L'insegna dell'azienda tarantina Ilva con il logo della fuggitiva ArcelorMittal

Ilva e ArcelorMittal, storia di un fallimento nazionale

ArcelorMittal, che avrebbe dovuto salvare l'Ilva, si ritira: in bilico il futuro di 10.000 famiglie. Ma il problema è a monte e riguarda tutta l'Italia.

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La clamorosa decisione dell’azienda indiana ArcelorMittal di ritirarsi dalla procedura di acquisizione dell’Ilva per ragioni ancora oscure, al di là delle dichiarazioni ufficiali, ha innescato una bomba sociale devastante che potrebbe portare alla disoccupazione di diecimila persone e gettare nel panico migliaia di famiglie nella regione più produttiva del sud Italia.

 

Che cos’è l’Ilva. La storia del più grande polo siderurgico europeo

Quando nelle rubriche precedenti ci siamo occupati delle crisi aziendali di Whirlpool e Alitalia pensavamo di aver toccato due punti nevralgici del malessere industriale italiano, ma ora ci rendiamo conto che con il caso Ilva siamo al centro del terremoto che sta scuotendo le aziende italiane. La questione è talmente dirompente che potrebbe lambire, come già sta avvenendo, anche gli equilibri già assai precari dell’attuale governo, o indurre l’esecutivo a imprimere una svolta di politica economica statalista, simile a quella che era governata dall’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale) fino agli anni Ottanta, per salvare dal disastro il più grande centro siderurgico di Europa.

In passato l’Ilva era una creatura dell’Italsider, a sua volta governata dall’IRI. Poi nel 1995 fu privatizzata e acquisita dal gruppo siderurgico Riva, che inaugurò una gestione disastrosa. Ora rischia di tornare a essere un’azienda pubblica, se non interverrà un altro gruppo straniero; ma, come hanno osservato in molti, la statalizzazione è una strada difficile da percorrere per mancanza di risorse e per l’impossibilità di tornare allo Stato padrone degli anni Sessanta. Anche perché non si tratta di una semplice crisi aziendale, ma della crisi del sistema industriale italiano, della sua burocrazia, delle sue regole.

L’Ilva a tutti gli effetti può essere considerata la madre di tutte le crisi industriali. Dopo vent’anni di mancata crescita, di ambiguità nelle politiche economiche, dell’incertezza nel futuro, di fragilità del sistema industriale, l’Italia inizia a pagare un conto salatissimo – questa è la sensazione degli ambienti economici. Come sostiene l’economista bocconiano Maurizio Del Conte: “Siamo di fronte a un fatto grave, importante, che potrebbe avere un impatto occupazionale senza precedenti nella storia dell’industria italiana. Ma la cosa che mi preoccupa di più riguarda lo sviluppo economico del nostro Paese: se l’Ilva, che è la più grande azienda siderurgica d’Europa, chiudesse noi correremmo un grande rischio, saremmo costretti a importare i prodotti siderurgici dall’estero con conseguenze sgradevoli per la nostra bilancia dei pagamenti e per la crescita”.

 

Perché ArcelorMittal se ne vuole andare da Taranto

Le cifre contenute nella lettera con la quale ArcelorMittal annuncia di voler restituire gli impianti del polo siderurgico sono drammatiche. Gli esuberi dichiarati dall’azienda sono 5.000 su un totale di 10.777 addetti tra operai e impiegati. Purtroppo la maggioranza di questi esuberi si concentra su Taranto: se la fuga degli indiani diventasse realtà, la città pugliese subirebbe il più duro colpo della sua lunga storia.

Non sono soltanto gli esuberi la condizione che pongono gli indiani per poter restare. La famiglia che controlla Arcelor Mittal ha chiesto al governo italiano di poter ottenere uno scudo penale che garantirebbe alla società di non incorrere in procedimenti penali nel caso, già ampiamente verificatosi negli anni, in cui la produzione provocasse casi di malattia tra i dipendenti. Su questa questione l’Ilva è da anni al centro di procedimenti penali della magistratura. Ci sono stati arresti, denunce della Commissione Europea all’Italia sulla violazione dei criteri ambientali, ma il nodo ambiente-occupazione non è mai stato sciolto. “La cosa grave e sbagliata è che il caso Ilva – spiega Maurizio Del Conte – è stato concepito proprio su uno scambio tra tutela ambientale e occupazione. Niente di più errato. In Europa ci sono aziende potenzialmente a rischio che sono riuscite ad avere un basso impatto ambientale, dunque significa che quella drammatica scelta tra ambiente e occupazione non è l’unica strada che si può percorrere”.

C’è da dire che in Italia la questione ambientale per anni è stata trascurata. “È vero. In Italia si è sempre pensato che la questione ambientale fosse un tema secondario. Non ci si è mai preoccupati di lavorare e creare le condizioni per le compatibilità tra lavoro e ambiente. Adesso però sarebbe un grave errore bloccare la produzione in nome della questione ambientale; sarebbe un danno irreparabile all’economia italiana”.

 

I motivi delle crisi aziendali italiane: l’opinione dell’economista Del Conte

La cosa che più preoccupa il mondo imprenditoriale è che le crisi aziendali sono sempre più frequenti. Abbiamo appena smesso di occuparci di Whirlpool e Alitalia, e ora arriva la botta finale dell’Ilva. “Io credo – dice ancora l’economista Del Conte – che ci sia qualcosa che non funziona a monte. L’Italia probabilmente non è in grado, come avviene in altri Paesi europei, di creare le condizioni di contesto per le aziende che vogliono entrare nel Belpaese. Per far rispettare i patti è necessario in primo luogo rispettare gli impegni e, lo ripeto, creare un contesto favorevole. Con infrastrutture fatiscenti e una gestione lenta della giustizia è difficile attrarre capitali stranieri”.

Gli chiedo se i governi italiani non dovrebbero anche imparare a farsi rispettare di più dai gruppi industriali stranieri che entrano in Italia: i casi di Whirlpool e ArcelorMittal mostrano che i gruppi stranieri si sentono liberi di entrare e uscire con troppa facilità. “Già, è proprio così, l’Italia spesso è costretta a subire i ricatti di questi gruppi. D’altronde se il potere politico non riesce a far rispettare le leggi italiane, figuriamoci se è in grado di far rispettare le leggi a colossi industriali stranieri. Purtroppo da noi dominano incertezza e precarietà, e questo non ci aiuta né ci rende appetibili”.

Proseguo chiedendogli del caso Alitalia. “Quello è un caso diverso, a mio parere. Il guaio dell’Alitalia è che, a causa della politica, l’azienda non è mai stata gestita con logiche di mercato, quindi non riesce a essere competitiva. Una compagnia che periodicamente deve attingere dai cosiddetti prestiti-ponte e che perde un milione di euro ogni giorno non può pensare di stare a galla. A parte che io li chiamerei regali-ponte, visto che sono prestiti che non verranno mai restituiti; ma il guaio vero è che si continua ad affidare la compagnia a enti pubblici o privati che non fanno quel mestiere”.

Ai tempi di Berlusconi Air France si candidò all’acquisizione di Alitalia, ma fu fermata dal governo di allora che preferì i cosiddetti “capitani coraggiosi”. Anche i privati dunque fallirono nell’impresa di salvare la compagnia. “Certo, anche perché i capitani coraggiosi non ne sapevano granché di compagnie aeree. Io ripeto che l’unica soluzione sarebbe quella di affidare l’Alitalia a gruppi industriali del settore. Per questo sono perplesso che le Fs diventino l’azionista di riferimento. L’italianità? Non ha senso se non dà dei vantaggi e non riesce a pagare i debiti”.

 

 

Photo credits: today.it

Bruno Perini è nato a Milano il 21 novembre del 1950. E’ diventato professionista nel 1987. Giornalista economico finanziario e politico giudiziario, ha lavorato per circa trent’anni al quotidiano il manifesto. Per due anni ha lavorato al settimanale della Rcs Il Mondo. Ha collaborato con Prima Comunicazione, con il Sole 24 ore, con Radio 24 come conduttore della rassegna stampa, con il Corriere della Sera, con l’agenzia Asca.‏ [ Guarda tutti gli articoli ]

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