Dei detenuti del carcere di Padova lavorano nella pasticceria Giotto.

Lievitati in carcere

Un panettone prodotto in carcere che vince un premio Gambero Rosso? A Padova si può: merito dei detenuti che lavorano per la pasticceria Giotto.

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“Dentro il carcere di Padova si producono panettoni buonissimi”.

“Scusami Giampietro, credo di non aver capito”.

“Hai capito benissimo” mi dice Giampietro, uno dei nostri storici collaboratori padovani che strizzandomi l’occhio aggiunge “dentro il carcere c’è una pasticceria e il panettone fatto dai detenuti ha persino vinto il premio Sua Eccellenza Italia del Gambero Rosso”. Eravamo a Padova alla riunione preparatoria di questo reportage e tra i tanti spunti che sono emersi quel pomeriggio non potevo non approfondire questo. Prima di tutto per golosità. Poi perché, di solito, le notizie sulle carceri riguardano sempre e solo il sovraffollamento e le insostenibili condizioni di vita dei detenuti. Qui evidentemente si poteva raccontare qualcosa di diverso. Così mi sono attivata immediatamente per chiedere permessi e autorizzazioni, per vedere e assaggiare di persona. Purtroppo mi sono dovuta arrendere perché per questioni di sicurezza la mia presenza all’interno del carcere non è stata autorizzata. Però ci è stato concesso un incontro con Matteo Marchetto e Roberto Polito, rispettivamente il presidente e il direttore commerciale della cooperativa Work Crossing che gestisce la pasticceria Giotto all’interno del carcere.

La cooperativa si occupa da molti anni di ristorazione, ma l’idea di entrare nel carcere è nata nel 2005 dopo che la legge Smuraglia del 2000 ha permesso il lavoro intramurario. Prima i detenuti potevano lavorare soltanto per l’amministrazione penitenziaria con lavori interni, le aziende private non potevano attivare una produzione dentro le mura. “A Padova – spiega il presidente Marchetto – avevamo l’esempio della cooperativa Giotto che aveva già iniziato a lavorare con i detenuti e anche noi abbiamo voluto provare questa esperienza trasferendo la nostra pasticceria dalla sede storica in città all’interno del carcere”.

E, quando gli ho chiesto le ragioni di un investimento che sulla carta poteva essere rischioso, ha risposto senza esitazioni. “Perché il lavoro dà dignità ai detenuti, dà loro la possibilità di impegnarsi, di imparare qualcosa che serve nel quotidiano per migliorare la vita dentro il carcere, ma che può essere anche un veicolo di riscatto per il futuro. Il lavoro è il principale strumento di rieducazione e il risultato è l’abbattimento della recidiva, un vantaggio per tutta la comunità”.

E in effetti le statistiche gli danno ragione. Se normalmente il tasso di recidiva a livello nazionale varia dal 70 al 90 per cento, i detenuti che lavorano con un “lavoro vero” hanno un tasso di recidiva che sta sotto il 5 per cento e quelli della Pasticceria Giotto stanno sotto il 2 per cento. Marchetto lo chiama “lavoro vero” perché l’attività deve mantenersi sul mercato con prodotti di eccellenza ed essere economicamente sostenibile. “Potevamo scegliere di fare altre cose  spiega – ma la produzione di eccellenza ha un risvolto formativo ed educativo più importante perché i detenuti si scoprono in grado di fare un prodotto buonissimo, anzi scoprono che qualcuno può addirittura assegnare un premio a qualcosa che loro stessi hanno fatto. La ricerca della soddisfazione personale è stata una scelta precisa, perché aiuta più di tutto il resto nel percorso di rieducazione”.

Oggi i detenuti che lavorano in pasticceria sono 40. Il laboratorio è organizzato con 6 dipendenti della cooperativa (chiamiamoli civili) che tutti i giorni entrano e lavorano dentro il carcere. Tra questi ci sono 3 maestri pasticceri, un responsabile qualità e un responsabile della logistica e tutti formano, affiancano e coordinano costantemente i detenuti supervisionando ogni passaggio. Il percorso di scelta del personale è lungo, spiega Marchetto: “Inizia dall’input dell’amministrazione penitenziaria che segnala chi, secondo i loro criteri, è idoneo a lavorare. Successivamente i nostri psicologi vagliano la situazione e, se dopo i colloqui e le visite del medico del lavoro la persona è ritenuta idonea, comincia un periodo di tirocinio che è pagato con una quota fissa. Se alla fine del periodo di tirocinio tutte le valutazioni comportamentali e attitudinali sono superate, si passa all’assunzione con il contratto collettivo nazionale delle cooperative sociali”.

I turni di lavoro sono volutamente brevi (4 o 6 ore) per dare la possibilità a più detenuti di lavorare. Ma queste poche ore cambiano completamente la percezione della vita in carcere. “In primis – continua il presidente – i detenuti invece di stare chiusi in cella cominciano a sottostare a delle regole di lavoro e questo è fondamentale perché tante di queste persone non hanno mai lavorato in vita loro. Imparare a rispettare gli orari, le regole e le indicazioni del responsabile cambia la modalità di relazione con le persone e questo inevitabilmente viene trasferito in sezione, nel rapporto con gli altri detenuti. Perché la persona, quando è trattata bene, cambia. Inoltre avere un’indipendenza economica all’interno del carcere ha la sua importanza soprattutto se si considera che quasi tutti i detenuti hanno moglie e figli e spesso tengono poco per loro e preferiscono mandare i soldi alla famiglia. In questo modo possono sentirsi utili. La trasformazione è lunga perché i detenuti partono da disagi e situazioni difficili, ma grazie al lavoro vivono una sorta di allenamento alla libertà”.

La durata del rapporto di lavoro dipende da molte variabili. “La questione disciplinare è fondamentale. Se la persona, una volta aiutata, tradisce la fiducia, allora si procede con dei richiami e degli allontanamenti. Poi altre variabili dipendono dall’amministrazione penitenziaria che può decidere il trasferimento in un altro carcere. Poi c’è anche il caso di chi finisce la pena. Tanti sono stranieri e tornano nella loro patria, c’è anche chi è uscito e tornato in Albania e si è aperto una pasticceria sua”.

A questo punto è Roberto Polito, direttore commerciale della cooperativa, a prendere la parola. Ci tiene a precisare che la pasticceria non fa solo panettoni. “Per garantire il lavoro tutto l’anno e non solo in maniera stagionale realizziamo gelati, praline di cioccolato e a Pasqua le colombe. Questa diversificazione ci aiuta anche nello scopo formativo perché, potendo far lavorare le persone per anni, è bello insegnare cose diverse”.

Finora ci siamo concentrati sul lavoro dei detenuti e sui vantaggi che possono trarre da questa esperienza, ma la realtà è che i benefici di questa attività non procedono in direzione univoca. In tanti egoisticamente potrebbero pensare “con tutto il bisogno di lavoro che c’è, perché fanno lavorare i detenuti?”. L’obiezione sarebbe anche ragionevole, se non si considera però il risparmio sociale che questo progetto garantisce. Prima abbiamo parlato dell’abbattimento quasi totale del tasso di recidiva, ma non c’è solo quello. “Gestire il detenuto – spiega Roberto Polito – per l’amministrazione penitenziaria è una spesa enorme che ricade sul bilancio dello stato. Il lavoro in carcere abbatte questa spesa”.

Eppure in Italia le carceri che offrono la possibilità di lavorare sono solo 10 su 200, un numero veramente irrisorio. Viene da chiedersi perché, ma la risposta è fin troppo semplice.

Prima di tutto – riprende la parola Matteo Marchetto – il carcere deve avere lo spazio. Il carcere di Padova è stato costruito progettando spazi definiti per portare dentro il lavoro perché c’era già un’esperienza simile in città, ma nel resto d’Italia la situazione è ben diversa. Poi quando ci sono gli spazi, l’amministrazione penitenziaria deve accettare di aprire le porte e far entrare i privati. E, quando queste due condizioni sono soddisfatte, bisogna trovare gli imprenditori che si prendano l’onore e l’onere di investire”.

Purtroppo le tre variabili messe una in fila all’altra rendono il modello difficilmente replicabile, nonostante i grandi risultati ottenuti. Non voglio però concludere con le solite malinconie innescate dai problemi irrisolti e irrisolvibili del nostro paese. Qui c’è un esempio di lavoro positivo, un risparmio sociale evidente e “la concreta speranza che il lavoro possa dimostrare che una persona non sempre coincide con il proprio errore”.

Anzi c’è la concreta possibilità che il detenuto faccia “qualcosa di buono”.

 

Photo Credit: Pasticceria Giotto

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Giornalista per indole, fotografa per passione. Immagina, progetta e scrive dall'ultimo anno di materna. Ama vedere la realtà da alternativi punti di vista e viaggiare con lo sguardo, con la mente e con tutti i mezzi consentiti. Non crede nei confini netti, né geografici né sociali. Ama ascoltare, più che parlare. E crede nel potere della parola, quella viva, quella materia prima che può insegnare, educare e coinvolgere. Dopo la laurea in Scienze Politiche e un master in comunicazione ha lavorato 10 anni per una casa editrice bolognese. Oggi collabora con Cefa, una Ong che promuove progetti di sviluppo per l’agricoltura nei paesi del Sud del mondo, e con Terzo Tropico, un’associazione culturale che realizza reportage, mostre e volumi fotografici. [ Guarda tutti gli articoli ]

Commenti

  • Gianluca Ianní

    Bell’articolo Lara. È sempre un piacere leggerti.

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