Zona Franca

I permessi richiesti dall'app Immuni, che aiuterà a tracciare l'infezione da COVID, al centro di numerosi dubbi riguardo alla privacy degli utenti.

Immuni ma non dai dubbi. Esperti divisi, l’Italia non è pronta

Ancora troppi rischi sull'utilizzo dei dati personali che farà l'app Immuni. House of Data Imperiali: "Inevitabile immolare i nostri dati, ma servono garanzie".

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Dal primo giugno è scaricabile Immuni, l’app di contact tracing in grado di allertare gli utenti che hanno avuto un’esposizione a rischio. La sperimentazione inizierà lunedì 8 giugno in alcune regioni pilota – Abruzzo, Liguria, Marche e Puglia – per poi entrare a pieno regime in tutta Italia dalla settimana successiva.

Il commissario per l’emergenza coronavirus Domenico Arcuri ha assicurato che già un 1.150.000 italiani hanno scaricato l’app. Un successo, dunque? Presto per dirlo. Il funzionamento di Immuni, che adotterà la soluzione DP-3T e quindi un sistema decentralizzato di raccolta dei dati, presenta ancora diverse questioni aperte, in particolar modo legate alla privacy.

 

COVID-19 e privacy, gli esperti: “Inevitabile immolare una parte dei nostri dati personali”

Assicurare un utilizzo appropriato e funzionale dei dati dei cittadini richiede, infatti, ulteriori e precise garanzie. È l’aspetto che emerge con maggior forza dalla ricerca sul rapporto tra privacy e COVID-19 di House of Data Imperiali, team di esperti che affianca società nazionali e internazionali nella gestione e tutela dei dati personali in ottemperanza al GDPR, e che si occupa di approfondimenti periodici sul tema tramite l’Osservatorio Data Protection e l’Annuario Data Protection.

“Si è ormai diffusa anche tra gli addetti ai lavori l’idea che sarà inevitabile immolare al COVID-19 una parte dei nostri dati personali. Ed è per questo che emerge come urgente e condivisa la richiesta di adeguate garanzie per i cittadini”, dichiara Rosario Imperiali, fondatore di House of Data Imperiali e curatore dell’indagine. “Chi si occupa di diritti, privacy e data protection ha ormai un atteggiamento laico e responsabile nei confronti dei dati: sa quanto valgono e quanto possano risultare utili e decisivi, soprattutto in questo momento. Ma ha anche il dovere e l’autorevolezza, come emerge dall’indagine, di ricordare alle istituzioni distratte quanti e quali rischi si nascondano dietro a ogni opportunità di utilizzo”.

Sono almeno 47 nel mondo le app anti-COVID-19, e il pericolo è che non vi siano nel nostro Paese ancora tutte le condizioni per gestire con la cura dovuta queste informazioni. “È molto probabile – sostiene Imperiali – che il COVID-19 sia solo una delle occasioni in cui la privacy verrà messa in discussione o superata. Per questo è urgente delineare subito garanzie che consentano, al contempo, alle istituzioni di operare al meglio e ai cittadini di essere tranquilli”.

 

Dati legati al COVID-19: il ruolo delle istituzioni pubbliche

Facciamo un passo indietro, ricordando metodo e campione della ricerca. Lo studio è realizzato a partire dalle interviste di un panel rappresentativo e non statistico di circa 80 professionisti – avvocati, informatici, Data Protection Officer (DPO) – con un medio-alto livello di conoscenza in materia di mondo digitale, normative connesse alla tecnologia, diritti e privacy. L’indagine è stata condotta dal 15 al 17 maggio attraverso l’invio di un questionario in formato digitale.

La crisi innescata dal coronavirus ha posto sul tavolo l’opportunità da parte dello Stato di adottare e gestire un’applicazione digitale, che funzionerà tramite la tecnologia Bluetooth Low Energy per il tracciamento degli eventuali contagiati da COVID-19 come misura complementare al contenimento della pandemia nel nostro Paese.

Il contesto di emergenza sanitaria in cui versa l’Italia è, del resto, punto di partenza imprescindibile per la ricerca e le sue considerazioni. Il panel intervistato da House of Data Imperiali, vista la situazione, è concorde sulla scelta delle istituzioni pubbliche di utilizzare i dati personali dei cittadini con finalità legate alla salute (92,1%) e gestire un’app a tale scopo. Allo stesso modo, però, un’altrettanto ampia maggioranza (68,4%) pensa che gli italiani debbano preoccuparsi della raccolta dei propri dati sanitari e di spostamento. Definire più forti garanzie riguardanti la gestione e l’utilizzo di queste informazioni è l’istanza espressa dalla ricerca.

 

L’app Immuni minaccia la privacy? Ecco i rischi 

Se in periodo di lockdown si è dibattuto a lungo sulla limitazione della libertà di circolazione, di riunione e per certi versi anche della libertà personale, oggi al centro del dibattito c’è l’efficacia sul campo di questa applicazione e le sue implicazioni in merito a questioni come protezione dei dati personali e riservatezza individuale. Come sottolineato dall’indagine, una futura riduzione della privacy è una prospettiva largamente condivisa dal campione. Appare ormai chiaro come i cittadini dovranno abituarsi a periodiche cessioni di privacy, connesse al COVID-19 ma anche ad altre possibili emergenze.

Ridurre la privacy in cambio di una maggiore sicurezza sanitaria è accettabile? Il 75% degli intervistati ritiene di sì. Oggi sappiamo che la scelta di scaricare Immuni è volontaria e non obbligatoria – modello condiviso dal panel del rapporto – ma è chiaro che, per funzionare, questa operazione deve coinvolgere milioni di italiani. Fugare dubbi e incertezze è, quindi, fondamentale. Secondo tre esperti su quattro, gli italiani potranno stare tranquilli solo se lo Stato garantirà il limitato termine d’uso dei dati, la cancellazione alla scadenza e le precise modalità di impiego.

L’affidabilità del sistema sanitario italiano è messa in discussione dalla ricerca: il 39,5% non lo ritiene in grado di proteggere in maniera adeguata e sufficiente i dati personali dei cittadini e il 56,6% afferma che non esiste il rischio zero in materia di sicurezza di questi ultimi. Ma quali sono i rischi connessi a un uso distorto delle informazioni sensibili raccolte da Immuni? Le preoccupazioni degli addetti ai lavori si concentrano su due tipologie: il trasferimento all’estero dei dati e il loro sfruttamento da parte di aziende private.

 

Il valore dei dati nel futuro post-COVID 

La ricerca ci ricorda come i dati personali della cittadinanza costituiscano un patrimonio di grande valore e uno strumento in grado di fornire informazioni indispensabili ad affrontare contesti di grande emergenza e complessità, come quello attuale, ma anche utili a migliorare i servizi offerti agli italiani nel prossimo futuro.

Per la maggioranza del panel la tendenza è quella di circoscrivere il più possibile l’impiego di queste informazioni. Non si può far leva sul dovere civico per legittimare la raccolta dei dati dei cittadini, poiché anche la loro protezione è un dovere da preservare. Lo studio registra, infine, una spaccatura sull’ipotesi di un monitoraggio della salute degli italiani anche dopo l’epidemia: il 46,1% del campione ritiene che sia un’azione utile; il 53,9% del panel no. Si tratta di un campo di riflessione aperto e che andrà discusso anche alla luce dei risultati che fornirà Immuni.

Intanto il fronte tra favorevoli e contrari continua ad alimentare il dibattito di questi giorni e non sembra volersi fermare.

 

 

In copertina: la schermata dei permessi richiesti dall’app Immuni, dalle risorse grafiche di https://www.immuni.italia.it/

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