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Siamo l’homo narcissus e moriremo d’ego, non di virus

Siamo l’homo narcissus e moriremo d’ego, non di virus

Una definizione articolata e ragionata dell'homo narcissus, un tipo di primate egocentrico che tende a causare la sua stessa estinzione.

Pandemia internazionale da “coronavirus”. A quanto pare.

Scrivo “a quanto pare” perché sulla veridicità, la completezza e l’equilibrio dell’informazione in proposito al SARS-CoV-2 nutro serissimi dubbi. Il CoV-2 è un parassita obbligato, di dimensioni nanometriche, appassionato di tessuto polmonare. Come un abilissimo hacker, ha direttamente o indirettamente fatto collassare il sistema socioeconomico di buona parte del mondo nell’arco di un bimestre.

In particolare nel nostro Paese, il CoV-2 ha incontrato nemici facili da fiaccare. Ecco il suo “campo di battaglia italiano”: a fronte di oltre 60 milioni di abitanti, circa 5.000 posti letto di terapia intensiva; copertura dello 0,008%. Per un virus specialista in polmonite, è come affondare una lama calda in un panetto di burro. Visione corta dell’investimento pubblico in passato, fiato corto nel presente.

Per non massacrare la sanità, a catena, si è dovuto bloccare tutto e imporre il distanziamento sociale. L’impatto sanitario è diventato anche economico, sociale, politico, interpersonale e psichico. Lo Stato ha sparato provvedimenti scomposti e contraddittori. L’impresa ha variamente reagito al lockdown, alla ricerca del “giusto” compromesso fra salute clinica e salute economica.

Il terzo settore, come sempre, ha provvidenzialmente compensato le varie lacune dello Stato e del mercato e, al tempo stesso, ha subito le misure governative di restrizione. I cittadini, più o meno increduli, si sono progressivamente adattati. Gli esseri umani, come i topi, si abituano a (quasi) tutto. È solo questione di tempo.

 

Virus, scienza e tecnologia

Il CoV-2 non colpisce per cattiveria. Fa quello che gli serve per diffondersi. Le vittime sono un effetto collaterale. Sia chiaro, non tifo per i virioni. Il virus fa i suoi interessi biologici.

Esattamente come noi, che da sempre facciamo i nostri interessi economici, con effetti collaterali ben più devastanti. Ci siamo fatti prendere la mano, al pari dei virus ricombinanti pandemici, creando una situazione ambientale e psico-socio-economica livida. Livida quanto i polmoni emorragici e fibrosi di chi è soffocato di coronavirus.

La natura fa il suo corso. L’essere umano pure. Peccato che l’uomo si dimentichi di essere un animale (nella fattispecie un mammifero placentato) inserito in un ecosistema nel quale tutti sono collegati e vulnerabili, anche i più potenti e prepotenti. Un ecosistema dotato di “armi” invincibili. Basta un virus severo o un pesante terremoto, e bye bye in pochissimo tempo. Tenerlo a mente sarebbe salutare. Uso il condizionale, perché l’essere umano tende a non maturare e a non responsabilizzarsi, anche dopo lezioni dure come il COVID-19. L’uomo è testardo, dimentica e, soprattutto, è egoista.

Nicholas P. Money, professore di Biologia presso la Miami University in Ohio, in un suo recente saggio dal titolo La scimmia egoista. Perché l’uomo deve estinguersi (il Saggiatore, 2020), offre a questo proposito spunti assai interessanti.

Dotato di fiducia estrema nella nostra intelligenza, Carlo Linneo nel 1758 ci attribuì il nome latino di homo sapiens. L’epiteto specifico “sapiens” si è rivelato molto incauto. Convintissimi di addomesticare il pianeta e costruire un futuro radioso tramite la perizia tecnologica, ci siamo sentiti quasi divini (Harari Y.N., Homo deus, Bompiani, 2018). La scienza occidentale, dal Rinascimento in avanti, ha creato opere umane straordinarie in svariati ambiti: produzione energetica, trasporti, agricoltura, medicina, tecnologia, ingegneria, manifattura. La fede nell’ingegno umano ci ha sostenuti: qualsiasi cosa accada, scienza e tecnologia ci salveranno. Qualunque esigenza si presenti, scienza e tecnologia ci daranno risposte. Siamo così diventati tantissimi, tutti appassionati del benessere della vita moderna, convinti di essere i migliori esemplari dell’intero mondo biologico, orientati a curare qualsiasi convenienza antropocentrica, quella economica in primis.

La contropartita? La biosfera è alterata e qualsiasi altro rappresentante del mondo naturale festeggerebbe con grande euforia la nostra dipartita dalla terra. Per forza! Siamo dei vandali cosmici. Produciamo un impatto ambientale degno di una “bomba atomica demografica”. Abbiamo modificato la chimica dell’atmosfera così da intrappolare il calore del sole sulla terra, predisponendo il pianeta a un progressivo arrostimento. Le acque marine si acidificano e si innalzano, l’aria è avvelenata, procede la deforestazione. Praterie, laghi e fiumi si riducono, così la biodiversità. Da quanto tempo non vedete un’ape in giro? Fateci caso. E le farfalle? E le lucciole? Tantissimi insetti volatori stanno scomparendo. E non solo loro.

Gli eventi meteorologici estremi si fanno frequenti. L’avvicendarsi delle stagioni si scombina.

 

Homo narcissus: miopia ed egoismo nell’ecosistema

L’orgoglio tecnico-scientifico dell’homo deus ci ha fatto dimenticare come funziona la vita sul pianeta. Le piante fotosintetizzano, cioè trasformano anidride carbonica e acqua in ossigeno e glucosio. L’ossigeno, quello che respiriamo (coronavirus permettendo). Il glucosio dal quale trae origine tutta la materia organica, quella che mangiamo, cibandoci direttamente dei vegetali o degli animali, che di vegetali o altri animali campano.

La vita sulla Terra dipende dalla raccolta dell’energia solare tramite la fotosintesi. Lo ripeto: la vita sulla Terra dipende dalla raccolta dell’energia solare tramite la fotosintesi. Senza la botanica, non saremmo nulla. Economia e finanza non starebbero in piedi.

Qualche esempio sulla ruota della vita a “base botanica”:

  • sole – erba – zebra;
  • sole – alghe – krill;
  • sole – alberi – frutta;
  • sole – cereali – pane – pasta;
  • sole – foraggio e granaglie – bestiame – carne, latte, uova.

È così che funziona. Lo sappiamo al più tardi dalla quinta elementare. Ma ce ne siamo dimenticati. Diamo per scontato il ciclo del carbonio, anzi facciamo di tutto per farlo saltare in aria. Creare un ambiente inospitale a piante e animali e non avere un buon rapporto con la radiazione solare è evidentemente un suicidio.

L’aggressività verso l’ambiente (inquinamento, deforestazione, incendi, agricoltura, allevamenti, ecatombe di animali selvatici) crea orde di profughi microbici come virus, batteri e protozoi in cerca di nuovi ospiti presso cui dimorare. E noi, così numerosi, ammassati e al tempo stesso in movimento, siamo gli ospiti perfetti.

Per questo Money scrive: “Tre secoli dopo l’epoca di Linneo, abbiamo tutte le prove che servono per giustificare un cambio di nome. Homo narcissus: specie di scimmia antropomorfa che devastò la biosfera terrestre, causando in tal modo la propria estinzione”. Il coronavirus sta impartendo una bella lezione all’homo narcissus e gli offre l’opportunità di riflettere su chi è e cosa combina nel mondo, spinto soprattutto da finalità lucrative. Potrebbe essere lucrativa anche questa pandemia, chissà.

Il prepotente homo narcissus, riscoprendo d’improvviso quanto il cibo sia essenziale, corre al supermercato a fare scorte, teme per i futuri rifornimenti, si mette in fila e aspetta imbavagliato dalla sua mascherina, diventa quasi frugale, evita gli sprechi, e passa spesso in farmacia per imbottirsi di vitamina C. Si lava diligentemente le mani più volte al giorno, col sapone, come uno scolaretto. Evidentemente non si fida del suo sistema immunitario, la difesa migliore in assoluto. Pensa al lavoro che ha, e che spesso maledice, ma rinnova la professione di fede allo stipendio, con l’incubo di perderlo. Si rende (finalmente) conto di avere un sacco di vestiti e di scarpe e che non c’è bisogno di comprarne di nuovi. Anzi, è meglio risparmiare. Riscopre l’importanza di un po’ di solidarietà. Potrebbe però scatenare una rissa per l’ultimo pacco di pasta al supermarket.

Prima si lamentava di non avere mai tempo; adesso non sa come far passare il tempo. Sta attaccato allo smartphone più di prima, cibandosi di messaggini e vignette su WhatsApp. Non riesce a stare in casa, sente il bisogno di passeggiare all’aria aperta, parlare con i suoi simili, cantare al balcone e disegnare un patetico arcobaleno apotropaico con scritto sotto “andrà tutto bene”. Definisce “spettrali” le strade poco popolate. Parla di “terza guerra mondiale”, forse scambiando il sostare nella propria abitazione con l’affrontare dei bombardamenti. E pensare che tra divano e trincea c’è una bella differenza.

Da supertecnologico e arrogante Narciso evoluzionistico ad animaletto in cattività spaventato. Ora eccitato e speranzoso per la “riapertura”. Anche arruffato, perché i parrucchieri sono chiusi. Una bella lezione! Ci servirà? Mah.

 

 

Questo articolo, con gli opportuni adattamenti, è tratto dall’e-book di Muzzarelli F. (2020), “Spaesati in casa. Orientarsi al tempo del Covid-19”, Editrice Missionaria Italiana, pubblicato un mese fa.