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Gergo carcerario per un lavoro fatto e parlato

Gergo carcerario per un lavoro fatto e parlato

Spesini, piantoni e camosci: certi mestieri si possono fare solo in carcere. Le persone detenute hanno un loro modo di parlare di lavoro. Vediamo quale.

Andrea Valente

15 Ottobre 2021

Il gergo carcerario è una lingua trasversale che viene parlata nei penitenziari di tutta Italia, sebbene dell’italiano prenda in prestito la struttura grammaticale e poco più. Innestatosi su residui della lingua furbesca (un argot nato tra il XV e il XVI secolo, impiegato da vagabondi e uomini di malaffare), il gergo dei detenuti è una parlata allusiva i cui utenti sono quasi solo uomini (le donne, che pure la comprendono e utilizzano, costituiscono il 4,2% della popolazione carceraria). È sottoposto soprattutto agli influssi meridionali e stranieri (due terzi dei detenuti provengono dal Sud o dall’estero), ma mantiene un certo grado di stabilità, specie per quanto riguarda le terminologie settoriali.

Come ogni lingua lascia intravedere l’esperienza del mondo dei suoi parlanti, ed è portatrice di una verità che non sempre quei parlanti raccontano in modo esplicito. Per questo ci siamo chiesti con quali parole i detenuti descrivono il lavoro, e non solo con quali occhi lo guardano.

Oscar La Rosa, AD di Economia Carceraria, sul palco di Nobìlita 2021 – Ivrea.
Photo credits: Domenico Grossi

Una bottega con le sbarre. Se lo stipendio diventa mercede

L’unica parola che rimane la stessa è quella fondamentale, lavoro. Tutto il resto diverge in una miriade di sinonimi che respingono chi non ci è dentro, e mai come in questo caso esserci dentro acquisisce una cadenza di condanna.

«Nella lingua dei detenuti il carcere diventa la bottega», ci dice Oscar La Rosa, AD di Economia Carceraria. Ha un lieve accento romano, e in un cortocircuito linguistico fa pensare per contrasto a chi, nella Capitale, dice vado in galera per alludere al lavoro. La sua azienda mette in contatto con il mondo esterno produzioni carcerarie di diverse parti d’Italia per restituire dignità e futuro alle persone detenute. È dalla sua voce che riceviamo testimonianze di prima mano sul gergo della reclusione.

Il nome carcerario della retribuzione è mercede; una parola vetusta proveniente dal XIII secolo e sopravvissuta solo nel jargon dei giureconsulti, prima che i detenuti la facessero propria.

«La mercede non ha dignità di stipendio. La commissione incaricata di calibrare ogni anno i pagamenti orari delle persone detenute si è riunita per l’ultima volta nel 2016. Quella precedente c’era stata nel 1992. Si parla di 150-300 euro al mese che servono soprattutto per mangiare in modo dignitoso, visto che gli appalti delle mense penitenziarie sono al ribasso: 3-4 euro per tre pasti al giorno.»

La mercede e il denaro già posseduto o ricevuto dai detenuti formano il peculio, termine mutuato dal diritto romano che in epoca medioevale designava il possesso di armenti: per le persone recluse è una sorta di conto corrente con forti limitazioni nell’utilizzo, vincolato al pagamento di innumerevoli sanzioni e utilizzabile solo in parte per le spese personali.

«Per qualunque spesa o richiesta, dalla più seria alla più banale, bisogna formulare una domandina, un prestampato che deve essere approvato dall’amministrazione penitenziaria in circa una settimana. Dà l’idea dello stato delle persone detenute: per ottenere qualunque cosa devono chiederla per iscritto.»

Scrivere, tuttavia, non è una competenza garantita tra i reclusi. Così si apre il campo all’operato dello scrivano, mestiere dickensiano a metà tra il dattilografo e il consulente legale che opera in supporto di analfabeti e stranieri – ma non solo – proprio per la compilazione delle domandine.

Spesini, piantoni e camosci. Come suona il lavoro nel gergo carcerario

Con gli scrivani si entra nel territorio dei detenuti impiegati dall’amministrazione penitenziaria, di chi lavora in carcere per il carcere: la maggior parte, tra i pochi che hanno accesso al lavoro. È qui che ha inizio la selva dei mestieri e mestierucoli che esistono solo tra le mura penitenziarie.

«Una volta autorizzati gli acquisti entra in gioco lo spesino, un detenuto che raccoglie le domandine, si reca allo spaccio alimentare e fa spesa dei beni previsti per poi distribuirli. Nelle carceri ci sono 400-500 persone, quindi è un meccanismo che si attiva ogni giorno e coinvolge diversi addetti.»

Quando nei corridoi delle carceri si esaurisce il traffico degli spesini, all’ora dei pasti, a percorrerli sono i portavitto, detenuti incaricati di spingere i carrelli con le pietanze e di «sopportarne l’odore nauseabondo». Talvolta quel cibo è preparato dai cucinieri, reclusi con il compito di preparare il vitto comune – quella che un tempo veniva definita la sbobba.

Gli addetti alle pulizie invece vengono chiamati scopini, un ruolo di primaria importanza che nelle parole di La Rosa scardina uno stereotipo sottinteso alla vita dei reclusi: «Ho incontrato diversi ex detenuti che in carcere avevano sviluppato quasi un’ossessione per la pulizia, che per loro è una necessità e una forma di rispetto reciproco».

Gli stagnini altro non sono che detenuti con competenze da idraulici, incaricati di riparare gli inevitabili guasti in cambio di un esiguo corrispettivo orario. Del tutto diverso il compito dei piantoni, ovvero ospiti della struttura che svolgono un lavoro di solidarietà provvedendo ai bisogni di altri detenuti disabili o sofferenti. Perché il carcere è un luogo di dolore, e la storia edificante della pena che non deve diventare supplizio spesso rimane una pia illusione.

Tutt’altra questione quella che riguarda i reclusi coinvolti nella produzione penitenziaria, dal tessile alle officine meccaniche, attività esistente dal 1975 e affidata sempre più spesso ai privati con le leggi del 1986, 1992 e 2000: gli addetti a questa tipologia di lavoro vengono chiamati camosci a causa delle loro tute color marrone chiaro.

Guardie e ladri parlano la stessa lingua

Dal crivello del gergo carcerario emerge un lavoro puerilizzato, che inventa mestieri a sé e declina secondo la sua tassonomia quelli già esistenti per rimarcarne lo scarto con gli equivalenti nel mondo di fuori. Sono espressioni sardoniche che denotano i lavori tramite gli utensili o i luoghi che li caratterizzano, mutilandone l’orizzonte concettuale, o che salvano dall’oblio termini prossimi all’estinzione, e nel farlo palesano grotteschi anacronismi.

Sembra che i detenuti si ripetano l’un l’altro che in fondo non si tratta davvero di lavoro, che quelle ore di fatica non confluiranno in una professionalità con cui affrancarsi dalla recidiva, conquistarsi una dignità, o guadagnare una possibilità che per molti è la prima in assoluto. Del resto il loro unico dirimpettaio, l’amministrazione penitenziaria, d’abitudine utilizza lo stesso gergo. Così il carcere diventa una logosfera che distorce il tempo, annienta le esperienze, e acuisce la frattura forse inevitabile con la vita libera.

Non sono solo parole, ed è tanto più vero se nel 2017 il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria guidato da Santi Consolo ha emanato una circolare che invitava il personale degli istituti di pena a “dismettere (…) la terminologia ‘infantilizzante’ e diminutiva” usata nelle carceri: da domandine a moduli di richiesta, da scopini a addetti alle pulizie, eccetera. L’obiettivo era quello di restituire dignità ai detenuti e ridurne l’isolamento nei confronti del mondo di fuori; un vero peccato che l’invito non abbia attecchito granché, e ancora oggi sul sito del ministero della Giustizia i detenuti non vengano definiti lavoratori, ma lavoranti. Un po’ come i compagni di cella che, dietro le sbarre, si chiamano concellanti.

Lavoranti, concellanti: il participio presente diventa uno dei modi più sbilenchi della lingua, il qui e ora che potrebbe terminare da un momento all’altro; come la compresenza in cella con altri detenuti. Come il lavoro.

L’articolo prende spunto dal panel “Carceri, le nuove aziende”, che puoi seguire cliccando qui.

In copertina foto di Victor B. su Unsplash