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La strategia della privazione che porta alla bancarotta esistenziale

La strategia della privazione che porta alla bancarotta esistenziale

I rischi del distanziamento sociale: forse salverà l'economia, ma sta compromettendo tutto il resto con l'adesione forzata a norme stringenti.

Maria Quarato

30 Novembre 2020

Umani, multipli, cangianti; ridotti a strutture corporee da proteggere al servizio dell’economia. Macchine produttive a cui hanno detto di temere il crash test con i corpi altrui, di conservare le forze per produrre denaro, rinunciare ai sentimenti che si costruiscono nelle relazioni e abdicare ai valori sociali che si acquisiscono con la cultura e le interazioni costruttive. Mettere più risorse sociali al servizio della collettività, ognuno secondo le proprie inclinazioni, è diventato impossibile.

Ci chiedono di essere “uno”, uguali a tutti, piuttosto che “unici”, e originali nel modo in cui decliniamo le nostre complessità.

Una maestra è stata licenziata solo perché si è lasciata fotografare mostrando il corpo nudo. Un uomo è stato bloccato a terra dai medici di un Pronto Soccorso siciliano, sedato e portato in ospedale a forza, con la procedura del trattamento sanitario obbligatorio, solo perché aveva messo in dubbio la pericolosità effettiva del virus, e lo faceva in modo scomposto secondo la morale vigente.

Nel primo caso il problema sembra essere una sessualità vissuta in contraddizione con il ruolo di insegnante, e ha portato al licenziamento di una docente che chiedeva di poter essere tanto donna quando professionista. Nel secondo caso si è trattato dell’uso della democrazia e della libertà di pensiero represse con un’azione medica e l’accusa di malattia mentale.

Se in termini di contenuti le storie sembrano essere diverse, in termini di processi psicologici e sociali, invece attengono entrambe alla perdita della libertà di espressione della complessità di ognuno.

Siamo tutti Biedermeier: perdere la libertà di scelta non è mai stato più facile

Che cosa ci rende unici e irriproducibili se non la possibilità di scegliere il modo in cui vorremmo stare al mondo, e quali e quante parti di noi coltivare?

Esperta di complessità per professione, vedo soffrire sempre più gente sotto la pressione monolitica che obbliga a costruire stabilità economica e normalità sociale: il medico che fa fatica a pensarsi anche musicista temendo di non essere preso sul serio, la ballerina che rinuncia ai movimenti armonici del suo corpo perché la carriera da ambasciatrice chiede abiti scuri e piglio da uomo, lo psicologo che si costruisce come fuori di testa per essere riconosciuto anche come artista, lo scrittore che sceglie di dedicarsi all’educazione dei figli in modo attivo e poi si sente un mezzo uomo, la manager che dopo il parto sveste gli abiti in doppio petto e si ritrova in vestaglia e pantofole, pur di non considerarsi una cattiva madre.

Menti camaleontiche capaci di muoversi in vari contesti, guidate da più parti di sé, con più risorse, capacità, ambizioni, costrette a sperimentarsi nella contraddizione, perché qualcuno da qualche parte sostiene che la salute mentale sia nella psicologia della semplicità o della mediocrità, rinunciando alla libertà di espressione multipla.

Se ti concedi di essere più d’uno alla volta, in questa società, il rischio di incorrere in giudizi medici, sociali e morali è altissimo. E chi non sa reggere le critiche nella società del like retrocede e accetta di ridursi a poco, di “mediocrizzarsi”. La gente soffre perché sente che per essere accettata deve rinunciare a parti di sé che possono apparire in contraddizione, e che la società della mediocrità condanna.

Sono stata una psicologa per l’orientamento universitario, e i ragazzi che ho visto più infelici sono stati quelli del liceo classico: muniti di ansiolitici a diciassette anni. Chi tentava intanto anche di avere amici, fare uno sport, o altre beatitudini dell’adolescenza, che coltivano l’anima e la coscienza sociale, veniva etichettato come il mediocre della classe perché non si dedicava completamente alla produzione di ottimi voti.

Agli adulti viene chiesto, per essere considerati tali, di produrre denaro: il ritorno del Biedermeier camuffato dietro l’iper-specializzazione umana. Biedermeier, personaggio letterario inventato dopo il Congresso di Vienna, rappresenta la rinuncia, la semplicità, l’abbandono dei valori della gloria imperiale o della libertà della Rivoluzione francese. Il trionfo della piccola borghesia reclusa in casa che si accontenta di avere e rinuncia a essere.

Ma conosciamo anche Leonardo da Vinci scrittore, pittore, architetto; Ludwig Wittgenstein matematico, maestro, filosofo e giardiniere; Artemisia Gentileschi, pittrice, madre e viandante; Jane Addams, sociologa, insegnante, ispettrice sanitaria, attivista e premio Nobel per la pace; e la lista potrebbe continuare a lungo. Sappiamo che le menti che hanno contribuito a migliorare i destini umani non si sono accontentate di produrre solo denaro.

Chi non conosce la storia è destinato a ripeterla.

Salvare l’economia al costo di una bancarotta esistenziale

In economia esiste il principio della diversificazione del rischio: puntare tutto quello che si possiede su un investimento unico è altamente rischioso, perché se perdi, perdi tutto. Diversificando gli investimenti è più probabile che il proprio portafoglio cresca senza andare incontro alla bancarotta.

Non è un caso che dopo otto mesi di pandemia, ridotti a corpi da proteggere e a denaro da produrre, si stia iniziando ad avvertire un senso di fallimento generalizzato.

L’essere umano è complesso e pieno di risorse che vanno incoraggiate a esprimersi, in modo da trovare le soluzioni innovative per portarsi in salvo. Solo il valore della libertà del pensiero e di espressione potrà salvarci dalla bancarotta esistenziale in cui versa ormai tutto il mondo.

Qual è invece il vantaggio di ridurre l’essere umano a poco? Di rendere il mondo del lavoro sempre più precario e meno certo, riducendo al minimo anche l’offerta di servizi culturali e formativi? No: è la possibilità di essere controllati senza troppa fatica da chi detiene il potere, così gli equilibri di disparità sociale si mantengono.

Se l’individuo è preso dalla ricerca del lavoro e della stabilità economica, non ha risorse cognitive e affettive da investire nell’arricchimento dell’anima e delle relazioni; ovvero ciò che rende più forte il singolo partecipante a una collettività diversificata, laddove le istituzioni sono sempre meno al servizio del cittadino.

Si dice che abbiamo bisogno di salvare l’economia per salvare l’Italia degli italiani impauriti, spaventati, precarizzati. Siamo sicuri che la soluzione non sia invece preservare la capacità di sognare e immaginare, insieme al coraggio di superare queste nuove colonne d’Ercole chiamate COVID-19?

Photo credits: www.lagazzettadelmezzogiorno.it