Felicità sul lavoro: non è una brutta parola

È presuntuoso parlare di felicità nelle aziende? Diamo materiale e motivo ai nullafacenti? Creiamo ambienti poco produttivi? O più semplicemente il lavoro, nell’immaginario collettivo, è impegno, fatica, stress, competitività che mal si sposano con le caratteristiche della parola felicità? Identikit della felicità lavorativa Allenarsi alla felicità non è vedere sempre tutto rosa, perdere di vista […]

È presuntuoso parlare di felicità nelle aziende? Diamo materiale e motivo ai nullafacenti? Creiamo ambienti poco produttivi? O più semplicemente il lavoro, nell’immaginario collettivo, è impegno, fatica, stress, competitività che mal si sposano con le caratteristiche della parola felicità?

Identikit della felicità lavorativa

Allenarsi alla felicità non è vedere sempre tutto rosa, perdere di vista i problemi reali, avere sempre il sorriso sulle labbra e considerare tutto semplice. La vita è difficile e va presa sul serio. Ma essere seri e essere felici è davvero una contraddizione? In realtà la felicità non esclude il senso di responsabilità, la profondità di pensiero, la consapevolezza delle proprie azioni. Si può essere felici e seri, felici e ottimi lavoratori, felici e genitori attenti. La felicità fa parte della complessità della vita: è la lente con la quale interpretiamo positivamente la realtà. È uno stato mentale, una positività che influenza il modo in cui approcciamo gli altri, leggiamo le cose che accadono, reagiamo agli ostacoli, i sogni che ci permettiamo, i desideri che coltiviamo.

Le Nazioni Unite stampano a settembre di ogni anno il World Happiness Report, un rapporto sul benessere dei cittadini nel mondo, e vi è un capitolo in cui si analizzano i benefici del pensiero positivo e della felicità rispetto ai fattori relativi a Reddito, Produttività e Comportamento Organizzativo. Questi i risultati:

  1. Il pensiero positivo aiuta le imprese ad avere maggiori successi a livello organizzativo in termini di passaggio delle informazioni, creatività, innovazione e produttività. Le ricerche hanno in effetti provato che le persone felici sono più produttive del 12% rispetto a quelle infelici, senza diminuire la qualità. Inoltre le persone felici sono più brave a valutare le implicazioni delle decisioni a breve e lungo termine, con il risultato di maggior autocontrollo e una giusta presa di rischio. Secondo la teoria economica gli individui più felici hanno più da perdere se si buttano in comportamenti rischiosi, e quindi sono più attenti.
  2. Migliori relazioni sociali: le persone felici vedono gli altri in maniera più inclusiva, hanno meno pregiudizi nei confronti dei gruppi etnici e più simpatia per una persona che ha sperimentato uno stress. Sono più portate ad avere fiducia negli altri e di conseguenza a evitare i conflitti. Nel contesto del lavoro questo conduce a una maggiore cooperazione con i colleghi e più coesione all’interno del gruppo.
  3. È intuitivo che i clienti siano più interessati a interagire con i dipendenti perché trovano una persona disponibile e positiva, e questo li porta ad avere maggiori rapporti. Quindi l’azienda riesce a ottenere una fidelizzazione maggiore.
  4. La positività motiva le persone a essere più forti e a resistere negli sforzi per raggiungere gli obiettivi; di conseguenza si sviluppano maggiori competenze in termini di energia per fare le cose. Motiva le persone ad avere successo nel lavoro perché accresce l’autostima e la sensazione di valere.
  5. Il pensiero positivo in un ufficio ha lo stesso effetto di una palla di neve che rotola: aumenta la felicità anche di chi sta intorno alle persone felici. Al contrario, altre ricerche hanno dimostrato che una singola persona negativa in una divisione influenza negativamente il morale, e quindi anche il funzionamento di tutto il gruppo.

Lavorare per la felicità

Che cosa vuol dire e come portare la felicità nelle aziende? La felicità è un modo di essere che va appreso e messo in atto.

Le neuroscienze ci dicono che non si nasce felici; o meglio, che essere felici non è un fattore esclusivo del DNA o di fattori esogeni (es. i soldi, lo status sociale, l’aspetto fisico), ma la qualità della nostra vita passa attraverso la qualità dei nostri pensieri, che a loro volta producono sentimenti e comportamenti. La maniera in cui percepiamo il mondo, le cose che ci accadono, le parole che si dicono e quello che facciamo, determina in positivo o in negativo il nostro approccio alla felicità.

Lavorare per la felicità vuol dire acquisire competenze che riguardano la conoscenza di come si formano i pensieri, che cosa sono gli automatismi comportamentali e come immettere nuove abitudini. Significa comprendere come nascono le emozioni e come, non gestite, possono diventare degli autogol; essere consapevoli delle resistenze al cambiamento, conoscere i propri modelli interpretativi e leggere in maniera diversa il contesto tramite il reframing. Infine, vuol dire anche imparare la metodologia delle domande produttive, allenarsi alla resilienza mentale ed emotiva, definire le proprie aspettative, quelle dei propri colleghi, quelle dei clienti, e incorniciarle all’interno delle proprie competenze.

La felicità in azienda è una cosa seria fatta di più ingredienti, dalle neuroscienze alla psicologia, alla mindfulness, all’organizzazione aziendale, alle tecniche motivazionali.

La felicità da portare in azienda

In questi ultimi anni si parla spesso di mettere al centro l’individuo, che le imprese sono fatte dalle persone, che l’innovazione è una competenza umana. Si parla di benessere organizzativo e c’è una corsa generale al welfare aziendale. Come ho già sottolineato in altri miei articoli, pur non negando l’importanza di tutte le attività di welfare e l’attenzione all’ambiente di lavoro, io posso avere in azienda l’asilo nido ed essere una persona fondamentalmente negativa o pessimista; posso avere il biliardino e utilizzarlo per aumentare la competitività con il mio collega, e così via.

Lavorare con e per le persone vuol dire aiutarle a conoscere al meglio i propri meccanismi di pensiero e di azione, dare loro nuove tecniche di approccio alle situazioni, ricongiungere i propri obiettivi agli obiettivi dell’azienda.

Non dobbiamo avere paura della felicità: non ha controindicazioni, approva il successo e il business. E a tutti i manager che, al momento di mettere in calendario il seminario, hanno detto e mi diranno “va bene tutto, ma possiamo cambiare titolo? Non so, allenarsi al benessere, alla gioia, allo star bene, ma utilizzare il termine felicità, non le sembra esagerato?”, rispondo con un sorriso: “No, parleremo proprio di felicità”.

 

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