Lobby e lingua italiana, breve storia di una parola «cattiva»

È un termine molto conosciuto, di cui si fa uso e a volte abuso nel nostro linguaggio. Eppure prende piede in Italia nel suo significato più comune neppure troppo tempo fa, dopo il secondo conflitto mondiale. Sulle lobby si dice tutto e il contrario di tutto, ma spesso tralasciamo pochi e semplici interrogativi. Cosa significa […]

È un termine molto conosciuto, di cui si fa uso e a volte abuso nel nostro linguaggio.
Eppure prende piede in Italia nel suo significato più comune neppure troppo tempo fa, dopo il secondo conflitto mondiale.
Sulle lobby si dice tutto e il contrario di tutto, ma spesso tralasciamo pochi e semplici interrogativi. Cosa significa davvero questa parola e perché assume il più delle volte un’accezione negativa?

Abbiamo lasciato, nemmeno a dirlo, la «parola» a un esperto, il professor Claudio Giovanardi, docente di linguistica presso l’università Roma Tre: «il termine deriva dal latino tardo laubia, loggia, ed è quindi strettamente legato all’idea delle logge massoniche. Nel significato politico è stato introdotto nel secondo dopoguerra, ma si è diffuso più recentemente grazie all’impulso dei giornali e della televisione».

Eppure la parola lobby nasce e si diffonde altrove molto tempo prima, in quanto «si tratta di un termine dell’inglese d’America, dove la tradizione delle lobby è radicata da molto tempo, sia in campo economico che socio-politico». Ad esempio nell’Inghilterra dell’Ottocento pare che il termine indicasse l’anticamera delle aule parlamentari dove gli esponenti di questi «gruppi di potere» esercitavano la propria influenza sugli esponenti politici. Insomma quella che oggi in senso più ampio è definita azione di lobbying. L’equivalente nazionale più appropriato di lobby sarebbe proprio «gruppo di potere», ma questa espressione raramente si trova nel linguaggio comune: «volendo fare un parallelo esiste un corrispettivo italiano che potrebbe avvicinarsi al termine, ossia gruppo di pressione o gruppo di potere, ma, come spesso accade, l’inglese è più breve e sintetico e questo crea problemi nella sostituzione con un’alternativa italiana».

I puristi insomma possono mettersi l’anima in pace: la parola lobby è solo uno dei tanti termini di origine anglosassone entrati di prepotenza nella nostra lingua sbaragliando qualsiasi concorrente italiano, come, spiega Giovanardi, «ce ne sono moltissimi, basti pensare a mobbing, stalking e anche al famigerato spread, che tanti patemi ha creato negli anni scorsi».
Se dunque la parola è stata ripresa integralmente, nel passaggio dallo scenario anglosassone a quello italiano qualcosa è cambiato, come sottolinea il linguista: «in Italia il termine, riferito all’attività di gruppi di potere e pressione, ha assunto un significato assolutamente negativo che non è presente nella tradizione anglosassone». Non sempre quindi pensare alla parola lobby  fa venire in mente l’idea di interessi settoriali: «in altri contesti sociali l’attività di lobbying non è sempre concepita a fini di arricchimento individuale, ma può avere anche serie finalità sociali», chiarisce.
Perché allora nel nostro Paese non è quasi mai così e il significato associato alla parola resta negativo o quantomeno controverso? «Perché in Italia la contiguità tra politica e mondo degli affari è identificata immediatamente con la corruzione, come dimostrano numerosissime vicende di cronaca più o meno recente».

Una considerazione che non è solo figlia del sentire comune, ma sembra supportata anche dalla statistica: l’ultimo dossier di Transparency sulle lobby in Europa colloca il nostro Paese al 19mo posto su 20 per trasparenza, integrità e parità di accesso ai poteri decisionali. Insomma, cosa facciano le lobby in Italia e quale sia il loro rapporto con la politica non è proprio chiarissimo.
Una delle motivazioni principali del pessimo posizionamento è la mancanza di una normativa ad hoc, o meglio la presenza di una serie innumerevole di proposte, poi bloccate o archiviate nel tempo.
Ma basterà una legge per salvare la «faccia» alle lobby o la parolina importata dal mondo anglosassone è destinata in Italia ancora a portare con sé per anni la propria «onta»?

 

[Credits immagine: tropismi.altervista.com]

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