La copertina della mostra #FacceEmozioni, dedicata alla fisiognomica nel cinema e nella tecnologia.

Fisiognomica ed emoji si parlano al cinema

La fisiognomica e il digitale: lavori che traducono emozioni. Raccogliamo delle voci dalla mostra #FacceEmozioni al Museo Nazionale del Cinema di Torino.

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Essere “traduttori di emozioni” è sempre stata un’occupazione stimolante. La mostra #FacceEmozioni. 1500-2020: dalla fisiognomica agli emoji (17 luglio 2019 – 6 gennaio 2020) porta alla luce un nuovo ventaglio di lavori propri della società tecnologica contemporanea, che però affondano le loro radici in un passato lontano.

Il Museo Nazionale del Cinema di Torino diventa così quello che Donata Pesenti Campagnoni, curatrice della mostra, definisce “un luogo dove si racconta una storia della visione che connette mondi solo in apparenza lontani tra loro, che attraversa i secoli e che congiunge i canoni applicati alle arti figurative a quelli della pratica teatrale e scenografica per arrivare al cinema”.

 

I campi della fisiognomica

Da secoli la fisiognomica, intesa come studio del carattere di un individuo partendo dai lineamenti del volto, ha contribuito alla formazione di manuali tecnici per mestieri legati al mondo dell’arte. Oggi questa pseudoscienza è a disposizione delle nuove tecnologie, che utilizzano questo “database” di espressioni per sviluppare programmi di vario tipo.

Idealmente la mostra prende il via dai primi anni Cinquanta, quando la fondatrice del Museo Nazionale del Cinema, Maria Adriana Prolo, acquisisce i trattati sulla fisiognomica di Giovan Battista Della Porta e Johann Caspar Lavater. È proprio questa collezione il punto di partenza per un percorso che interseca periodi storici e settori diversi, spesso accostando lo studio del volto come veicolo di emozioni al panorama artistico-letterario, fino ad arrivare alla sua più recente applicazione che contamina il mondo della tecnologia e della comunicazione.

Parlando di numeri, la mostra conta un totale di 180 opere, che includono 82 riproduzioni fotografiche, 55 opere originali, 43 tavole tratte dalla collezione di fisiognomica del museo. A queste si aggiungono 42 montaggi, 4 app e 8 installazioni.

Da pseudoscienza, la fisiognomica diventa ciò che Simone Arcagni, co-curatore della mostra, descrive come “un database di forme, modi, pratiche, immagini e immaginari con cui sviluppare altre immagini o alimentare reti neurali”. Professore associato presso l’Università di Palermo, Arcagni si interessa dei legami che intercorrono tra cinema, media, nuovi media e nuove tecnologie: un nesso che lega e coinvolge le diverse opere in mostra al Museo.

 

Nei grandi studios

A ogni passo l’esposizione svela ulteriori utilizzi della fisiognomica in ambito tecnologico, sorprendendo il visitatore con impieghi che a prima vista appaiono molto diversi fra loro. Si pensi ai programmi di computer graphics con cui si creano e modificano digitalmente immagini di vario tipo; computer vision, specializzata nello sviluppo di modelli 3D del mondo reale; imaging processing, ovvero l’elaborazione digitale delle immagini tramite programmi come Photoshop. Nascono così gli effetti speciali di motion capture e motion tracking che danno vita al Gollum de Il Signore degli anelli, così come ai giocattoli di Toy Story.

Un altro esempio dell’uso della fisiognomica come “database” è l’animazione digitale, tramite cui i personaggi prendono vita grazie all’abilità del disegnatore. A questo proposito, la mostra offre uno spazio dedicato ai cortometraggi prodotti dagli allievi del Dipartimento di Animazione del Centro Sperimentale di Cinematografia (CSC) di Torino. Il laboratorio, condotto da Mario Addis, uno dei più apprezzati artisti dell’animazione italiana, è coordinato da Chiara Magri, docente di Storia del cinema di animazione. Tra i lavori presenti, una serie di animazioni e metamorfosi sul tema “Fisiognomica da Le Brun a Emoji”, che si focalizzano sullo studio dell’espressività dei personaggi e sul loro sviluppo, dai primi schizzi ai model-sheet. Il Centro Sperimentale di Cinematografia, istituito nel 1935 a Roma, comprende la Scuola Nazionale di Cinema e la Cineteca Nazionale e dipende dal Ministero della Cultura (MIBACT). Nato nel 2001 in convenzione con la Regione Piemonte, il corso triennale in cinema d’animazione di Torino è un punto di riferimento fondamentale in Italia per coloro che desiderano dedicare il loro futuro artistico e professionale a questa disciplina.

Un’altra immagine della mostra #FacceEmozioni. 1500-2020: dalla fisiognomica agli emoji. Photo@Michele D’Ottavio.

La fisiognomica in tecniche di uso comune (o quasi)

Il lascito più importante della mostra, comunque, è probabilmente la comprensione di come esperienze che caratterizzano la società tecnologica contemporanea facciano perno su profonde radici culturali, subendone l’influenza in maniera più o meno positiva.

I pannelli espositivi lungo la rampa dedicano un tratto considerevole a emoticon ed emoji: i simboli pittografici che fanno ormai parte di social network e canali di messaggistica istantanea come WhatsApp, Facebook Messenger e Snapchat, protagonisti assoluti della comunicazione digitale. Grazie alla collaborazione con il Liceo Artistico Cottini di Torino, anche i ragazzi hanno l’opportunità di partecipare attivamente a questa parte della mostra attraverso il Laboratorio MagicFaces (21 luglio – 1° settembre), in cui le espressioni delle emoji vengono trasformate in giochi in grado di creare nuove facce ed emozioni.

Nel suo affascinante sviluppo, il percorso di visita propone il rapporto inverso tra stati d’animo e tecnologia. Infatti, se nelle tecniche di animazione e nella scrittura emoji è la tecnologia che tenta di rappresentare le emozioni umane, al contrario, tecniche di intelligenza artificiale come il face recognition, presente anche sull’ultimo modello di iPhone, permettono al dispositivo di riconoscere il volto dell’utente.

La fisiognomica nel panorama artistico contemporaneo

Altra fruttuosa collaborazione che mostra la costante sinergia tra l’arte della rappresentazione e la rivoluzione tecnologica e digitale è quella nata tra il Museo Nazionale del Cinema e la Scuola di Musica Elettronica (SMET) del Conservatorio G. Verdi di Torino, unitamente a CIRMA/StudiUm – Centro Interdipartimentale di Ricerca sulla Multimedialità e l’Audiovisivo e Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Torino. In relazione all’espressività del volto, tipicamente legata all’ambito visivo, SMET/CIRMA ne ha esteso il valore a un contesto esclusivamente legato all’ascolto. Risultato: il progetto di Organum pineale. Si tratta, in sintesi, di un’installazione acustica scaturita da un’idea di Andrea Valle e Stefano Bassanese, posta nell’“Orecchia” (la stanza laterale della Mole Antonelliana), consistente in una rappresentazione fonica delle passioni.

Il mondo della visual art è particolarmente attento all’incontro tra fisiognomica e tecnologia, che vede diversi autori contemporanei proporre una riflessione sul nostro presente tecnologico. Nel suo articolo “Bit fisiognomici”, presente nel volume Il volto delle emozioni. Dalla fisiognomica agli emoji (Silvana Editoriale), pubblicato in occasione dell’evento, Simone Arcagni sottolinea il possibile “lato oscuro” dell’utilizzare la fisiognomica come spunto per le nuove tecnologie che realizzano software di riconoscimento facciale, manipolano immagini e disegnano volti digitalmente. In particolare pone l’accento sullo scambio di dati biometrici tramite programmi come FaceApp, AgingBooth, DeepFace o altre app di riconoscimento facciale, portatori di un’inevitabile diminuzione della privacy del fruitore.

Tessendo le trame di un discorso che si estende per secoli su vari piani del mondo artistico e scientifico, #FacceEmozioni è ben consapevole di questo rischio e stimola continuamente i visitatori su questo tema, utilizzando installazioni artistiche di vario tipo. Nell’ambito della mostra, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo presenta nella propria sede (17 luglio – 29 settembre 2019) la mostra personale di Paolo Cirio: Exposed, a cura di Irene Calderoni. Con i suoi tre cicli di lavoro dedicati al tema del volto, l’artista esplora la manipolazione informativa che porta al conflitto inevitabile tra privato e pubblico, libertà e sorveglianza.

Altro esito di questo studio sull’interazione tra uomo e macchina è l’opera This is not private, di Antonio Daniele: un ritratto empatico interattivo che indaga sul tema dell’identificazione emotiva. Mettendo lo spettatore di fronte a un volto digitale in cui vede riflesso il proprio, This is not private riassume lo spirito eclettico della mostra e l’insieme di relazioni che corrono tra le opere esposte.

 

Per saperne di più

Traduttori di emozioni per eccellenza sono i curatori di una mostra particolare come #FacceEmozioni, che tocca campi all’apparenza così contrastanti legandoli sotto il filo rosso comune del “volto”. Il 16 ottobre, il 13 novembre e il 4 dicembre ci sarà l’opportunità di incontrare i curatori Donata Pesenti Campagnoni e Simone Arcagni. Sarà un momento di dialogo con i visitatori, in cui si racconteranno aneddoti e curiosità sulla mostra e sul loro ruolo professionale nella sua concezione. Un momento di condivisione che porterà a riflettere ulteriormente sull’arte della rappresentazione del volto e sulla sua rilevanza sempre attuale in ambito tecnologico, professionale, artistico, ma soprattutto etico.

 

 

(Si ringrazia Roberta Basano, Responsabile della Fototeca del Museo Nazionale del Cinema, per la disponibilità e il materiale fornito).

Photocredits: @Punto Rec Studios

Nata in un piccolo paesino tra le Alpi e la pianura padana, non è mai riuscita a stare ferma nello stesso posto per troppo tempo. Fresca di diploma, ha iniziato a frequentare un corso universitario in Scozia: terra di castelli, poeti e indipendentisti. Dopo la laurea in Letteratura Inglese – e quattro anni passati a dividere il proprio tempo tra la biblioteca, un lavoro come cameriera in un hotel e un posto di redattrice per una rivista accademica locale – ha intrapreso un master in Studi Culturali, che le ha permesso di muoversi tra Spagna, Canada e Francia nel giro di due anni. Ha lavorato come ricercatrice museale per il Museo das Peregrinacions di Santiago de Compostela e come assistente didattica all’Università di Guelph, in Canada. A settembre ha deciso di tornare in Italia e attualmente lavora presso Edizioni Effedì: una piccola casa editrice di Vercelli. Le piace camminare, camminare, camminare… e probabilmente non si separerà mai dagli scarponcini che le fecero raggiungere la fine del Cammino di Santiago. [ Guarda tutti gli articoli ]

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