Balconi nei Quartieri Spagnoli di Napoli

Più alti che “bassi” nei Quartieri Spagnoli

Nei Quartieri Spagnoli, Napoli sta vivendo un cambiamento che è sia una risorsa che un rischio per la città: la rigenerazione "improvvisata" del territorio.

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Se si vuole capire quello che sta succedendo a Napoli bisogna entrare nei Quartieri Spagnoli. Se si vuole capire quello che sta succedendo nei Quartieri Spagnoli bisogna partire da vico Lungo Gelso. Non dal murales di Maradona, che i giornali amano tanto, e che si staglia sulla parete di uno dei pochi palazzi moderni di questo dedalo di edifici seicenteschi nati per ospitare i soldati del re; edifici che dimostrano tutti i loro anni, che barcollano senza ritegno ma restano in piedi per tigna, come quel palazzo tutto puntellato perché poteva crollare, e alla fine sono crollati i puntelli. Non dal vicolo dei sospiri, quello che si vede da via Toledo, stretto e colorato, con cuori, ghirlande, musica assordante, immagini di Totò e Massimo Troisi, allestiti come un presepe trash.

Non bisogna entrare nei Quartieri dalla porta del colore, ma da duecento metri di strada interna che fino a quindici anni fa ospitava i bassi della prostituzione di monumentali transessuali napoletani (altezza minima: un metro e 85) e oggi sembrano una strada di Montmartre: ristoranti, bistrot, enoteche, negozi tipici. Una via che si è auto-pedonalizzata, perché si ha voglia di camminare, di sedere ai tavolini all’aperto, di godersi l’aria dolce, di bere vino, di spiluccare, e poi salire verso casa: casa vacanza, casa turisti, casa Napoli, casa reale, e tutti gli altri tipi di case che qui si sono inventati per far dormire, divertire, rilassare i turisti che arrivano da mezzo mondo. Quello ricco.

 

Quartieri Spagnoli e vico Lungo Gelso, l’origine di un fenomeno

Vico Lungo Gelso si è trasformato da sé. Non si capisce chi ha dato la nota. Nel giro di qualche anno si è auto-riqualificato, come un corpo che si rigenera da solo dopo una trasfusione. La prostituzione è sparita, i bassi sono stati ristrutturati, sono spuntate le taverne, le osterie. Con loro i lampioni, l’illuminazione, l’arredo urbano. Sui paletti di ferro ai lati della strada sono stati montati tavolini rimovibili. Poi piante, decorazioni, nemmeno così belle, anzi a volte anche brutte, ma ci sono; quindi nuovi locali, e la riqualificazione dei palazzi che li ospitano, con una meccanica talmente veloce che, se non ci passi per due mesi, la zona non la riconosci più. E tutto questo è successo senza l’ombra di una istituzione. Neppure un euro dal Comune. Nemmeno un progetto. Un’idea. Un programma. Tutto incatenato, anello dopo anello, dentro una magica corona di meccanismi singoli che hanno cominciato a coordinarsi spontaneamente tra loro.

Il modello Lungo Gelso, poi, ha contagiato i dintorni, e quindi quella macchia di olio si è allargata, è salita lungo vico d’Afflitto, si è infilata in Via Speranzella, poi in vicoletto Berio. E tutti si sono trasformati in labirinti di baretti, trattorie, ristoranti; perfino qualche galleria d’arte e qualche negozio di ceramica.

C’è già una mappa, che piano piano sale questa griglia in pendio, con i trolley che rumoreggiano a ogni ora, turisti che arrivano, turisti che partono, alle spalle del teatro Augusteo, degradando da un lato verso via Chiaia, dall’altro correndo verso piazza Carità. Una zona popolare, con quello che la parola significa a Napoli: famiglie numerose, senza reddito ufficiale, con case vecchissime, eredità storiche oppure occupate storicamente da enti religiosi o istituzionali, e lasciate decadere lentamente, senza soldi per ripararle, con quel degrado che mangia tutto, come una erba cattiva.

Quel popolo, proprio quello, ha messo in moto una nuova dinamica: i figli scappati all’estero, a fare i lavapiatti nei pub, tornano. Prendono la vecchia casa di famiglia, la ristrutturano, la mettono su Airbnb, e ci tirano gli stessi soldi che facevano stando all’estero. Poi mettono a frutto qualcosa di appreso e nel piano terra ci aprono un baretto: aperitivi, stuzzichini. Oppure prendono la vecchia salumeria di famiglia, come un’Antica Panetteria nel vicolo Sant’Anna di Palazzo, e di giorno fanno salumeria; ma la sera, con tre antiche botti sulla strada, servono mozzarelle e prosecco, con un quartetto jazz, per la gioia di decine e decine di turisti in fila.

Basta poco, che ci vuole?

 

Un miracolo napoletano

Succede così che poco più su, nella piazzetta di Sant’Anna, avviene il miracolo: chiude un Punto Snai e apre una pizzeria. Due serrande, tavolini all’aperto. “Ho messo fioriere – dice il titolare – catene per non far parcheggiare, fiaccole. Sono venuti i vigili e mi hanno detto che sono in difetto. Non dovevo mettere i vasi. Ma io l’ho fatto per la piazza”.

E non si è arreso, il pizzaiolo. I fiori sono ancora lì. In compenso, accanto alla pizzeria, comincia ad allargarsi anche una fornitissima enoteca, che occupa gli spazi dell’antica Cantina dei Giacobini napoletani, dove a fine Settecento vide la luce la Repubblica partenopea, e si radunavano i redattori del Monitore napoletano di Eleonora Pimentel Fonseca, che ha vissuto proprio nel palazzo di fronte. Oggi la cantina ospita i cellai pieni di vino; i turisti l’hanno scoperta e la adorano.

La macchia si allarga sempre di più, e sale, sale nel vicolo, fino ad arrivare nei palazzi residenziali, dove aprono b&b, dove i bassi vengono ristrutturati e dotati di bellissime porte all’inglese e si fanno chiamare Home Holidays: la nonna fa le pulizie, la nipote fa l’accoglienza, il papà fa le riparazioni, lo zio va a pigliare i turisti all’aeroporto o alla stazione. E così accade anche che un artigiano pellettiere, che faceva le borse false, perfettamente imitate, dei grandi marchi decida di uscire dall’illegalità e mettere sopra ai suoi prodotti il marchietto QS (Quartieri Spagnoli), trovandosi pieno di turisti che vogliono un portachiavi in pelle, una borsa da viaggio, un borsello, e dando lavoro a sua volta ad altri artigiani a cottimo nelle case. Costruisce poi una piccola vetrina, ripulisce lo spazio davanti, si accorda con altri commercianti e colloca piante e illuminazione. Alla fine il vicolo degradato diventa un piccolo gioiello.

 

Il virus dell’improvvisazione, l’assenza dell’Istituzione

Ma non è tutto oro. Raccontata così sembra la fiaba eroica del popolo laborioso. Invece c’è un virus, che si chiama improvvisazione, che si chiama spontaneismo, che si chiama dilettantismo. Manca una strategia; manca un coordinamento, un progetto, una visione.

“Una idea semplicistica del lavoro e dello sviluppo, senza professionalità e senza prospettive”, ha detto sul Corriere del Mezzogiorno Lello Cercola, docente di Marketing all’Università Federico II di Napoli. Il turismo a Napoli è esploso per una moltitudine di fattori, molti dei quali internazionali: la gente si sposta di più, con maggiore facilità; i voli low cost e le ferrovie ad alta velocità, in concorrenza tra loro, hanno reso economico spostarsi; poi la rete consente a tutti di organizzarsi un viaggio e a chi ospita di proporre le offerte; infine il pericolo terrorismo legato a mete tradizionali del Mediterraneo e i costi bassi della vita in città, con quel magnifico agglomerato di paesaggio e storia e tipicità, hanno reso Napoli una meta facile, ghiotta.

“Ma questi sono fenomeni a finire”, ha detto Cercola al quotidiano napoletano. “La curiosità ha un ciclo breve. E ci troveremo macerie in mano. Fare turismo è creare rete, fattori di attrazione”. Il timore è che, non essendoci un vero investimento sui servizi, sulle strutture, sugli eventi, sulle basi, una scoppiata la bolla, non rimanga nulla. Anzi, forse i debiti da pagare e una città, con quel fenomeno chiamato gentrification, che ha espulso dal centro storico i residenti, si è strutturata sul turismo, si è trasformata in un Luna Park, con l’immensa tristezza di vederlo poi vuoto, spento.

Questa, oggi, è la paura di chi guarda lontano e teme l’assenza clamorosa delle istituzioni, della politica, dei soggetti di pianificazione. Che, per estremo paradosso, si gratificano dello spontaneismo del grande popolo napoletano; il quale oggi, frenetico, crede di aver trovato la gallina dalle uova d’oro, ma domani rischia di ritrovarsi a leccare nuove ferite, nuove occasioni mancate, nuove speranze deluse. Succede nei Quartieri Spagnoli, dove basta farsi un giro per capire quello che sta accadendo a Napoli. E quello che, forse, deve ancora accadere.

 

(Photo by Travel Fanpage)

Lucano naturalizzato napoletano, è giornalista (quasi) da sempre e autore di numerosi libri. Ha scritto di cronaca nera, politica e cultura, ha fatto inchieste e diretto piccoli giornali locali, collaborando con decine di testate tra cui Il Mattino, Liberazione, il Manifesto, Avvenimenti, Aprile, Vita, La Voce della Campania. Ha ricoperto anche incarichi istituzionali, ottenendo tre mandati consecutivi (nel 1996, nel 2001, e nel 2006) Consigliere comunale a Marano, in provincia di Napoli e, per sette anni, Assessore, prima alle Politiche sociali e poi alla Cultura. I suoi libri mescolano la narrativa all’attualità, e riguardano prevalentemente la condizione giovanile in Italia e in particolare al Sud. Uno dei più popolari è “Se Steve Jobs fosse nato a Napoli” (2012, Sperling & Kupfer), a cui fanno seguito “Tre terroni a zonzo”, “Parole come pane”, “La Grammatica di Nisida”, “Fuoco sulla città” , "Tony perduto e i cardellini scomparsi ai Quartieri Spagnoli" e "Il mistero dell'orso messicano ucciso come un boss ai Quartieri Spagnoli". Il racconto L’Augusto è stato portato anche in scena, al Teatro Nuovo di Napoli, nel 2011, con lo spettacolo Italian Kamikaze. Con alcuni racconti ha ricevuto premi, riconoscimenti e pubblicazioni. La notte è un lampo (finalista al premio Il racconto nel Cassetto 2005), Il passo perduto (terzo al premio Il racconto nel cassetto 2007), La controra (finalista al premio Parole in corsa 2007), Inchiostro (terzo al premio Letti in un sorso 2007), Carbonita (finalista premio Lama e Trama 2010). [ Guarda tutti gli articoli ]

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