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I mestieri editoriali che il libro inghiotte

I mestieri editoriali che il libro inghiotte

Parliamo dei mestieri nascosti dell'editoria: un lessicografo e un’iconografa raccontano curiosità, sfide e prospettive del loro lavoro nell’era digitale.

Sfogliare le pagine di un volume illustrato, ammirandone le immagini. Consultare un dizionario per verificare una parola o cercarne la traduzione. Gesti che facciamo meccanicamente per studio, lavoro oppure hobby, che celano l’impegno di due figure professionali raramente messe in evidenza tra i mestieri editoriali.

 

I mestieri editoriali dietro il dizionario: che cosa fa il lessicografo

Non è il dizionario che fa la lingua, ma è la lingua che fa il dizionario. E a realizzare il dizionario chi ci pensa? Al cuore del processo c’è il redattore lessicografico. A farci scoprire questo profilo professionale è John Johnson di Zanichelli, la storica casa editrice di Bologna che pubblica i più diffusi vocabolari di lingua italiana, tra i quali il prestigioso Zingarelli, e numerosi dizionari di lingue straniere, come il Ragazzini di inglese.

Il redattore lessicografico è uno dei principali osservatori dell’evoluzione della lingua, che riflette i cambiamenti e le contaminazioni culturali della società, ma si fa anche custode delle parole da salvare. «Il dizionario è un simbolo del prestigio della lingua nazionale ed è un tassello fondamentale nella costruzione dell’identità di un Paese. Al contempo, offre una visione indiretta del futuro: per questo un dizionario non deve mai invecchiare», spiega John Johnson. «C’è un periodo di monitoraggio prima di accogliere un neologismo – negli ultimi anni sono stati introdotti tutorial, coworking, bitcoin – affinché l’inserimento non risulti prematuro. Un caso eccezionale è stato il termine selfie, esploso nell’arco di pochi mesi e di cui non esiste un corrispettivo italiano, che è stato inserito sia nello Zingarelli sia nel Ragazzini in maniera molto rapida».

John Johnson, redattore lessicografico di Zanichelli, spiega a The Publishing Fair come si aggiorna un dizionario. Photo@DomenicoGrossi

Dietro a un dizionario c’è un comitato curatoriale, una squadra piuttosto ampia che comprende l’autore, la redazione interna alla casa editrice e i redattori freelance. Al progetto collaborano anche altri collaboratori freelance, insieme ai responsabili della gestione dei dati e l’ufficio grafico e della stampa. «La gestione di un’opera come un dizionario è pachidermica, dura anni. Dalla presentazione del progetto si procede con il reperimento dei lemmari di partenza e la stesura delle voci. Altre fasi importanti sono l’elaborazione dati con controlli sistematici e la redazione di inserti e appendici. Seguono l’impaginazione, il controllo delle bozze (rilettura da parte degli autori e della redazione), lo sviluppo digitale e la pubblicazione».

I dizionari non sono rimasti indietro sulla strada dell’innovazione e sono oggi disponibili in formato digitale, consultabili da browser, desktop, smartphone e tablet. Zanichelli ha recentemente messo a disposizione anche un chatbot del Vocabolario Zingarelli con il quale si può comunicare via Facebook Messenger, inserendo la parola di cui si vuole sapere il significato. Possiamo provarlo gratuitamente tramite la pagina Facebook della Zanichelli.

«Il redattore lessicografico elabora il progetto dell’opera insieme agli autori, commissiona e coordina i diversi lavori e ne revisiona la qualità; gestisce i cicli di bozze (riscontri), fa i controlli pre-stampa; elabora copertina e quarta di copertina; gestisce e controlla la versione digitale e aggiorna il dizionario», continua John Johnson.

Ma come si diventa lessicografo? «La formazione di base è spesso linguistica e letteraria. Io, ad esempio, ho un dottorato in Italianistica. Oggi si può frequentare il Master europeo in lessicografia (EMLex), organizzato da un consorzio di cui l’Università Roma Tre fa parte dal 2014. Come in molti mestieri, è comunque l’esperienza diretta a fare la differenza. Servono competenze e sensibilità linguistiche, ma anche capacità logiche e un approccio scientifico. Il nostro metodo di lavoro è estremamente strutturato. Basti pensare al rigore con cui deve essere gestita la banca dati, dove si costruisce il lemmario del dizionario e si navigano le voci per editarne il testo e classificarne ogni elemento. Ordinare e controllare il lemmario, dare uniformità al testo, sono compiti in cui lo sguardo scientifico e quello umanistico devono convergere».

Come abbiamo visto, ogni dizionario rappresenta in sé un’impresa titanica della durata di anni. «Il rischio è partire con entusiasmo e poi bloccarsi. Occorre tenere sempre a mente l’obiettivo finale, ma è bene concentrarsi giorno dopo giorno sulle tappe intermedie». Il lessicografo va alle radici di una lingua per svelarne la struttura: «Un’attività estremamente contemporanea – conclude John Johnson – se pensiamo che è questo genere di analisi linguistiche a consentire di sviluppare servizi come Google Translate o assistenti vocali come Alexa di Amazon».

Lucia Impelluso (a destra tra i relatori) nell’incontro di The Publishing Fair dedicato alle agenzie fotografiche e alla ricerca iconografica. Photo@DomenicoGrossi

 

La parola alle immagini: professione iconografo

Le immagini comunicano. Raffigurano un soggetto specifico, raccontano una storia, documentano un evento storico. A occuparsi di questo aspetto nell’editoria è una figura poco conosciuta ma centrale, soprattutto nella realizzazione dei cosiddetti libri “colorati”, come i cataloghi e i volumi illustrati.

«L’iconografo riceve un testo – di arte, architettura, storia, attualità, geografia o filosofia – per illustrarlo», spiega Lucia Impelluso, architetto che ha iniziato quasi per caso a occuparsi di ricerca iconografica in Electa, non smettendo più e lavorando da molti anni come freelance per le principali case editrici italiane. «Chi fa il mio mestiere utilizza tutti gli strumenti per la ricerca, quali banche dati e agenzie fotografiche. Tiene direttamente i rapporti con musei e archivi, ma non sempre le foto che si cercano esistono nelle agenzie preposte. Mi sono dovuta, ad esempio, occupare dell’apparato iconografico di un volume dedicato al mobile barocco di cui non esistevano molte fotografie. In questi casi, l’iconografo organizza campagne apposite, commissionando ai fotografi gli scatti necessari».

La macchina organizzativa è complessa: «Inviare le richieste per avere il permesso di fare fotografie, pagare gli eventuali diritti a Sovrintendenze o musei, reclutare il fotografo, predisporne il programma operativo e retribuirlo, rispettando il budget a disposizione». Questo lavoro ha molti vincoli, a partire dalla gestione dei diritti d’autore delle immagini che presuppone l’espletamento di non poche pratiche burocratiche, soprattutto in relazione ai musei stranieri.

«Le pubblicazioni accademiche, di arte, architettura o design propongono alcune sfide, l’editoria scolastica ne presenta altre. L’iconografo le affronta con il proprio istinto creativo, che si esprime all’interno di uno schema di regole che caratterizza il modus operandi di ogni casa editrice. Dietro all’iconografia di un libro di scolastico c’è, ad esempio, un impegno che molti sottovalutano: occorre evitare alcol, sigarette o tatuaggi nelle immagini, che non possono risultare troppo violente o efferate. Rappresentare la guerra sì, ma senza carneficina. È un mondo ideale calato in quello reale». Ogni ricerca è una nuova sfida, «dove è importante innanzitutto sapere cosa si sta cercando».

Per Lucia Impelluso i progetti più impegnativi sono stati il Museo delle Fortificazione e delle Frontiere al Forte di Bard e il suo stesso volume Giardini, orti e labirinti dedicato all’iconografia dei giardini nelle opere pittoriche.

Un libro, come un film, è un’opera collettiva, frutto delle idee e dell’impegno di più persone. L’iconografo opera a stretto contatto con l’autore o il redattore, dal quale può ricevere indicazioni precise e con il quale in ogni caso si confronta, dopo aver fatto una prima scrematura e avanzato delle proposte. «Il testo resta fondamentale: se i desiderata dell’autore o del redattore non vengono soddisfatti, è il testo a offrire alternative e variazioni sul tema».

Il lavoro si fa ancora più condiviso e delicato nella scelta della copertina, autentico biglietto da visita del libro, nella quale di solito solo determinanti le decisioni dell’autore e del direttore editoriale. «Essere un po’ psicologi fa parte della nostra professione, così come aiuta avere una buona cultura di base, ma soprattutto essere aperti, pronti a imparare ciò che non si conosce per misurarsi con i temi e gli ambiti proposti, e affrontare così qualsiasi situazione: è uno degli aspetti che più amo del mio lavoro».

Non esiste un percorso formativo specializzato, ma spesso chi diventa iconografo è laureato in arte, architettura, storia o filosofia. «La miglior scuola è il lavoro quotidiano sul campo. E lo studio, perché non si finisce mai di conoscere e apprendere», afferma Lucia Impelluso, che ha accumulato in questi anni un bagaglio variegato e diversificato di esperienze.

Come ha inciso su questo mestiere la crescita del digitale? «Da un lato lo ha facilitato, semplificando le ricerche; dall’altro ha sdoganato l’idea che su internet le immagini possano essere scaricate e utilizzate senza conseguenze. Ora l’orientamento sta lentamente cambiando». Oggi molte case editrici hanno chiuso o ridotto l’organico dell’ufficio iconografico, ma questo mestiere guarda al futuro con le sue competenze in materia di gestione e tutela dell’immagine, un tema tradizionalmente caro al mondo anglosassone ma che anche da noi sta ricevendo più attenzione che in passato. «È sempre importante essere consapevoli di quale immagine si sta pubblicando, per quale motivo, e che tipo di diritti il suo sfruttamento comporti».