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Ma ti pagano? Fra digital e nuove professioni

Ma ti pagano? Fra digital e nuove professioni

La rivoluzione digitale ha portato anche la difficoltà di comprendere i nuovi modelli produttivi

Qualche settimana fa, Simone Bennati alias Bennaker, uno dei blogger più attivi nel campo del digital, scriveva sul suo profilo Facebook un lunghissimo status.

“Io non ce posso parlà co’ mi’ padre. Posso solo sopportà. Non posso accennare un discorso, magari finalizzato al dargli una buona notizia sul piano professionale, come successo poco fa, che, per quanto buona possa essere, la domanda è sempre: “Ma te pagano?”

Uno sfogo su un rapporto complesso, quello fra padre e figlio, che offre uno spunto interessante per fare una riflessione sul mondo del lavoro nel campo del digital, e delle difficoltà che gli aspiranti professionisti (e anche talvolta i professionisti affermati) fanno a sdoganare un approccio che per ancora troppi è completamente nuovo.
Secondo un pezzo di Luca Tremolada su Il Sole24Ore che riportava dati Ocse, il digitale impatta sul PIL italiano per il 3,72%. La media europea si attesta circa sul 5,5%.
La penetrazione della Rete è ancora molto bassa: la banda larga via rete fissa è disponibile per 22,5 persone su 100, mentre ancora molto scarsa è quella per le connessioni a fibra ottica (circa il 3%).
In tutto questo, l’Italia risulta essere il terzo in termini di diffusione della tecnologia cloud nelle aziende (40,1%). Per dare un’idea, Francia e Germania chiudono la graduatoria con l’11,9% e l’11,3%.

Il futuro, poi, sembra esser sempre più legato al tema dei nuovi device.

Per dare un’idea della portata, si pensi che l’1,65% del PIL italiano (27 miliardi di dollari circa) è legato alla mobile economy: per un popolo che conta 40 milioni di smartphone e 10 milioni di tablet, un risultato che non potrà che crescere.

Insomma, per chi sceglie il digital come proprio settore di riferimento e area di approdo professionale l’Italia è un paese che ha immense possibilità di crescita.
“Internet è il futuro”: sembra una frase fatta. Ma per quanti padri ancora questo è messo in discussione?

Per deduzione, possiamo credere che i genitori ancora poco fiduciosi nei percorsi professionali “digital” dei figli facciano parte di quella fetta di pubblico che ancora non ritiene indispensabile avere una connessione veloce. O che magari, causa infrastrutture obsolete, non hanno proprio possibilità di averla.

La maggioranza, però, potrebbe essere stata in gioventù parte di chi spinse per i grandi cambiamenti che hanno cambiato il nostro paese (dall’aborto al divorzio, dalle rivendicazioni sindacali alle lotte per i diritti dei lavoratori). Come mai, oggi, tutto questo ostracismo verso il “nuovo”?

“Ma ti pagano?” è una domanda che tutti gli addetti ai lavori che bazzicano a tavole rotonde, forum e conferenze sulle ultime tendenze in ambito digital e social si sono sentiti fare, almeno una volta, dai propri padri. E, attenzione: non per contraddire la malsana abitudine di offrire “visibilità” in cambio di lavoro, quanto proprio per una scelta fatta di impegno e improntata alla condivisione, uno dei gesti che sta alla base del web 2.0 e, in generale, di ogni attività correlata al digital.

Così come diventa incomprensibile spiegare a un padre perché investire risorse nello scrivere un libro sul proprio settore di competenza, piegandosi alle logiche imposte da un editore poco incline a rispettare i tempi di pagamento e, talvolta, dando di tasca propria il prezzo del biglietto del treno per andare alla presentazione.

Ogni critica, ogni domanda, e contemporaneamente ogni incomprensione nelle risposte create (anche, forse, chissà) da una reciproca incapacità di condividere (anche qui) il proprio punto di vista, diventa un mattone che va a costruire un muro. Proprio come cantavano i Pink Floyd, anche se in questo caso non è necessario andare a ricercare il senso nella più famosa parte 2 del pezzo “Another brick in the wall”: bisogna fermarsi alla parte 1, quella in cui non si capisce il senso delle scelte di un padre che non lascia niente.. forse, anche quando vorrebbe.

La “frammentazione” componente fondativa del modello

Il digital è basato su un modello meno monolitico e più liquido, parafrasando Bauman, in cui il networking, la capacità di costruire relazione e condividere conoscenze, competenze, e perché no, occasioni di business, diventa basico per il sistema. Una sorta di commodity del professionista, che costituisce elemento differenziante esattamente come gli skill descritti nel curriculum, la capacità di lavorare in team, la correttezza nei confronti dell’azienda.

Presidiare determinati canali, viverli, aggiornarsi su essi e approfondire le proprie conoscenze di questi, fa parte integrante del profilo professionale.
Il “lavoratore digital”, se così vogliamo chiamarlo, per rimanere a galla in un mercato sempre più saturo (anche a causa di aspiranti poco preparati, che sfiduciano i clienti con servizi di poca qualità), è obbligato ad arricchire la propria vita professionale con attività extra intanto per salvaguardare la stessa, e anche per aspirare a crescere.

Il frammentare i propri impegni, di fatto anche dedicando più tempo di quello che la retribuzione giustifica ad attività che possono sembrare poco coerenti con il “lavoro” propriamente detto, è sì una continua scommessa su di sé: ma è anche la garanzia di tenersi sempre in linea con il mercato, uscendo fuori dalle logiche più “accomodanti” che hanno accompagnato molte delle professioni dei nostri padri.

L’incontro che ci sarà

Nessun padre oggi riuscirà a giustificare nel proprio figlio i pomeriggi passati ad aggiornare il proprio blog o il proprio profilo Twitter, senza bollarlo come “passatempo”.

Eppure, se Bennaker non investisse tempo a scrivere il proprio blog, e girasse per i forum e i convegni dedicando tempo al preparare una conferenza per parlare di ciò che fa, oggi non sarebbe Bennaker. Ciò significa che – probabilmente – non sarebbe neanche il professionista esemplare che è.

Forse un domani, quando anche la paura di perdere qualcosa che forse è già stato perso sarà passata, i nostri padri sapranno leggere ciò che facciamo come un qualcosa di serio, fondato, e soprattutto importante. Andando oltre le apparenze di un lavoro che lavoro non sembra, ma che invece è effettivamente un qualcosa di concreto, che potrebbe valer ancora di più di quanto già valga.

Sì: speriamo che quel momento arrivi presto. Significherebbe che anche il nostro Paese saprebbe sfruttare fino in fondo una ricchezza che possiede già ora.
Tutto questo è possibile. Perché, dicevamo, “internet è il futuro”: e nel futuro, si sa, c’è posto per tutti.