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All’Italia fischiano le orecchie, ma i whistleblower sono soli

All’Italia fischiano le orecchie, ma i whistleblower sono soli

Aumentano le segnalazioni, ma i provvedimenti restano pochissimi: solo tre sanzioni irrogate nel 2020. Carlo Bertini, whistleblower licenziato da Bankitalia: "Con questi numeri il presidente di ANAC dovrebbe dimettersi".

La legge da sola non basta. Con un colpo a effetto lo scorso 9 dicembre, Giornata internazionale contro la corruzione, il Governo Meloni ha approvato il decreto legislativo per il recepimento della direttiva europea 2019/1937, mettendo sul tema whistleblowing ogni tassello legislativo al proprio posto. Sì, perché l’intervento completa il quadro previsto dalla 179 del 2017, dal modello 231 del 2001 e dalla legge 190 del 2012, provvedimenti già in vigore sul fronte anticorruzione.

Aspetto non irrilevante, a maggior ragione perché la direttiva UE, tra le tante novità sul tema, parifica il trattamento tra pubblica amministrazione e imprese private, oltre a considerare segnalatori anche tutti i soggetti al di fuori del normale rapporto di lavoro subordinato, i cosiddetti stakeholder. E, cosa non da poco, coinvolge tutte le organizzazioni dai cinquanta dipendenti in su. In sostanza un numero consistente di piccole e medie imprese che costellano il panorama lavorativo italiano.

Salto in avanti considerevole, che proietta l’Italia in una dimensione nuova. Sicuri? Nemmeno per sogno.

Mille denunce, tre sanzioni: qualcosa non va nel whistleblowing italiano

Basta guardare il report 2021 sull’indice annuale di percezione della corruzione nel settore pubblico e nella politica, realizzato da Transparency International, per vedere che nonostante i sensibili miglioramenti dell’ultimo decennio, l’Italia occupa ancora la mestissima posizione numero 42 su 180 nel mondo. Ben lontani, quindi, dai Paesi più virtuosi, che manco a dirlo sono i soliti scandinavi, più gli outsider Nuova Zelanda e Singapore.

Davvero sarebbe sufficiente questo elemento per sostenere che la legge da sola non basta. Poi mi viene in mente una frase di Martin Zanka, protagonista dell’ultimo libro del collettivo Wu Ming, intitolato Ufo 78: “In Italia dire la verità è l’unico peccato che non ti perdonano”. E calza davvero a pennello quando parliamo di denunce di illeciti, di lotta alla corruzione, dei mitologici whistleblower. Certo, nel testo il riferimento è legato agli anni Settanta, al rapimento di Aldo Moro, alla strategia della tensione e alla ragion di Stato. Un contesto diverso e distante, che però suona ancora molto attuale.

Prendiamo ad esempio alcuni dati forniti da ANAC, l’Autorità Nazionale Anticorruzione. Da quando l’ente ha implementato ufficialmente la sua piattaforma, nel 2015, le segnalazioni sono in effetti in costante aumento. Nel 2016, ad esempio, le segnalazioni di illeciti e le comunicazioni di misure ritorsive sono state 183, per poi lievitare nel primo quadriennio fino alle 873 del 2019. Un cambio di passo rilevante, anche se il vero problema riguarda il totale dei procedimenti sanzionatori conseguenti che, rispetto a queste cifre, è francamente irrisorio. Solo 21, nel 2020, e di questi appena tre conclusi con l’irrogazione di sanzioni. Una potenziale zona franca di impunità.

Il whistleblowing in Italia fa più paura a chi denuncia. Le farragini di ANAC

“A fronte di questi numeri, al presidente di ANAC dovrebbe rimanere una sola cosa da fare: dimettersi”. Così Carlo Bertini, whistleblower licenziato lo scorso luglio da Bankitalia, intervenuto il primo dicembre dalla platea del convegno milanese “Whistleblowing: le distanze da colmare” (SenzaFiltro era presente come unico media partner).

ANAC, dal canto suo, si difende giustificando la statistica con il lungo e approfondito iter di indagine che l’ente è chiamato a seguire. Pochi casi ma significativi, insomma, gestiti peraltro da un organico in carenza di personale.

Questione di punti di vista. Rimane comunque il fatto che nei casi andati a buon fine, oltre al reintegro sulla carta del whistleblower licenziato o vittima di mobbing, le sanzioni pecuniarie sono state poco più che simboliche, intorno ai cinquemila euro (la direttiva UE dà ora la possibilità ad ANAC di arrivare a 50.000, ma con i numeri elencati sopra il rischio di pagare non è al momento così elevato). D’altro canto, un amministratore delegato incontrato anni fa nella mia esperienza professionale lo ripeteva spesso: non temere se la possibile conseguenza di una scorciatoia illegale è di stampo amministrativo. Molto meglio la scorciatoia.

Davanti ad affermazioni così, come dovrebbe reagire un lavoratore dipendente? Denunciare è sinonimo di suicidio professionale. Quanti possono davvero permettersi di perdere il posto?

La cultura che non c’è: in Italia il whistleblower è uno “spione”

Il collegamento è utile per approfondire la situazione attuale nelle imprese private. Gli elementi principali li abbiamo ben sintetizzati nel lungo reportage uscito nell’ultima edizione cartacea di SenzaFiltro. Vale la pena ricordarne qualcuno.

Secondo i dati di EQS Group Italia, raccolti su un campione di 162 aziende, ben quattro aziende su cinque hanno implementato un sistema di segnalazioni, agevolate dal modello organizzativo 231 e dalle certificazioni di sostenibilità sociale tanto in voga negli ultimi anni. Creare il contenitore, però, non equivale ad avere le competenze per gestire il contenuto. E infatti il 78% degli intervistati ammette di utilizzare, tra gli altri canali, anche la semplice mail per raccogliere le denunce, con buona pace di riservatezza e privacy. Inoltre il 40% non è in grado di stabilire delle tempistiche certe per la chiusura delle indagini. La direttiva UE, per dire, obbliga a chiudere le pratiche entro novanta giorni.

Esempi che mettono nero su bianco un pressapochismo tipicamente italiano. Un adeguamento di facciata, nella migliore delle ipotesi. In una delle mie interviste sul tema, l’avvocato Marco Pasquino, esperto di 231 e organismi di vigilanza, ha sintetizzato così la questione: “In Italia non esiste la cultura del whistleblowing, tanto più che è soprannominato ‘programma spione’”. Un problema culturale che ha radici profonde, di natura anzitutto linguistica.

Sembra incredibile ma non esiste, nel nostro Paese, una traduzione con accezione positiva del termine whistleblower: talpa, delatore, spia, traditore; tolto l’asettico “segnalatore”, sono questi i sinonimi più utilizzati. Non è un caso che tra i più importanti whistleblower al mondo non se ne ricordi uno di italiano, fatta eccezione forse per Francesco Zambon, peraltro salito agli onori della cronaca grazie a un articolo del quotidiano britannico The Guardian, ripreso poi dalla stampa di tutti gli altri Paesi. Sì, Italia compresa.

Il whistleblowing in Italia, oggi: un esercizio autoreferenziale per lavare la coscienza delle imprese

Eppure questa narrazione a nostro avviso non completa il ragionamento. Il numero crescente di segnalazioni ANAC, l’attività degli organismi di vigilanza nelle aziende, l’impegno civico di tante organizzazioni come The Good Lobby, Libera, Transparency International (adesso è presente anche un Osservatorio nazionale dedicato all’argomento su LinkedIn), dimostrano che forse non siamo un popolo geneticamente omertoso, come il classico luogo comune ci rappresenta. La verità è che la volontà di segnalare illeciti e corruzione c’è, abbiamo solo bisogno di maggiore informazione, maggiore comunicazione. Maggiore tutela.

Perché se il whistleblowing in Italia è un problema culturale, la responsabilità è principalmente della politica, della pubblica amministrazione, delle imprese. Non è un caso che all’appuntamento dello scorso primo dicembre i grandi assenti siano stati proprio loro: gli imprenditori, i direttori di risorse umane, gli amministratori. Vedere a un evento così importante solo chi da sempre è impegnato in prima linea su questa battaglia ha ridotto il tutto – a mio parere – a effimera autoreferenzialità.

Repetita iuvant: il recepimento della direttiva europea rappresenta una svolta, ma la legge da sola non basta a tutelare i segnalatori. Servono uffici del personale capaci di andare oltre vuote campagne di immagine, datori di lavoro seri in grado di mettere davvero al primo posto benessere e sicurezza senza privilegiare il conto economico, una pubblica amministrazione diversa, con concreti processi di etica e competenza.

Utopia? Non so. In alternativa dire la verità continuerà a essere un peccato che, in Italia, nessuno è veramente disposto a perdonare.

Leggi gli altri articoli a tema Whistleblowing.

Leggi il mensile 116, “Cavalli di battaglia“, e il reportage “Sua Sanità PNRR“.


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In copertina foto dal film “La Bufera”, direttore della fotografia Stefano Govi