Il caporalato in Italia “sfrutta” pure whatsapp

Il caporalato in Italia, un fenomeno diffuso e strutturale spesso confuso con lo sfruttamento dei braccianti. Quando si è evoluto nella sua versione 4.0.

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In questi ultimi anni s’è fatto un gran parlare di caporalato. Ne discutono ancora, a più riprese, il mondo politico e quello sindacale, quello giornalistico e associativo, laico e religioso, quello giuridico e quello economico. Poco, in verità, il mondo accademico. Se n’è dibattuto moltissimo sui media, soprattutto quando l’esito di questo sistema criminale è stato la morte dei e delle braccianti. Questo perché l’Italia dell’agricoltura è attraversata da una fenomenologia di mediazione illecita tra domanda e offerta di lavoro che opera dentro un nuovo quadro economico, incurante delle conseguenze sociali, fisiche e psicologiche di chi lavora, dai braccianti ai coltivatori diretti. Dentro questa cornice si agita e si propaga un articolato sistema illegale che non si limita più a collocare la manodopera e a trasportarla sui campi, ma offre servizi a pagamento per soddisfare quei bisogni che garantiscono perlopiù la scarna sopravvivenza degli addetti.

Sul piano dell’opinione pubblica, la parola “caporalato” è riduttivamente adoperata come sinonimo di sfruttamento. In verità lo sfruttamento dei braccianti ha un campo di azione e di intervento molto più vasto, e una gradazione talmente complessa da generare numerose forme di lavoro grigio sottopagato. Il caporalato è più un dispositivo predisposto per favorire lo sfruttamento sui tempi lunghi. In sociologia della devianza e del lavoro il caporalato si può definire come un fenomeno criminale a tutti gli effetti, partorito da un più generico dispositivo di assoggettamento della manodopera che trova in alcune regioni italiane un suo precipuo radicamento culturale e materiale.

I territori italiani affetti maggiormente dal caporalato sono diversi. La Puglia – con la Capitanata, dove si concentra il numero più alto di braccianti sotto caporale, almeno trentamila tra italiani e stranieri nella stagione della raccolta del pomodoro, e il Salento –, l’Agro Pontino, l’Astigiano, la Romagna, il Ragusano e il Catanese, la Piana di Albenga, la Lombardia, il Veneto, la Piana di Gioia Tauro, l’alta Campania, il Vulture, eccetera. Questa diffusione nazionale fa pensare d’istinto a un sistema unico e piramidale, a una mafia tradizionale, cosa che non è. Non siamo infatti al cospetto di un’unica organizzazione criminale ramificata nella Penisola, quanto di fronte a dei complessi di organizzazioni criminali – talvolta contigue tra loro e/o prossime a organizzazioni mafiose vere e proprie – da non sottovalutare, non soltanto per la spregiudicatezza acclarata dalle inchieste giudiziarie e giornalistiche, ma soprattutto per il loro portato economico e sociale.

 

Il caporale, uno schiavista

È destituita di fondamento qualunque teoria o spiegazione del fenomeno che lo ritenga un parto anomalo o occasionale del sistema socio-produttivo nel quale opera. Il caporalato è figlio strutturale della società nella quale agisce, ma prospera grazie alla società globale. Se vogliamo, esso è frutto di quel “pensa globale e agisci locale” che sta alla base dei più efficaci processi di internazionalizzazione delle economie e delle economie criminali. Il caporalato è un fatto sociale deviante che si avvale della collaborazione, anche competitiva, di pezzi e di istituzioni del territorio. Per la sua capacità di essere accettato – e perfino sostenuto – dalle comunità locali e dalle comunità del web, lo si può inserire nell’elenco dei sistemi criminali a più difficile sradicamento. Pertanto, è esatto che venga giuridicamente considerato un fatto di mafia. Anche perché il sistema opera secondo schemi propri dell’esercizio mafioso, fisico e simbolico, del potere di costrizione della manodopera.

Gli atti dei caporali non sono a sé stanti, ma azioni sociali strategicamente orientate a conseguire l’arricchimento personale attraverso la compressione dei salari e il tendenziale azzeramento dei diritti contrattualmente garantiti. Questo sul piano previdenziale e materiale. Sul piano culturale, il caporale adopera di volta in volta un apparato di pratiche il cui prodotto è la manifestazione simbolica della superiorità all’interno di un gruppo. I caporali sono temuti perché rappresentano l’autorità indiscutibile della forza sul mercato del lavoro. Segnalano la loro presenza con l’accumulazione di un capitale sociale (un bagaglio di relazioni) inequivocabilmente più ampio e più utile di quello di qualunque bracciante. I caporali sono inseriti meglio degli altri nel tessuto datoriale. Sono riconosciuti come portatori di garanzie. Sono noti per l’efficacia, perché i loro sistemi di controllo e il loro modo di affermarsi e di radicarsi sono evidentemente ricattatori. I caporali sono, in definitiva, un idealtipo criminale della società post-industriale e post-sindacale.

Stando alla normativa attuale non è facile sostenere che il caporalato in sé (se non è accompagnato da oggettive e riscontrabili misure di riduzione delle libertà fisiche dei braccianti) sia un sistema schiavistico. Questo perché i braccianti possono, se lo desiderano, sottrarsi al controllo del sistema, pena, però, la perdita del lavoro. Siamo dunque nell’orbita di un ricatto che contiene germi materiali e culturali di una nuova forma di schiavitù, che applica un regime più vessatorio sulle figure socialmente e giuridicamente più fragili: le donne e gli stranieri.

 

Un fenomeno che nasce nella realtà, ma si diffonde nella realtà virtuale

Il caporalato è dentro i fenomeni della contemporaneità, di cui si nutre e che a sua volta stimola. Tra questi lo spostamento di popolazione tra continenti e aree interne alla Penisola. La globalizzazione dei flussi migratori, l’estensione degli stessi e l’aumento della domanda di lavoro in agricoltura hanno resuscitato la figura del caporale, trasformandola in un terminale locale di ben più organizzati sistemi di trasferimento coatto di esseri umani verso l’Italia. Nello stesso tempo, i caporali possono spostare manodopera espulsa da sistemi produttivi diversi da quello agricolo: dal manifatturiero del Nord Est, per esempio, che immette sul mercato del lavoro migliaia di disoccupati italiani e stranieri. Non di rado i braccianti adoperati nelle raccolte al Sud sono ex operai provenienti dal Nord sui quali si è abbattuta la mannaia della crisi industriale settentrionale. Questo rivela la capacità dei nuovi caporali di adattarsi alla crisi presente e di trarne un vantaggio economico immediato e poderoso.

Il sistema riesce a fermare in Italia manodopera straniera che altrimenti sarebbe espulsa, e ne attrae di nuova intercettando i flussi in entrata. Non è un caso che il reclutamento dei braccianti possa avvenire addirittura nei Centri di Accoglienza per Richiedenti Asilo: i tentacoli dei caporali raggiungono i luoghi nei quali c’è una concentrazione forte di aspiranti lavoratori o di disoccupati recenti stranieri. Questo è evidente tanto nei territori interessati dalla presenza di grandi Cara (come Borgo Mezzanone nel foggiano o Mineo in Sicilia), quanto in quelle province dove le imprese importano manodopera stagionale (come nell’astigiano, nel bresciano, nel foggiano), quanto infine dove i braccianti soggiornano – non di rado in ghetti – come manodopera sempre disponibile (come nel ragusano, nella Piana di Gioia Tauro, nel casertano, sempre in Capitanata e nell’agro Pontino).

Come se ciò non bastasse, per reclutare ancora più efficacemente manodopera a basso costo il nuovo caporalato non disdegna di avvalersi delle più recenti tecnologie. La telefonia mobile è una banca dati di contatti, relazioni con aziende agricole e gruppi di braccianti. I caporali che agiscono all’ombra di discutibili agenzie di somministrazione lavoro o di grandi agenzie di viaggio transcontinentali, adoperano il web come centro di raccolta dei braccianti. Il web (con la chat di WhatsApp che consente di coinvolgere in una sola conversazione decine di numeri di telefono) è la piazza che sostituisce progressivamente le piazze fisiche, rendendo molto più liquido e sfuggente il fenomeno. Anche il salario si fa sul web, in tempo reale, mediante aste nelle quali soltanto il caporale ha diritto all’ultima parola. In sintesi, il fenomeno è talmente liquido da mettere in seria difficoltà le forze dell’ordine e la magistratura.

Analista sociale, scrittore ed editore. Presidente Vicario di CulTurMedia di Legacoop ed esperto di sfruttamento criminale del lavoro. Autore di Ghetto Italia (Fandango 2015, premio Livatino 2016), Mafia Caporale (Fandango 2017), Tutto Torna (Fandango 2018). Fa parte del collettivo Isagor con il quale ha pubblicato Repubblica Europa (Add 2019). [ Guarda tutti gli articoli ]

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