Reportage

Nicola Ciniero, intervistato da Senza Filtro

Le segretarie dovrebbero studiare legge

Nicola Ciniero, top manager con 42 anni di carriera, parla delle segretarie che ha conosciuto e della formazione necessaria a svolgere il loro mestiere oggi.

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Ha lavorato 42 anni nel settore dell’ICT e li ha trascorsi tutti in grandi aziende. È stato per otto anni amministratore delegato dell’IBM; ancora prima ha lavorato in Hp Compaq e in Whirlpool come sales director South Europe. Oggi è presidente di BePooler e membro del consiglio di amministrazione di Elmec. Quando ho chiesto a Nicola Ciniero quante segretarie ha avuto in tutti quegli anni, be’, la risposta non è stata immediata. Diciamo che ci ha messo un po’ a contarle, e dopo qualche minuto ha tirato le somme e ha snocciolato un “diciotto”. In realtà diciotto erano soltanto quelle “dedicate”, perché poi ci sono state quelle condivise (ad esempio in IBM aveva una segretaria dedicata e due condivise). Quindi facendo un calcolo non tanto rapido, tra dedicate e condivise ne ha avute ventisette.

La sua è però un’esperienza fatta di multinazionali americane, dove lo stampo e la cultura non sono esattamente quelli della tipica azienda italiana. A dispetto delle testimonianze che abbiamo raccolto in questo reportage, nelle aziende in cui ha lavorato Nicola Ciniero la formazione non è mai mancata, insieme ai programmi di selezione e di miglioramento continuo che rendono la segretaria una figura estremamente preparata. “In alcune aziende le segretarie sono delle schiave di alto livello, ma nelle multinazionali l’approccio è diverso, c’è più attenzione al miglioramento continuo”. Già dalle prime battute capisco che sarà una conversazione diversa da quello che mi aspettavo.

 

 

Quindi nelle aziende in cui ha lavorato lei non c’era bisogno di chiedere formazione perché arrivava puntuale e autonomamente.
Sì, perché quello della segretaria è un lavoro pregiato, delicato e riconosciuto come tale.

Su cosa si formano le segretarie in azienda?
Sicuramente la formazione primaria è su tutti gli strumenti aziendali di collaborazione: sistemi di reportistica, posta elettronica e agende elettroniche. Tutti gli strumenti e le tecniche di base devono però essere accompagnati da una cospicua conoscenza informatica. E poi ci sono spesso corsi di inglese e anche di altre lingue.

Quindi non è solo una formazione tecnica sui programmi aziendali, ma c’è una prospettiva più ampia.

Certo, anche perché bisogna tenere presente che gli istituti superiori di segretariato offrono conoscenze ancora troppo rudimentali. Ci sono programmi estremamente datati e le aziende devono rimediare formando la persona per il ruolo specifico che deve ricoprire. Nelle grandi aziende ci sono percorsi specifici che mettono alla prova le capacità del dipendente, ma oggi non esiste una scuola superiore o un liceo che sia davvero in grado di formare gli studenti per l’università o per il mondo del lavoro. Basti pensare che i computer sono arrivati nelle nostre scuole con la Moratti nel 2000; in Francia li avevano già negli anni Ottanta.

Se dovesse consigliare invece una facoltà a chi vuole intraprendere questo mestiere?
Sicuramente Giurisprudenza, perché oggi il mondo del lavoro è diventato così complesso e complicato tra leggi, leggine, adempimenti burocratici, legislativi, fiscali e normativi, che avere una formazione giuridica può aiutare molto. Oggi il tempo che si passa sulle clausole contrattuali è pazzesco, e avere una formazione giuridica potrebbe essere un buon punto di partenza. Anche fare lettere aiuterebbe molto, perché la dialettica e il sapersi confrontare sono fondamentali in questo lavoro.

La laurea quindi è indispensabile.

Indispensabile no, ma sicuramente è preferibile, soprattutto perché chi si è laureato ha maturato almeno quattro anni in più di formazione mentale. Non sono un accanito sostenitore della laurea, ma sono un accanito sostenitore della maturità della persona. Inoltre bisogna sapere almeno correttamente due lingue straniere. È vero che l’inglese è universale, ma non basta più, basti pensare che cinese e spagnolo sono oggi tra le lingue più parlate. Inoltre le segretarie vedono passare dossier delicatissimi, nomine, promozioni, aumenti di stipendio, piani di successione, e devono avere una comprensione totale del business dell’azienda, conoscere il processo produttivo e il processo di vendita. Sono tutti passaggi per cui serve una grande competenza, oltre alla ormai scontata riservatezza.

Prima abbiamo parlato di numeri. Lei ha avuto così tante segretarie perché ha cambiato azienda molto spesso o perché c’è un grande ricambio all’interno delle aziende in questo ruolo?

Direi entrambe le cose, perché io in 42 anni ho cambiato sette aziende, ma mentre fino al 2000 “la segretaria era quella e quella rimaneva”, come si dice in gergo, dopo il 2000 ho avuto dei turnover importanti. Ad esempio, una è andata in pensione e due in maternità.

Queste sono tutte circostanze di vita. Non c’è nessuno che ha mollato perché non reggeva i ritmi?

Mai, anche perché ho sempre cercato di costruire con le mie assistenti un buon rapporto fatto di dialogo e attenzione. Purtroppo in questo contesto sono un po’ anomalo, perchè in effetti queste attenzioni non ci sono più. Oggi il rapporto è freddo e nevrotico. Siamo tutti troppo reattivi e nessuno pensa prima di parlare. È tutto basato sulla nevrastenia e nel continuo botta e risposta nessuno fa più attenzione ai rapporti personali. Non è una colpa, è il mondo di oggi che gira così. Se provate a parlare con segretarie che lavorano nei fondi di investimento e di private equity scappano tutte dopo due o tre anni, perché hanno ritmi che non sono umani. Evidentemente in quei contesti non si capisce che un buon equilibrio al vertice dipende tanto anche dagli equilibri che si trovano con la segretaria.

Ci sono delle eccezioni?
Alla fine se escludiamo Milano e Roma, che sono secondo me la parte più malata d’Italia, il resto del Paese ha ancora dei ritmi che sono tutto sommato umani. L’Emilia Romagna, il Veneto e le Marche possono dire la loro sulla qualità della vita e suoi rapporti veri. Milano e Roma non sono rappresentative dell’Italia, così come New York e San Francisco non sono rappresentative degli Stati Uniti.

Giornalista per indole, fotografa per passione. Immagina, progetta e scrive dall'ultimo anno di materna. Ama vedere la realtà da alternativi punti di vista e non crede nei confini netti, né geografici né sociali. Ama ascoltare e crede nel potere della parola, quella viva, quella materia prima che può insegnare, educare e coinvolgere. Dopo la laurea in Scienze Politiche e un master in comunicazione ha lavorato 10 anni per una casa editrice bolognese. Oggi, oltre a essere responsabile di redazione di Senza Filtro gestisce la comunicazione per l'Associazione Epilessia Emilia Romagna. Inoltre collabora con Terzo Tropico, un’associazione culturale che realizza reportage, mostre e volumi fotografici. [ Guarda tutti gli articoli ]

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