La filosofia del Cambiamento nel lavoro moderno

Quando proviamo a capire ciò che ci succede, quasi sempre sembriamo oscillare tra l’apologia del cambiamento e il terrore della crisi. A maggior ragione ciò accade quando ci riferiamo al lavoro. Senza pensare che cambiamento e crisi sono due parole assai prossime nel loro significato. In quest’oscillazione si manifesta dunque un legittimo bisogno umano, probabilmente. […]

Quando proviamo a capire ciò che ci succede, quasi sempre sembriamo oscillare tra l’apologia del cambiamento e il terrore della crisi. A maggior ragione ciò accade quando ci riferiamo al lavoro. Senza pensare che cambiamento e crisi sono due parole assai prossime nel loro significato. In quest’oscillazione si manifesta dunque un legittimo bisogno umano, probabilmente. Che è quello di poter in ogni istante cambiare la propria vita senza perdere se stessi.

Ora, per quanto possa apparire strano, questo legittimo bisogno umano è ciò che dovrebbe sempre muovere il profilo del lavoro – almeno da duecento anni a questa parte. Io sarò sempre riconoscente alla rivoluzione del lavoro moderno. È grazie ad essa che lavorare non è soltanto sopravvivere. Un grande filosofo del lavoro (André Gorz), parlava di “invenzione del lavoro moderno”. Prima di allora non c’era il lavoro. C’era la necessità di provvedere al sostentamento, per alcuni. Per altri c’era il privilegio della nobiltà. Difficilmente si poteva cambiare. Colui che lavorava lo faceva per sopravvivere e colui che non lavorava non ne aveva alcun bisogno. Improvvisamente è proprio il lavoro a essere diventato il mezzo privilegiato del cambiamento. È il lavoro che ha fatto le rivoluzioni: esso ha cambiato le società.

È per questo che dentro il lavoro risuona una fierezza all’altezza della nostra dignità umana: lavorare è essere liberi di cambiare forma, di trasformarci. Una delle frasi più celebri della filosofia moderna è quella di Nietzsche: “diventa ciò che sei”. Questa frase restituisce bene il nesso paradigmatico tra lavoro e cambiamento. Il nostro rapporto con noi stessi non è mai consolidato, definito, stabile.
La bellezza delle nostre identità riposa in questo meraviglioso compito che ci è dato: non semplicemente essere noi stessi, ma lavorare su noi stessi. Una perdita di sicurezza che ci dona una libertà inconsueta e meravigliosa. Poter divenire ciò che siamo. Trasformarci. Non è al lavoro che affidiamo buona parte del tempo del cambiamento interiore ed esteriore, personale e sociale? Lavoriamo per trasformarci e per trasformare, per cambiarci e per cambiare il mondo che abbiamo dinanzi, le cose che ci scambiamo, le relazioni dentro cui viviamo.

Certo, questa trasformazione di sé passa sempre per il rischio del proprio tradimento (un tempo si sarebbe chiamata “alienazione”). Sia perché il lavoro che facciamo non è propriamente nostro, non ci appartiene, è di qualcun altro. Sia perché spesso finiamo per non ritrovarci più in quello che facciamo. E allora vogliamo cambiare di nuovo. Ecco la mitologia del cambiamento, che promette di rendere il lavoro contemporaneo meno “alienato” di quello moderno (promettendo però di modificare soltanto il secondo carattere dell’alienazione). Possiamo diventare incessantemente, ridefinire i nostri contorni, mutare la nostra condizione. Con ciò riconoscendo che cambiare lavoro – o cambiare il lavoro che facciamo dall’interno, senza cambiare propriamente lavoro – è sempre un po’ anche cambiare se stessi. Precario è il mondo, recitava una canzone.

In questa mitologia del cambiamento, dunque, è coinvolta sia la nostra identità sia il nostro lavoro. Si modificano le forme, che tendono sempre più a rendere ogni lavoro un lavoro autonomo e ogni lavoratore un “imprenditore di se stesso”. Ma è a questo punto che la mitologia del cambiamento si scontra con il terrore della crisi. Ripartiamo dalla frase di Nietzsche. Se la rileggiamo con attenzione troviamo l’indicazione di un limite dentro cui contenere ogni esercizio di cambiamento. La fascinazione del divenire è orientata infatti dal desiderio di trovare una forma terreste di fedeltà a se stessi. L’identità è un lavoro, non è un punto di partenza. Cambiare per trovarsi, non per perdersi. Lavorare per conquistare un’identità in cui potersi riconoscere dignitosamente. Cambiare anche per se stessi. Che succede invece quando il cambiamento perde quest’orientamento, quando cambiare non ha più un fine? Ecco il terrore della crisi, cioè di un cambiamento che dovremmo poter scegliere e che invece spesso subiamo. Si potrebbe dire: la dignità del lavoro si manifesta dentro un cambiare che è anche uno scegliere. Quando il cambiamento non ci lascia scelta, non c’è trasformazione effettiva del nostro essere. La nostra identità è diventata una merce.

Per questo dietro l’immagine del lavoro che cambia vi è il senso stesso del lavoro che (ci) trasforma: che dona una forma al mondo. Ma se perdiamo il senso e il fine di questa trasformazione, entriamo in crisi. Possiamo diventare imprenditori di noi stessi, ma non sappiamo più chi siamo noi stessi. In tempo di crisi, avrei terrore del lavoro che cambia in un mondo che smette di cambiare. Al contrario, credo che il lavoro che cambia possa aver senso solo se non dimentica di contribuire a cambiare un mondo in crisi. Cambiamolo, questo lavoro. E attraverso il cambiamento trasformiamo noi stessi e il mondo. Ma, per carità, restando umani. Divenendo ciò che siamo. Perché divenire nulla, mi parrebbe proprio un lavoro inutile.

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