Istruzione, assistenza, sanità: ci vorrebbero più uomini

Il divario di genere ha molti aspetti: non solo l'accesso al lavoro, ma anche lo svolgimento del lavoro domestico e di cura, quasi esclusivamente femminile.

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Nascere donna comporta un lavoro gratuito di 4 ore e 25 minuti al giorno, dedicato alla casa e alla famiglia, contro un’ora e 23 minuti dell’uomo. Lo osserva l’ILO (International Labour Organization), agenzia delle Nazioni Unite che nel rapporto Un viaggio nel tempo per l’uguaglianza di genere, per un miglior futuro del lavoro per tutti, indica le attività di cura domestica non retribuita delle donne come discriminante decisiva per il loro ruolo nel mercato del lavoro.

 

Divario di genere: i lavori più svolti dalle donne

Il divario di genere nel mondo del lavoro si manifesta con effetti di segregazione sull’accesso della forza lavoro femminile, definibile “in ingresso” o “verticale” quando riguarda la distribuzione delle posizioni apicali, “orizzontale” con le barriere riferibili alle tipologie di mestiere appannaggio prevalente di un genere.

Ci sono mestieri in cui le donne sono prevalenti, tradizionalmente nei settori legati ai servizi, all’assistenza e all’insegnamento. Dai dati dell’U.S. Bureau Laborus Statistics, ripresi dal sito Top Resume, le prime dieci professioni a stragrande maggioranza di lavoratrici interessano i settori dell’istruzione, assistenza, sanità, bellezza. Al primo posto l’insegnante di scuola materna e asilo nido, in cui la percentuale di lavoratrici in rosa è del 97,6%. Nello studio del dentista le igieniste dentali sono il 97,1% donne. Si prosegue con i logopedisti: tra loro il 96% è di sesso femminile. Si prevede poi un incremento del 27% degli occupati entro dieci anni, dovuto all’estensione del lavoro di riabilitazione alle fasce anziane della popolazione.

Si torna poi nello studio dentistico, dove al quarto posto l’assistente dell’odontoiatra è un’altra tipica professione al femminile, a quota 96% di donne. Tra le baby sitter, gli uomini sono solo il 6%. Al sesto posto della classifica ci sono il classico lavoro da segretaria e assistente amministrativa con un 94% di donne. Si prevede che entro il 2028 diminuiranno del 7% gli addetti alla segreteria a causa della crescente automazione nel settore; al contrario, nel settore medico aumenteranno del 10% circa. Di seguito troviamo tra i lavori in rosa tecnici informatici del settore sanitario, a quota 93,6% di donne: sono addetti alla gestione dei dati e delle cartelle cliniche dei pazienti. A quota 93,1% di donne ci sono dietiste e nutrizioniste. I lavori della bellezza – parrucchiere, acconciatore e truccatore – hanno una forza lavoro femminile del 92,1%, con 24.000 euro l’anno in media negli Usa. Le infermiere sono donne nel 90,6% dei casi; la forza lavoro in questo settore dovrebbe salire del 23% tra il 2018 e il 2028.

In Italia, secondo il rapporto Le donne nel mercato del lavoro oggi. Dal soffitto di cristallo alle sabbie mobili del Centro di Documentazione Donna di Modena, “gli unici profili in cui la presenza femminile sia superiore a quella maschile sono nei profili di lavoratore dipendente, le impiegate e, con il valore comparativamente più elevato di tutte, le lavoratrici a domicilio. Nei profili di lavoratore indipendente, le donne sono maggiormente rappresentate tra le coadiuvanti familiari e i collaboratori o prestatori d’opera occasionali”.

L’Istat nel rapporto annuale 2019 rileva che “si sono ridotte le forme di lavoro permanente a tempo pieno, mentre è fortemente aumentato il part-time involontario, soprattutto per la componente femminile. La dinamica positiva dell’occupazione per le donne, la cui partecipazione al mercato del lavoro è aumentata nel decennio, si è accompagnata a una riduzione della stabilità e delle ore lavorate. Questa trasformazione dell’occupazione è il riflesso della ricomposizione avvenuta nei settori e nelle professioni, che vede ridursi il peso dei comparti a maggiore intensità di lavoro a tempo pieno e aumentare quello dei settori e delle professioni a più alta concentrazione di lavoro a orario ridotto. Per quanto riguarda i settori, si tratta di quelli della sanità, dei servizi alle imprese, degli alberghi e ristorazione e dei servizi alle famiglie; per le professioni, quelle addette al commercio e ai servizi e quelle non qualificate”

 

Donne che tornano a lavorare: l’associazione “Progetto al femminile”

Tra i settori a prevalente forza lavoro femminile, i servizi domestici e la cura alla persona sono tra le professioni che consentono l’ingresso nel mondo del lavoro, anche senza titolo di studio e competenze specifiche. Ne ha fatto il fulcro della propria attività a Torino, l’associazione “Progetto al femminile”, costituita da una settantina di volontari impegnati gratuitamente per circa 5.400 ore annue, che si occupa di creare percorsi di accompagnamento al lavoro per donne italiane e straniere.

Racconta la presidente Maria Rosa Montobbio: “L’associazione di volontariato Progetto al femminile si occupa di inserimento lavorativo, nello specifico attività di avvicinamento ai servizi alla persona. Non siamo un ente di formazione, svolgiamo percorsi di accompagnamento per donne in stato di difficoltà verso l’assistenza familiare, la cura degli anziani. A noi si rivolgono sia donne straniere che italiane, nel centro di ascolto della parrocchia, della Caritas di Torino, per inserire le ragazze. Noi lavoriamo in collaborazione con associazioni sociali del territorio, per percorsi di accompagnamento all’assistenza agli anziani, in famiglia, attività di sostegno al malato, come sollevarlo, misurare la pressione, il livello di diabete, leggere il bugiardino delle medicine; le cose più semplici e basilari. Con gli assistenti sociali di quartiere svolgiamo incontri e tirocini didattici. Gli assistenti sociali si accertano dei requisiti, a cosa hanno diritto le donne. Noi funzioniamo da prima assistenza, un progetto ponte prima dell’assistenza vera e propria”.

Un team di persone che si è messo a disposizione per insegnare come fare le pulizie, svolgere diverse attività domestiche e di assistenza, operativo dal 1997 come associazione; ma l’attività vera e propria è iniziata già nel 1992 con persone provenienti da diversi Paesi del mondo. Tra i volontari ci sono un ex medico, infermieri professionali in pensione, un operatore sociosanitario ancora in servizio. Racconta la presidente Montobbio: “Ci sono donne in difficoltà che si rivolgono al centro di ascolto, chiedono di inserirsi nel mercato del lavoro. Possono usufruire del progetto Aliante: tre donne alla settimana, per sei ore ciascuna, puliscono a turno i locali della parrocchia di cui siamo ospiti. È un piccolo aiuto a chi ha bisogno di lavorare, alcune persone disagiate non troverebbero altro lavoro”.

“Le donne che seguiamo sono tutte delle gran lavoratrici. Ci sono persone che fanno le pulizie perchè è un lavoro che non richiede altre competenze, se non quelle pratiche. Le donne straniere con titolo di studio elevato arrivano con grandi competenze e hanno bisogno di essere rivalutate con il riconoscimento delle loro competenze, ma si ritrovano a fare le badanti perchè altro lavoro non c’è; è un problema. L’associazione offre strumenti per entrare nel mondo del lavoro. Se si vuole lavorare per l’inclusione, la persona deve avere gli strumenti per capire come funziona la società, i principi di inserimento nella realtà in cui si trova a vivere.”

Un lavoro silenzioso, attuato con appena 29.000 euro di spesa nel 2019 per 294 donne seguite, frutto di donazioni, con il numero di volontari che diminuisce di anno in anno per assenza di ricambio generazionale.

 

Il “secondo turno” di lavoro non retribuito delle donne

Appare cruciale una rivoluzione nella mentalità culturale e nel sentire dell’opinione pubblica, riguardo al superamento dell’effetto segregazione per le donne nel mondo del lavoro. Si legge nel rapporto ILO: “La distribuzione del lavoro di assistenza non retribuito tra uomini e donne in famiglia influenza i livelli e il tipo di impegno delle donne nel mercato del lavoro. Infatti, laddove la maggior parte dell’assistenza (per bambini, anziani, persone con disabilità e faccende domestiche) ricade sulle spalle delle donne, è meno probabile che lavorino per retribuzione o profitto. Quando il numero di ore trascorse con il lavoro non retribuito è combinato, i giorni lavorativi delle donne (sette ore e 28 minuti) sono più lunghi degli uomini (sei ore e 44 minuti). A livello globale, le donne svolgono più di tre quarti del tempo totale trascorso nel lavoro di assistenza non retribuito (76,2%)”.

Il divario di genere tra tempo impiegato nel lavoro di cura familiare è maggiore nei Paesi del mondo con reddito pro capite basso, rispetto a quelli più ricchi. Prosegue il rapporto: “La divisione squilibrata del lavoro all’interno della famiglia tra uomini e donne è una delle caratteristiche più resistenti della disuguaglianza di genere. Tra il 1997 e il 2012 si stima che il tempo dedicato dalle donne alle faccende domestiche e alle cure sia diminuito di soli 15 minuti al giorno, mentre quello degli uomini è aumentato di soli otto minuti al giorno. A questo ritmo, si stima che colmare il divario di genere nel tempo trascorso nel lavoro di assistenza non retribuito richiederebbe 209 anni”.

L’Ilo parla esplicitamente di un “secondo turnodi lavoro gratuito per le donne, oltre a quello retribuito: “Ciò ha conseguenze negative per la salute e il benessere delle donne, sotto forma di privazione del sonno e ansia. Donne e uomini concordano sul fatto che le responsabilità dell’assistenza non retribuita, compreso il bilanciamento tra lavoro e famiglia e la mancanza di accesso ai servizi e alle infrastrutture di cura, costituiscono una sostanziale sfida per le donne. Tuttavia – si legge – gli uomini non stanno ancora assumendo la loro giusta quota di lavoro non retribuito e i sistemi di protezione sociale in molti Paesi continuano a essere progettati in base al presupposto che le donne assumeranno questo doppio ruolo”.

La vera sfida dell’otto marzo è dunque riconoscere la parità tra le mura domestiche rispetto al lavoro di cura familiare, a prescindere dai modelli culturali e sociali di riferimento collettivo.

 

 

Photo on Unsplash by Tim Hossolder

Classe 1976, è una giornalista freelance che vive e lavora nelle Marche dove approfondisce temi di attualità imprenditoriale legati alle dinamiche economiche e ambientali del territorio di riferimento. Collabora con Corriere Adriatico e Cronache Maceratesi. Il suo motto è "memento audere semper". [ Guarda tutti gli articoli ]

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