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Non piaccio, quindi sono: la breve guida alla rassegnazione che cambia le relazioni

Non piaccio, quindi sono: la breve guida alla rassegnazione che cambia le relazioni

Vale la pena di vivere una vita da schiavi relazionali? L'autoaccettazione può passare anche per la "rassegnazione affermativa": lo spiega "Il coraggio di cambiare" di Ichiro Kishimi e Fumitake Koga. Ecco la nostra recensione.

Andrea Buti

2 Maggio 2021

“Il mondo che vedo da quando ho incontrato la psicologia adleriana non è quello che conoscevo un tempo.”

Questa frase della postfazione de Il coraggio di non piacere di Ichiro Kishimi e Fumitake Koga (DeAgostini, 2019) fornisce un’indicazione piuttosto precisa sul libro, anche se poi apre uno scenario ignoto a chi non conosce il pensiero del medico viennese allievo di Freud. Allievo ma non seguace, giacché elaborò una sua teoria psicologica originale che si discostava notevolmente da quella del più noto maestro.

A parlarne non è uno psicologo, ma due filosofi giapponesi. Potremmo sintetizzare dicendo che l’opera rappresenta un punto di incontro tra l’occidente, incarnato dalla filosofia dei greci, e la narrazione orientale, all’ombra di un pezzo di psicologia del Novecento nata a latitudini ben più rigide della calda culla mediterranea degli amanti del sapere.

La ginnastica intellettuale de Il coraggio di cambiare

La forma del dialogo segue uno storytelling piacevole e dolcemente socratico: il pungolo fa sempre il suo lavoro incessante, ma non dà mai fastidio, dipanandosi in un susseguirsi di domande strategiche alla luce di quella che è a tutti gli effetti una sorta di lente percettiva, come può ricavarsi dalla citazione iniziale.

La lettura è una vera ginnastica intellettuale di sapore costruttivista: il mondo fuori dalla nostra scatola cranica non sta là fuori bello definito, strutturato e dotato di proprietà intrinseche. Anzi, per svariati aspetti è la natura della sua percezione da parte di chi lo osserva a definirlo.

Quindi le nostre idee, le nostre credenze, la nostra forma mentis o mindset, contribuiscono a costruire in maniera significativa la relazione con la realtà. Cambiando modo di pensare, cambieremo anche il modo di vedere il mondo.

Le “cinque notti” del cambiamento per non vivere come schiavi relazionali

Diviso in cinque parti denominate “notti”, il libro affronta un argomento che potremmo provocatoriamente chiamare politically incorrect.

Basta con la ricerca del consenso a tutti i costi, col voler piacere a tutti, con l’autostima che si misura con like o pollicioni che hanno la memoria di un battito di ciglia. Per sentirci realizzati non abbiamo davvero bisogno di ricercare un’approvazione che ci rende schiavi; viene proposto un viaggio verso un percorso di autoaccettazione, più che autoaffermazione, in una dimensione relazionale, in cui c’è una comunità in cui inserirsi dando e ricevendo in equilibrio.

All’inizio si tratta di negare il trauma, nel senso di leggere i fatti e gli eventi in maniera diversa, scoprendo ad esempio che la rabbia è solo una delle possibili reazioni e che l’infelicità è il risultato anche di scelte personali, come quella di non cambiare, anche fosse solo per paura.

Poi si scopre che i problemi derivano dalle relazioni che abbiamo creato con le altre persone dalle quali talvolta si dipende, magari per il giudizio, voluto o non voluto. Si approda così alla parte centrale sulla possibilità di rendersi liberi iniziando a non vivere come schiavi relazionali, senza dimenticare che non siamo il centro del mondo. Infine una riflessione sul presente, che finisce di essere compresso tra i ricordi del passato e le aspettative sul futuro, perdendo davvero il sapore degli eventi che accadono.

Una delle parti più belle è quella in cui viene descritto il passaggio dall’autoaffermazione all’autoaccettazione. Esso avviene attraverso un percorso di “rassegnazione affermativa”, che ha luogo verificando le cose che, come individui, possiamo cambiare e quelle che non possiamo cambiare.

Quindi, mentre non possiamo cambiare ciò con cui siamo nati, possiamo cambiare l’uso che facciamo di quelle risorse personali. Secondo gli autori basta semplicemente concentrarsi sulle cose che possiamo cambiare e non sulle altre: questo è il nocciolo dell’autoaccettazione. Occorre solo ricordare che semplice non è sinonimo di facile.

Perché leggere Il coraggio di non piacere

Perché è un libro del cambiamento, da non perdere per chi non ha paura di guardarsi dentro e di farsi domande scomode, strategiche e autenticamente in grado di dare senso a una vita che talvolta ci scappa tra le mani. Mani spesso occupate in attività non sempre pregne di significato.

La visione filosofica offerta è uno sforzo ben riuscito di comporre il dibattito dei tempi postmoderni nurture vs nature: se da una parte la scienza dei geni sembra imprigionarci in una struttura di possibilità che non abbiamo scelto, dall’altra libri come questo ci consentono di responsabilizzarci come individui evitando di scadere in un comodo fatalismo.

Se infatti, per certi versi, alla luce delle più recenti scoperte neuroscientifiche sembra chiaro che il libero arbitrio di cui è dotato l’essere umano sia assai più limitato di quanto si potesse pensare fino a vent’anni fa, dall’altro un miglioramento della propria consapevolezza per mezzo di un percorso autoriflessivo può essere la chiave per diventare adulti più consapevoli dei propri limiti, ma anche delle proprie possibilità.

Un libro per tanti versi controcorrente e quindi attualissimo, specie quando invita a superare il desiderio di approvazione degli altri, che deforma spesso le nostre azioni e del quale risente anche l’impianto scolastico: “Se ti comporti bene, ricevi un elogio. Se ti comporti male, una punizione”. Questo approccio conduce a stili di vita sbagliati in cui le persone pensano: “Se nessuno mi elogia, non mi comporterò bene” e “se nessuno mi punisce, mi comporterò male”. Quando inizi a raccogliere i rifiuti, ti prefiggi già l’obiettivo di essere elogiato e, se nessuno lo fa, ti indigni o decidi di smettere. Chiaramente c’è qualcosa che non va.

Dobbiamo e possiamo uscire da queste logiche, che certamente non riflettono le conoscenze più moderne in tema di comportamento umano.