Per le consulenze all’estero non è solo questione di budget

È vero che all'estero si lavora in modo diverso rispetto all'Italia? Confrontiamo situazioni di diversi Paesi concentrandoci sul mondo delle consulenze.

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La differenza c’è e si vede. Fare il consulente all’estero e farlo in Italia non è esattamente la stessa cosa. Potrebbe, a tratti, sembrare di fare un lavoro diverso, per una serie di motivi che analizzeremo per capire che cosa accomuna i consulenti italiani e quelli forestieri, con il denominatore di una professione che è in perenne evoluzione.

Per riuscire a comprendere le disparità geografiche a carico di questo mestiere, che fa della figura del consulente una via di mezzo tra uno stratega, un venditore e un diplomatico, potremmo usare la metafora del paesino di provincia e della mega città degli Stati Uniti. Ovviamente il paesino di provincia è l’Italia. Chi sta nel nostro Paese e ha occasione di lavorare spesso con l’estero riflette molto sulla diversità di ecosistema nel quale si è catapultati, ma solo quando si lavora “dall’altra parte” si realizzano alcune cose.

 

Consulenze in Italia vs consulenze all’estero

Alessandro Fontana, Associate partner iX IBM e Senior Manager in EY nel centro di eccellenza EMEIA su Digital Strategy & Transformation, fa questo mestiere da più di dieci anni. E conferma: “Negli Stati Uniti è del tutto normale avere gruppi di lavoro multinazionali. Le risorse si cercano ovunque nel mondo, si uniscono e si creano grandi spazi professionali. Questa è una prassi, non è un comportamento riservato solo ad alcuni progetti o a enormi multinazionali”.

“In Italia ci sono alcuni problemi, tra cui la barriera linguistica, che rappresenta troppo spesso un handicap delle aziende, e non siamo culturalmente pronti ad assumere o prendere quantomeno in prestito figure dall’estero. Questo ci relega spesso in una dimensione quasiprovincialedel lavoro da cui facciamo fatica a emergere; ci perdiamo figure interessanti che potrebbero dare valore aggiunto al nostro lavoro e non riusciamo a valorizzare fino in fondo quella risorsa meravigliosa che è il confronto. In altri posti si lavora in modi diversi: sarebbe prezioso quindi acquisire criteri e modi di risolvere problemi in maniera più semplice e forse anche migliore.”

Anche la questione budget gioca un ruolo importante. I soldi sono soldi, si sa, ma troppo spesso in Italia dobbiamo fare i conti con un sistema che taglia invece di investire, e questo si ripercuote in molti settori. Ad esempio, se ci si cimenta in un progetto qualsiasi e lo si declina in tre realtà geografiche diverse le sorprese non mancano.

“Nel corso della mia carriera – prosegue Fontana – mi è capitato di fare lo stesso progetto, stessa durata, su tre clienti: uno in Italia, uno in Svizzera e l’altro negli Stati Uniti. Il rapporto dei tre in termini di budget dedicati all’iniziativa è stato 1:6:20”. E no, non è la barzelletta in cui ci sono uno svizzero, un americano e un italiano. Questo si traduce anche in termini pratici, e quindi in Italia ci si trova a lavorare in due, progetto in perdita; in Svizzera con un team di tre persone, estremamente brave, dove una sola persona con una professionalità verticale sul tema; mentre in USA il gruppo sale a sei membri, di cui due verticali su un tema, due su un altro, due a supporto operativo.

Il divario tra le nazioni è evidente, ma l’impegno economico, ancora una volta, non è l’unica differenza.

Altra discrepanza non trascurabile è il senso della multiculturalità. In Italia ci piace usare sempre di più quel detto tutto britannico che suona così: in my back yard, nel mio giardino. E ci perdiamo il meglio, perché ormai quasi dappertutto il senso della multiculturalità è un requisito assimilato, mente in patria siamo un poco restii ad aprirci a questo tipo di approccio.

L’Italia, anche in questo settore, è decisamente un Paese per vecchi, se non vecchissimi. Difficilmente ai vertici di aziende (a meno che non siano startup in settore tecnologico), si trovano giovani, o comunque professionisti sotto i trent’anni. In altri Paesi la realtà è molto diversa, e negli Stati Uniti, passando per i Paesi nordeuropei fino ad arrivare a Cina, Filippine e Hong Kong, i percorsi di carriera sono molto più rapidi, fluidi e lineari.”

 

Il metodo di lavoro statunitense

Ma come si lavora davvero nelle aziende dell’altra parte del mondo?

Chi ci è stato, come Fontana, è convinto di una cosa: che gli americani “lavorano in modo molto strutturato ed efficiente; per esempio, su un progetto la pianificazione è mensile, settimanale, quotidiana e oraria”. Dove “oraria” non sta per la stravaganza di una maniacalità lavorativa, ma semplicemente scandisce gli step di un lavoro ben fatto. Quindi le fasi sarebbero grossomodo queste: “Alle 8.30 primo momento di allineamento telefonico, così si lavora tutti e meglio già dal primo minuto, in presenza o da remoto; ognuno racconta il proprio focus per la giornata, spiegando quante ore dedicherà ai task; si definiscono le priorità, come in un team che lavora secondo logiche agile. Su questo punto preme però sottolineare che il concetto di super-efficiente di molti Paesi abituati a schemi abbastanza rigidi va in tilt se si aggiungono imprevisti, e si sa, in Italia invece l’imprevisto è visto come una grande risorsa: noi siamo capaci di agire con minore pianificazione e anche senza preavviso, visto che non abbiamo piramidi di procedure e modelli da applicare per qualunque cosa”.

“Quanto agli ambiti”, precisa Fontana, “in quello tecnologico ad esempio, abbiamo un mercato fatto di sales company di aziende internazionali che semplicemente non hanno bisogno di determinate figure professionali. Le aziende che fanno innovazione con progetti all’avanguardia a livello internazionale dall’Italia sono davvero poche. Ciò comporta meno stimoli per chi fa questo mestiere localmente. Ma non è sempre tutto negativo: di buono c’è che costiamo poco, e che quando ci cimentiamo in un progetto spesso e volentieri diventiamo un’eccellenza. Sono quindi sempre più frequenti modelli di collaborazione internazionale in cui risorse italiane vengono usate su lavori a scala globale, o quantomeno europea. Ancora più spesso, si vede l’Italia al centro di hub internazionali che coordina programmi complessi, ruolo fino a qualche tempo fa molto raro se non talvolta verso la Svizzera. Ora ci sono team tutti italiani che connettono team europei anche su progetti complessi di USA e UK”.

 

Italia, un futuro in chiaroscuro

Concludendo, l’Italia ha molta strada da fare, ma non comincia da zero, anzi. Ha acquisito molte professionalità ed è proiettata verso l’innovazione a tutto tondo; unico problema, rendere meno complicate le cose. E spostarsi da Milano e Roma. Il futuro non può essere solo lanciarsi in startup.

Fontana ne è fermamente convinto: “Bisognerebbe che le aziende più solide e grandi potessero dare risposte a una generazione di persone, a un mercato e a un mondo che hanno bisogno di contesti professionali differenti; le startup, non tutte ma la maggior parte, falliscono, creano indubbiamente cose belle ma si trascinano dietro anche tanti disastri”. Alessandro tiene a dirci che quanto afferma qui rappresenta un punto di vista personale ed in alcun modo rappresenta la voce del suo attuale o precedenti datori di lavori, e aggiunge: “Per dirla in parole semplici: non possiamo demandare alle startup il lavoro sporco, non possono diventare il grande ripiego generazionale. I giovani meritano di più. Le grandi aziende hanno il dovere etico e morale di assumersi la responsabilità di innovare di dare potere alle nuove generazioni, di avere il coraggio di rinunciare alla politica e investire in ricerca, di diventare coraggiose e abbracciare il cambiamento; molte lo stanno già facendo, acquisendo un fattore differenziante sul mercato che nei prossimi tre-cinque anni avrà un impatto drastico sugli equilibri di potere del mercato della consulenza e delle aziende”.

Se ciò non succederà, e alla svelta, saremo condannati a interpretare ruoli sempre più marginali e senza copione in un teatro che ormai ha perso ogni tipo di sceneggiatura. L’evoluzione in questo settore è talmente veloce e complessa che non si ha nemmeno il tempo di innovare che già ci si trova con il vecchio tra le scrivanie.

I grandi numeri si fanno con le grandi persone, e se non ci rendiamo conto una volta per tutte che dobbiamo dare fiducia soprattutto ai giovani cadremo sempre nello stesso errore, che porterà le aziende, prima o poi, a un invecchiamento precoce difficile da recuperare. E non hanno ancora inventato il botox per la consulenza.

Nata a Palermo 45 anni fa ha iniziato con il giornalismo a 18 anni scrivendo per il quotidiano “La Sicilia”. La sua formazione è quella del maxiprocesso siciliano degli anni 80/90, periodo in cui è maturata anche la sua passione per la cronaca nera e giudiziaria. Ha fatto radio e televisione (“Messina Uno Special”, “TPN Hit Energy Radio” e “Televip”), per poi partire alla volta di Pordenone e approdare al Messaggero Veneto. Laureata in Scienze Politiche a Messina ha capito presto che scrivere non era una professione ma l’Amore. Ha collaborato con l’house organ di “Poste Italiane” e adesso scrive per “La Nuova Ferrara”. È un’analogica digitale, per questo ha appena completato un master al Sole 24 ore in “Digital specialist”. Simpatizza per l’intelligenza artificiale ed è sicura che lei vincerà, non solo perché è l’evoluzione della nostra, di intelligenza, ma perché non ha pregiudizi. Il suo motto: “finché c’è binario c’è speranza”, la vita è un perenne, vorticoso, imprevedibile movimento. [ Guarda tutti gli articoli ]

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