRisorse. Lunghe collaborazioni, dal 2005, con Il Sole 24 Ore, il Corriere Vinicolo e Artù dove tratta da sempre i temi del settore food&wine sia sotto il profilo economico che di prodotto. Sommelier FISAR. [ Guarda tutti gli articoli ]

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